L’attacco statunitense al Venezuela viene analizzato da Giuseppe Apicella Binni, che ha vissuto a lungo nel Paese sudamericano, come l’ennesimo capitolo di una lunga storia di interferenze legate al petrolio. Dalle origini dello Stato a Chávez e Maduro, tra colpi di Stato, sanzioni e controllo economico, gli Stati Uniti avrebbero agito per riaffermare la propria egemonia energetica
Nella notte del 3 gennaio il Venezuela viene colpito da un massiccio attacco militare: bombe e raid aerei centrano aeroporti, installazioni militari e antenne di comunicazione. Gli Stati Uniti entrano nel Paese con l’obiettivo dichiarato di catturare il presidente Nicolás Maduro e la moglie, trasferirli negli Usa e processarli con accuse di narcoterrorismo, corruzione e violazione dei diritti umani. L’operazione provoca vittime civili e militari, gettando il Paese in un caos ancora più profondo e dividendo l’opinione pubblica internazionale tra chi parla di “liberazione da un dittatore” e chi denuncia una grave violazione del diritto internazionale.
Per comprendere le radici storiche della crisi e le motivazioni, tutt’altro che nascoste, degli Stati Uniti, possono essere di aiuto le parole di Giuseppe Apicella Binni, oggi residente a Faenza. Nato a Caracas nel 1970 da famiglia di origini italiane, laureato in storia all’Università Centrale del Venezuela, è stato funzionario del Parlamento venezuelano e docente di storia contemporanea e filosofia presso la Pontificia Università di Caracas. Vive a Faenza dal 2016, dove si è anche candidato a sindaco della città con Potere al Popolo.
L’intervista: «Sotto Maduro persi 30 chili: se non facevi parte del 10% ricco o del 30% medio-alto, si faceva la fame»

Giuseppe, partiamo dalle origini: come nasce il Venezuela?
«La storia del Venezuela non è molto lunga, parliamo di circa duecento anni. Inizia nel 1821 con Simón Bolívar, generale e patriota che guidò gran parte del Sud America all’indipendenza dalle potenze europee. Sempre sotto Bolívar nacque la Gran Colombia, una grande repubblica che univa Colombia, Venezuela e Panama, con l’idea di espandersi fino a comprendere tutta l’America Latina. Quel progetto però durò poco: Bolívar morì nel 1830 e il suo sogno si sfaldò rapidamente a causa delle forti divisioni tra le fazioni locali. Da lì nacque l’attuale Stato venezuelano, ma il percorso verso la repubblica federale presidenziale di oggi fu tutt’altro che semplice e stabile».
Come mai?
«Perché il Paese ha vissuto una serie quasi continua di colpi di Stato che hanno prodotto una costante instabilità politica. Questo ha permesso alle potenze estere, in particolare agli Stati Uniti, di approfittarsene. Basti pensare che già nel 1823 il presidente americano Monroe aveva mire sul Sud America: non è certo un’idea recente di Trump».
Sempre per interessi legati al petrolio, come ha dichiarato Trump?
«In parte sì. All’inizio probabilmente si trattava di puro espansionismo, ma col tempo il petrolio è diventato la motivazione principale. L’economia venezuelana si è basata quasi esclusivamente sull’estrazione dell’oro nero, sottolineo sull’estrazione, perché la vendita è stata per decenni totalmente in mano prima agli inglesi e poi agli americani. Nel 1914, sotto il generale Juan Vicente Gómez, allo Stato andava solo l’1% dei ricavi petroliferi. La popolazione era poverissima, viveva in case di legno e la maggior parte delle persone lavorava nei pozzi».
Ci furono tentativi di cambiamento?
«Nel 1936, dopo un colpo di Stato militare, ci fu il primo sciopero petrolifero civile: venne represso nel sangue, anche se portò a qualche minimo diritto. Nel 1943 il generale Isaías Medina Angarita prese il potere: faceva parte di una nuova generazione di militari e una delle sue prime riforme riguardò proprio il petrolio, ottenendo una divisione dei profitti 50 e 50 con gli americani, che accettarono perché erano nel pieno della Seconda guerra mondiale. Poco dopo però una nuova giunta militare e civile abolì la Costituzione e instaurò un’altra dittatura. Nonostante questo, molti ricordano quel periodo come positivo per la forte crescita delle infrastrutture urbane».
E dopo la dittatura?
