C’è un’enorme chiave in ferro battuto all’ingresso del campo profughi di Aida, nei pressi di Betlemme. Sovrasta un arco scuro, davanti al muro di cemento che serpeggia poco lontano e divide i due popoli: israeliano e palestinese. È il simbolo del diritto al ritorno, la memoria delle case lasciate nel 1948 e mai più ritrovate. Ma entrando nel campo, accanto alla memoria e alla fatica, si incontra anche qualcos’altro: una sorprendente ostinazione alla vita.

Il campo di Aida nasce nel 1950 per accogliere all’epoca circa 1.200 rifugiati palestinesi. Oggi, in neanche un chilometro quadrato, vivono oltre 5.500 persone. Le case si sono alzate in verticale, piano dopo piano, spesso aggiunti quando un figlio si sposa e forma una nuova famiglia. Gli edifici crescono in modo disarmonico, irregolare, quasi precario, come in una della città invisibili di Calvino. Le strade sono strette, l’odore delle fogne a tratti si fa sentire, i muri sono coperti da graffiti e murales, alcuni italiani: alcuni invocano pace, altri gridano rabbia, altri ancora raccontano il desiderio di tornare ai villaggi di origine. Il più celebre: quello di Bansky.“
«Se chiedi a un bambino di dov’è – ci spiega Mustapha – ti risponderà ancora con il nome del villaggio del nonno»
Eppure, in questo spazio così denso di storia e tensione, pulsa anche un cuore giovane che cerca alternative alla rabbia: l’Aida Youth Center. Fondato nel 1968, il centro nasce per sostenere bambini e ragazzi del campo. Oggi offre programmi educativi, supporto psicosociale, sport, arte e aiuti umanitari. È un presidio di futuro dentro una realtà che rischierebbe di chiudersi nella rassegnazione e nel rancore.
Musab – che tutti chiamano Mustapha – è uno dei giovani animatori. Si occupa soprattutto delle attività sportive. Racconta la storia di suo nonno, contadino vicino a Gerusalemme, che nel 1948 fu costretto a fuggire. «Chiuse la porta di casa con la chiave – dice – pensando che sarebbe tornato dopo la guerra». Quella chiave non ha mai riaperto quella porta, ma è diventata simbolo collettivo. Eppure la memoria, qui, non è solo nostalgia. È identità. «Se chiedi a un bambino di dov’è – spiega Mustapha – ti risponderà con il nome del villaggio del nonno». È un modo per non perdere le radici, anche quando si cresce tra cemento e torri di controllo.

Al secondo piano dell’Aida Youth Center pranziamo insieme. La mamma di Mustapha ha preparato la makluba, piatto tradizionale palestinese a base di riso, pollo e verdure, che viene rovesciato sul piatto con un gesto deciso. Nasce come cibo condiviso con i poveri dopo le feste: già nella sua origine è racconto di solidarietà. Poco dopo, in una sala accanto, una decina di ragazzi di undici o dodici anni segue una lezione di programmazione informatica. Ognuno davanti al proprio computer, ci mostrano orgogliosi una partita di Tetris creata scrivendo codice. Questo è un altro volto di Aida: quello dell’istruzione come riscatto, della competenza come strumento di libertà.

Un campo da calcio simbolo di libertà: “Rischiava di essere distrutto, lo abbiamo salvato anche grazie ai giornalisti”
Nel 2020, accanto al centro, è stato costruito un campo da calcio, su un terreno preso in gestione e pagato alla comunità armena. Centinaia di ragazzi lo usano ogni settimana, comprese le ragazze. La squadra femminile è nata quasi per scommessa, con cinque ragazze; oggi sono molte di più. Giocano con calzamaglie e maglie lunghe, nel rispetto della loro tradizione musulmana. Dieci di loro sono state invitate in Francia per un torneo; una è arrivata in nazionale palestinese. «Dal calcio – racconta Mustapha – sono nate tante altre cose: educazione, salute, sostegno alle famiglie». Oltre cento operazioni mediche sono state rese possibili grazie alla rete di solidarietà costruita attorno al centro. Nel centro che ci accoglie, campeggiano alcune donazioni dalla nazionale di calcio cilena, dove tanti palestinesi sono emigrati, come i guanti dell’ex portiere della nazionale Perez. Eppure le autorità israeliane hanno cercato di abbattere il campo, «solo con il sostegno di tanti giornalisti – racconta Musab, allenatore – che hanno raccontato la vicenda siamo riusciti a salvarlo e ad arrivare alle orecchie di Uefa e Fifa, che si sono interessate al caso».

Camminando nel campo si rischia di essere sopraffatti da forte senso di claustrofobia, tra edifici alti e ammassati. Ogni tanto, nel grigio dei palazzi, appaiono piccoli negozi, bar dove si può bere caffè espresso o fumare narghilè, bambini che vagano sfrecciando sui monopattini. Una normalità che tale non è. Ahmed, otto o nove anni, si avvicina curioso. Con qualche parola d’inglese ci chiede i nomi. La conversazione poi si blocca per la lingua, ma il calcio diventa ponte: «Messi o Ronaldo?». Ahmed sorride convinto: «Ronaldo».

Dall’alto del centro d’accoglienza si vede il muro che attraversa il paesaggio “come un serpente”, dice Mustapha. Intorno, torri di controllo, checkpoint, presenze militari. Non è raro che lungo le strade ci siano raid israeliani con lacrimogeni. È una realtà che pesa sulle giovani generazioni, alimentando talvolta risentimento e rabbia. “Dopo la pandemia e il 7 ottobre la situazione si è fatta ancora più difficile – dice Mustapha – perché in tanti ad Aida lavoravano a Betlemme nel turismo, e ora è davvero dura”. In una sala-museo del centro, ci mostra i video di quelli che un tempo erano festival che venivano organizzati in quelle strade compresse. Là dove scuola e sport diventano argini, spazi dove imparare a canalizzare l’energia in qualcosa di costruttivo.
Photogallery a cura dei giornalisti Ucsi Emilia-Romagna
Eppure qui c’è una speranza è concreta. È un campo da calcio difeso con determinazione anche attraverso campagne internazionali; è una lezione di matematica per bambini; è una squadra di ragazze che sfida stereotipi; è una madre che prepara da mangiare per ospiti venuti da lontano. Aida è un luogo di sofferenza e compressione, ma anche di dignità. In mezzo a vite stipate e controlli continui, emergono volti, nomi, storie che non vogliono essere ridotti a statistiche o slogan. Uscendo, la grande chiave all’ingresso assume un significato più ampio. Non è solo la chiave di una casa perduta. È anche la chiave di una generazione che, tra muri e torri, continua a cercare strade di futuro.
Samuele Marchi


































