Il biennio a cavallo tra il 1993 e il 1994 segna, anche a Faenza, il tramonto definitivo della Prima Repubblica. Dopo le dimissioni del sindaco socialista Giorgio Boscherini, la crisi si approfondisce a gennaio ‘94 con le dimissioni della maggioranza assoluta dei consiglieri comunali, terminando la breve esperienza a sindaco del democristiano Nerio Tura. A Palazzo Manfredi si insedia quindi il commissario prefettizio Francesco Avellone, incaricato di traghettare la città verso le elezioni del 12 giugno 1994.

Il contesto nazionale è segnato dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi, con l’obiettivo dichiarato di contrastare la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto, segretario del neonato Partito Democratico della Sinistra, erede del PCI. Il bipolarismo si impone rapidamente: da una parte il centrodestra composto da Forza Italia, Alleanza Nazionale e Lega Nord; dall’altra lo schieramento progressista, con il PDS affiancato da Rifondazione Comunista e Verdi.

La frammentazione della Democrazia Cristiana

In questo quadro la Democrazia Cristiana, forza per lungo tempo egemone a Faenza, attraversa settimane convulse. La maggioranza dei militanti locali segue il segretario nazionale Mino Martinazzoli nella confluenza nel Partito Popolare Italiano, che ambisce a collocarsi al centro del sistema politico. Ciononostante, il nuovo sistema elettorale del Mattarellum di impronta uninominale condanna rapidamente all’irrilevanza le “terze vie”. Si pone così con urgenza la questione del collocamento politico del mondo cattolico, dilemma già anticipato dal ballottaggio delle elezioni provinciali di Ravenna del ‘93, quando una parte dell’elettorato bianco aveva già sostenuto al secondo turno il candidato del PDS, il faentino Gabriele Albonetti.

Tuttavia, in quei mesi, nulla appare scontato. Alle aperture a collaborazioni politiche avanzate ufficialmente dal giovane capogruppo PDS Claudio Casadio, e guardate con interesse dagli ex sindaci Tura e Baccarini, si affianca una posizione di netta chiusura: il consigliere regionale Antonio Rivola arriva a definire pubblicamente «un suicidio politico» un’eventuale alleanza organica con gli ex avversari. Opinione condivisa da altri esponenti quali Paolo Valenti e Gilberto Bucci.

Per la prima volta l’elezione diretta del sindaco

Nel frattempo la Quercia procede autonomamente e indice primarie interne dal titolo “Scegli tu il Sindaco di Faenza”, svoltesi l’11 e il 12 marzo. Vengono allestiti 20 seggi per gli elettori del partito, chiamati a esprimersi su due schede: una per selezionare i nomi per il consiglio comunale e una per confermare la candidatura a sindaco di Casadio. I votanti sono 1.877, con un consenso dell’88,3% a favore del candidato in pectore. Il nuovo sistema elettorale varato nel ‘93 prevede l’elezione diretta del sindaco contestualmente al consiglio comunale e introduce anche a Faenza una forte personalizzazione della competizione.

Il centrosinistra “rinuncia” a Casadio e individua Enrico De Giovanni, manager della cooperazione

enrico de giovanni

Le elezioni politiche del 27 e 28 marzo producono un ulteriore scossone. Se Berlusconi trionfa a livello nazionale, a Faenza vincono i Progressisti con il 47,9% e il centrodestra si attesta al 30,1%, mentre l’area centrista si ferma al 22%. Il PPI si divide nuovamente fra chi vorrebbe rispondere all’offerta del Pds, disponibile a rinunciare alla corsa di Casadio per identificarne una nuova figura condivisa, e chi caldeggia invece la convergenza sul candidato indipendente di centrodestra Cesare Sangiorgi, ex comandante provinciale e ispettore nazionale dei Vigili del Fuoco, pluridecorato e con una lunga esperienza nella gestione di grandi emergenze (Vajont, alluvione di Firenze, Irpinia). Sangiorgi è sostenuto dai FI e AN.

Dopo settimane di travagliate discussioni, prevale la prima ipotesi. A inizio aprile il tavolo delle associazioni economiche faentine propone pubblicamente la candidatura a sindaco di Enrico De Giovanni, iscritto al PPI. Manager della cooperazione, membro di numerosi cda di cooperative “bianche” e presidente della Fondazione Banca del Monte, De Giovanni diventa il candidato unitario di PDS, PPI, Verdi, Alleanza Democratica e PSI. Si tratta di uno dei primi casi in Italia di alleanza organica fra ex democristiani ed ex comunisti, insieme a quello di Brescia, dove lo stesso Martinazzoli è candidato sindaco. I prodromi di quella alleanza che poi, con Romano Prodi, darà vita all’Ulivo a livello nazionale.

Sette sfidanti per la carica di sindaco

Accanto ai due principali contendenti si presentano altri candidati, comprese due donne: Martino Albonetti per Rifondazione Comunista, Claudio Ronchini per il PRI, Paolo Rafelli per la Lega Nord, Nadia Berdondini per Rinnovare Faenza (lista espressione di settori progressisti laici e cattolici), l’ex socialista Bruno Console Camprini per l’Alleanza dei cittadini per Faenza e Maria Teresa Ravaioli per Forze Nuove per Faenza, formazione di ispirazione radicale e animalista.