«Tornarono le opposizioni esiliate a New York, che crearono una sorta di pseudo-democrazia basata sull’alternanza: cinque anni un partito, cinque anni l’altro. In realtà fu un periodo molto poco democratico, con polizia politica, sinistra bandita, elezioni truccate e circa il 90% dell’economia sotto controllo americano».
Il 90% è una cifra enorme.
«Assolutamente sì. L’economia venezuelana era debolissima e fondata solo sul petrolio, che fino al 1975 era interamente controllato da aziende statunitensi. Le stesse aziende lo rivendevano poi ai venezuelani: un circolo vizioso in cui a guadagnare erano sempre e solo i già ricchi. Nel 1975 il governo di Carlos Pérez nazionalizzò il petrolio per fini elettorali, ma l’operazione non cambiò molto: le aziende che lo distribuivano restarono americane e finirono persino per guadagnarci di più, non dovendo più sostenere i costi di estrazione».
Come si arriva a Chávez e poi a Maduro?
«Nel 1992 il 60% della popolazione viveva in povertà assoluta, il 30% era classe media e solo il 10% era realmente ricco. Il 4 febbraio di quell’anno il generale Hugo Chávez tentò un colpo di Stato che fallì. In diretta televisiva si assunse la responsabilità dicendo che i tempi non erano ancora maturi: da lì il popolo iniziò a vederlo come una speranza. Sei anni dopo, dopo aver ricevuto la grazia presidenziale, vinse le elezioni con circa il 62% dei voti. Avviò subito una Costituente per creare una nuova Costituzione, lavorando tra la gente e aprendosi anche all’opposizione. Con la nuova Carta chiamò nuove elezioni e vinse di nuovo, questa volta con il 51%».
Quali furono le riforme più importanti?
«Tra le principali ci fu l’aumento della quota statale sui proventi del petrolio dal 50 al 60%, con l’obbligo di reinvestire quelle risorse nel Paese. Alcune aziende americane se ne andarono e ne arrivarono altre da diverse parti del mondo. L’opposizione, composta in gran parte da ceti medio-alti e proprietaria di quasi tutti i media privati, iniziò una campagna continua di delegittimazione. Le manifestazioni si moltiplicarono, così come le contromanifestazioni popolari. In uno di questi episodi militari vicini all’opposizione spararono sulla folla, uccidendo tre civili: inizialmente la colpa venne attribuita a Chávez».
E dopo Chávez?
«Alla sua morte salì al potere il vicepresidente Nicolás Maduro, come previsto dalla Costituzione. Nel 2012 si tennero nuove elezioni: due milioni di persone non votarono, l’opposizione ottenne circa il 40% e Maduro vinse di misura. I media privati gridarono subito alla frode.
In Venezuela però Parlamento e governo sono eletti separatamente e non esiste il voto di fiducia come in Italia, quindi anche con una maggioranza parlamentare di opposizione Maduro poteva governare».
Com’era la vita sotto Maduro?
«Io persi 30 chili: se non facevi parte del 10% ricco o del 30% medio-alto, si faceva la fame. Il problema principale furono i blocchi commerciali imposti dagli Stati Uniti e dai Paesi alleati, soprattutto perché il Venezuela aveva iniziato a commerciare petrolio anche con Cina e Russia, che in quel periodo ci avevano aiutato molto economicamente. La nostra economia dipende quasi solo dal petrolio: se il prezzo scende o se ci sono blocchi, tutto crolla. Gli americani lo sanno benissimo e infatti hanno usato dazi e sanzioni in modo pesante».
E le accuse americane?
«Sono accuse senza basi concrete. Il Cartello de los Soles risale agli anni ’90, quando alcuni militari corrotti facevano transitare droga dalla Colombia: esisteva molto prima di Chávez e Maduro. Dire che Maduro ne faccia parte è un azzardo, almeno finché non ci saranno prove.
Sulla corruzione è possibile, ma stiamo parlando di un Paese profondamente corrotto a tutti i livelli e in entrambe le fazioni. Io credo che gli Stati Uniti abbiano semplicemente cercato un pretesto per riprendere il controllo totale del petrolio venezuelano, come tentano di fare da oltre duecento anni, impedendo ad altri Paesi come Cina e Russia di beneficiarne e violando il diritto internazionale».
Jacopo Cavina














