Terremoto, alluvioni e subsidenza: il territorio è sempre più sotto pressione. La doppia scossa di martedì 13, di magnitudo 4.3 e 4.1, con epicentro tra Russi e Faenza, è stata percepita su tutto il territorio di Ravenna. Per spiegare la situazione e per cercare di capire se è possibile il ripetersi di episodi simili abbiamo sentito Fabrizio Giorgini, presidente dell’ordine dei geologi dell’Emilia Romagna. «Siamo i dottori della terra. Ci preoccupiamo di tutto ciò che ha a che fare con il sottosuolo», spiega.

Un territorio che, per fortuna, risulta con «rischio moderato. L’Italia è divisa in quattro zone, dalla 1, la più pericolosa, alla 4. Ravenna appartiene alla 3, mentre Faenza e Russi alla 2, dove c’è la possibilità che avvengono terremoti forti. Ma del resto tutta l’Italia è soggetta a sismi». Giorgini precisa che «di solito, l’energia misurata è sempre la stessa. Se in un’area, negli ultimi mille anni, si sono verificati 100 terremoti tra i 3 e i 4,5 gradi di magnitudo, è difficile si possa scatenare un evento di magnitudo 6 o 7».

Ad amplificare la percezione delle scosse nel nostro territorio è stata proprio la natura del terreno: «il primo strato è costituito dai sedimenti fluviali del Po. Si tratta di terreni morbidi che amplificano le onde sismiche. Sotto, tra uno e cinque chilometri di profondità, si trovano argille compatte e sabbie quasi cementate dove le onde sismiche si propagano in maniera più veloce. Dai 15 a 25 chilometri di profondità, troviamo faglie compressive che nascono dallo schiacciamento della placca africana con quella euroasiatica. Si chiamano “cieche” perché sono fratture che non arrivano in superficie, come per esempio accade sul nostro Appennino».

Altra caratteristica del territorio padano è la subsidenza, ma per Giorgini non esiste allarme su questo versante. «È un processo naturale che esiste da migliaia di anni. È stato amplificato negli anni ’70 e ’80 a causa dei prelievi di acqua. Adesso è rallentato, ma ci dimentichiamo che il pianeta è vivo, in movimento». Poi conclude il presidente dell’ordine dei geologi: «su tutto influisce il cambiamento climatico. Le precipitazioni sono diventate molto più violente. Sono piogge importanti e concentrate che rendono il territorio più fragile. Bisogna aumentare la prevenzione che non è applicata come dovrebbe. Bisogna incentivare gli studi e gli interventi di mitigazione, come sugli alvei dei fiumi, modificati dalle urbanizzazioni. Perché il fiume poi se lo va a cercare da solo lo spazio. È inutile chiamare il geologo quando ormai è troppo tardi».

Frane in collina, il sisma aumenta le criticità

Le aree del territorio su cui ha avuto maggiore impatto il cambiamento climatico, secondo Giorgini, sono quelle collinari e montane. Il presidente dell’ordine fa il punto sulle condizioni di queste aree, in particolare quelle collinari, rese critiche dalle piogge abbondanti degli ultimi anni. «Le frane censite nel 2023 – dice – in tutta la regione erano 40mila, nel giro di tre anni sono raddoppiate passando a 80mila. La carta del dissesto ha lo scopo di individuare e classificare in maniera sistematica le forme del territorio legate a fenomeni di erosione e di dissesto recenti o antichi. In un territorio già fragile per le precipitazioni importanti di acque, il terremoto non aiuta e amplifica le criticità di queste zone».

Elena Nencini