I temi della campagna elettorale: parcheggi in centro, circonvallazione, sanità, Piano Regolatore

La campagna elettorale è breve e si incentra sulle principali incombenze lasciate aperte dalla precedente amministrazione, tra opere da completare e nodi strutturali rimasti irrisolti. Al centro del confronto vi sono la carenza di parcheggi nel centro urbano, il progetto di una circonvallazione a valle della città, l’adozione del nuovo Piano Regolatore Generale e il timore di un possibile declassamento dell’Ospedale degli Infermi. A questi temi si affianca la questione della distinzione tra funzioni di indirizzo politico e gestione amministrativa, affermatasi con le recenti riforme normative e avvertita come condizione necessaria per garantire maggiore efficienza e trasparenza nell’impiego delle risorse pubbliche, dopo gli anni di “Mani Pulite” che avevano profondamente incrinato la fiducia dei cittadini nella classe politica.

Il calo dell’affluenza

Il giorno del voto l’affluenza cala sensibilmente: dal 93% del 1990 all’85,5%, con una diminuzione di oltre otto punti percentuali, la flessione più marcata mai registrata fino ad allora L’affluenza è dell’87,5% in campagna e dell’84,8% in città; la sezione con la partecipazione più alta è Prada, con il 92,2%.

Le nuove regole consentono di votare per i partiti o esclusivamente per il candidato sindaco. I voti espressi per il solo sindaco sono 4.489, pari all’11,3% del totale. Ne beneficia in particolare Enrico De Giovanni, che raccoglie 2.398 voti in più rispetto alle liste a suo sostegno: viene eletto sindaco al primo turno con 19.150 voti, pari al 50,5%, superando di appena 190 voti la soglia che avrebbe imposto il ballottaggio. Seguono a grande distanza Sangiorgi (25,8%), Albonetti (9,4%), Rafelli (4,2%), Berdondini (3,2%), Ronchini (2,9%), Console Camprini (2,3%) e Ravaioli (1,6%). 

I risultati dei partiti: PDS 26,7%, PPI 19,7%, Forza Italia 20,3%

Tra i partiti, il PDS si attesta al 26,7%, con i migliori risultati nelle tradizionali aree di consenso ex comunista della campagna (Tebano, Borgo Tuliero, Rivalta, Santa Lucia) e nei quartieri popolari di piazza Bologna e via Corbari. Il PPI ottiene il 19,7%, mostrando un forte radicamento nelle frazioni rurali, dove raggiunge il 51% a Basiago e il 37,5% a Errano. Forza Italia conquista il 20,3%, con buoni risultati nel centro storico e punte significative nelle zone più abbienti (via Campana 27,2%, via Gallignani 28%, Castel Raniero 29%). Seguono Rifondazione Comunista (9,7%), AN (4,6%) e la Lega (4,5%).

La legge sull’elezione diretta dei sindaci aveva ridotto a una sola la preferenza esprimibile per il consiglio comunale e in generale cala il suo ricorso da parte dei votanti. Si conferma una maggiore propensione all’uso della preferenza tra gli elettori moderati: il 32,1% dei popolari e il 23% dei forzisti la utilizzano, contro il 15,8% del PDS e il 6,3% di Rifondazione, segno di un voto più identitario e meno centrato sui candidati. I più votati per il PDS sono Casadio (330 preferenze) e Veniero Lombardi (124); quest’ultimo diventerà nel 1996 il consigliere comunale più longevo nella storia di Palazzo Manfredi. Seguono Giovanni Frassineti per FI (202 preferenze) e Giorgio Mazzotti per il PPI (220). Si segnala anche l’elezione del giovane Stefano Collina, con 147 preferenze. Saranno 6 su 30 le donne elette, in aumento sia in termini percentuali che assoluti rispetto alla Prima Repubblica.

De Giovanni, “un tecnico prestato alla politica”. La riconferma nel 1998 lo vedrà raggiungere il 66,5%

Il primo sindaco eletto direttamente dai faentini interpreta il proprio mandato come un’opera di ricucitura del rapporto fra cittadini, politica e Comune, attraverso una presenza costante nella vita della città. «Vogliamo ripulire quella cappa che opprime il Palazzo, togliendo i veleni», dichiara al Resto del Carlino alla vigilia del voto, presentandosi non come un politico, ma come un tecnico prestato all’amministrazione. Un’impostazione che verrà premiata alle elezioni del 1998, quando De Giovanni sarà rieletto con il 66,5% dei voti, la percentuale più alta mai raggiunta a Faenza. Il secondo mandato purtroppo si interromperà bruscamente il 30 aprile 1999, con la prematura morte del sindaco. 

Andrea Piazza

Per saperne di più

Elio Pezzi (a cura di), Enrico De Giovanni. Sindaco di tutti, Faenza, La Margherita, 2004.

Elio Pezzi (a cura di), Enrico De Giovanni. Parole per la comunità, Faenza, Offset Ragazzini Editore, 2009.