Dopo la frana del 25 gennaio a Niscemi, oltre 1.500 persone sono state evacuate e interi quartieri sono stati dichiarati zona rossa. Il trauma colpisce tutte le età, con bambini, anziani e adulti più vulnerabili, mentre gli adolescenti mostrano maggiore resilienza. Interventi psicologici mirati e il sostegno della comunità sono essenziali per elaborare l’evento e ricostruire sicurezza emotiva. L’intervista alla psicoterapeuta Maria Beatrice Toro.

Un trauma collettivo che attraversa età, storie ed identità

La psicoterapeuta Maria Beatrice Toro spiega come la frana che ha colpito Niscemi abbia riaperto antiche ferite e generato in tutti un trauma collettivo che attraversa età, storie e identità. Dallo sradicamento alla ricostruzione emotiva: ecco che cosa significa perdere la propria casa, quali interventi di sostegno sono necessari e come la comunità può diventare cura.

A seguito della frana che il 25 gennaio ha colpito Niscemi, cittadina di 25mila abitanti in provincia di Caltanissetta, oltre 1.500 persone sono state evacuate e interi quartieri dichiarati zona rossa.

Molti cittadini hanno rivissuto il trauma del 1997, quando un’altra frana distrusse parte della città e costrinse centinaia di persone a lasciare le proprie abitazioni. Alcuni di quelli che hanno perduto la casa 30 anni fa si trovano oggi a rivivere la stessa situazione. Lasciare o perdere la propria abitazione non è mai solo un fatto logistico. È un terremoto emotivo.

La psicoterapeuta Toro spiega come affrontare lo sradicamento e l’impatto emotivo

Abbiamo chiesto a Maria Beatrice Toropsicoterapeuta e direttrice della Scuola di specializzazione in psicoterapia cognitivo interpersonale (Scint)quali siano le conseguenze psicologiche dello sradicamento e le possibili forme di supporto.

Professoressa Toro, che cosa comporta dal punto di vista psicologico l’essere costretti a lasciare la propria casa?

Lo sradicamento è una delle ferite più profonde che una comunità possa vivere. L’evento calamitoso – in questo caso una frana – costituisce un trauma con la T maiuscola, un trauma primario perché mette in pericolo l’incolumità e la vita, e attiva reazioni istintive di sopravvivenza.

Per questo è fondamentale l’intervento immediato di psicologi dell’emergenza, come quelli della Protezione civile, esperti in psicotraumatologia. A questo si aggiunge “un trauma nel trauma”, quello dell’evacuazione forzata. La casa non è solo un edificio: è identità personale, memoria, relazioni. Perdere la propria abitazione significa vedere una parte di sé che va in frantumi e ritrovarsi in luoghi percepiti come più freddi, meno familiari, con un impatto profondo sulla stabilità emotiva.

Come vivono questo trauma le diverse fasce d’età, e quali sono i soggetti più a rischio?

I più colpiti sono bambini e anziani. Molto legati al contesto domestico, che per loro rappresenta sicurezza e concretezza. I bambini, in particolare, non hanno ancora gli strumenti per comprendere pienamente ciò che accade. L’abbandono della casa colpisce la loro routine e il legame con oggetti significativi – giocattoli, peluche, odori familiari – che li aiutano a sentirsi al sicuro dando loro una percezione di stabilità.

Per gli anziani invece la casa non è solo un luogo: è la memoria vivente della loro storia…
Sì, sono probabilmente loro i più “feriti”. Casa e quartiere rappresentano per loro affetti, memoria, radicamento, autonomia. Allontanarsene può generare disorientamento, ansia, depressione. Con l’avanzare dell’età diminuisce inoltre la capacità di adattarsi a nuovi contesti, e ricostruire un senso di familiarità altrove diventa molto difficile.

Stanno peggio gli adolescenti o gli adulti?

Forse, a sorpresa, gli adulti. Spesso trascurati in queste analisi, gli adulti portano sulle spalle un doppio peso: il proprio trauma e la responsabilità di sostenere, proteggere e incoraggiare gli altri. Compressi in molti casi tra figli piccoli e genitori anziani, e frequentemente caregiver di entrambi, finiscono per iperattivarsi – soprattutto le donne – con il rischio di un profondo logoramento fisico ed emotivo a medio termine.

Quindi, a “cavarsela meglio” sarebbero gli adolescenti?

Pur essendo coinvolti nel trauma – che è devastante per tutti -, gli adolescenti possono mostrare una certa resilienza. La loro fase di vita, caratterizzata dal processo di costruzione della propria identità, si contraddistingue anche per una forte spinta all’esplorazione e una spiccata apertura al nuovo che li rendono meno legati al luogo fisico. Anche se il loro percorso identitario è delicato e complesso, questa spinta può diventare una risorsa.

Quali interventi psicologici possono aiutare a gestire ed elaborare il trauma?

La psicotraumatologia offre strumenti specifici per ricostruire un senso di sicurezza e recuperare il controllo della propria vita. Si utilizzano tecniche come le visualizzazioni di luoghi interiori sicuri, e terapie basate sulla stimolazione visiva come l’Emdr (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), che aiutano a rielaborare in maniera efficace l’evento traumatico. L’obiettivo è riportare l’attenzione su ciò che la persona può controllare, recuperando il senso di controllo sulla propria vita.

E la comunità quale ruolo può avere nel processo di guarigione?

Il supporto comunitario è fondamentale. La priorità è garantire alloggi adeguati, provvisori e poi definitivi, evitando il più possibile di separare famiglie e reti sociali. Mantenere le persone vicine ai propri cari è essenziale: “fare comunità” è un fattore protettivo decisivo per superare insieme la crisi.

Giovanna Pasqualin Traversa – AgenSir