È stato pubblicato il volumeAtlante degli scarabei del Parco Regionale della Vena del Gesso Romagnola con notizie ecologiche e distributive”, di Luigi Melloni e Stefano Ziani, edito da Carta Bianca Editore (Faenza). Il libro è interamente dedicato agli scarabei del Parco e rappresenta un importante contributo alla conoscenza della biodiversità entomologica del territorio. Gli entomologi Melloni e Ziani, sotto l’egida del comitato scientifico Cai Emilia-Romagna e della sezione di Faenza, hanno pubblicato il volume della serie “Ricerche del Parco”, che raccoglie le notizie ecologiche e biologiche ed esamina i cambiamenti avvenuti nell’area del Parco della Vena del Gesso in relazione alla distribuzione e alla presenza di questa superfamiglia di coleotteri.

Nel volume sono riportati i dati di 55 anni di ricerche dirette sul campo. Dopo una breve descrizione morfologica, ecologica e biologica degli insetti esaminati, segue la descrizione del territorio d’indagine con i cambiamenti legati alle vicissitudini storico-antropiche e all’utilizzo agrario dell’area in questione, avvenute negli ultimi decenni, accompagnate da immagini aeree di confronto. Le singole specie individuate, sono rappresentate fotograficamente in grande formato a colori, con immagini eseguite con il metodo focus stacking che permette di realizzare la messa a fuoco totale. Le indagini hanno messo in evidenza una ricca biodiversità con le 92 specie individuate nell’areale del parco, alcune non più ritrovate in seguito ai cambiamenti ambientali. Segue la checklist aggiornata delle specie. Un accurato lessico in forma didattica dei termini scientifici e tecnici utilizzati nel testo, facilita la comprensione, completa l’opera una dettagliata bibliografia di riferimento.

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Intervista a Luigi Melloni

Dottor Melloni, come nasce l’idea di questa pubblicazione?

Dalle nostre attività di ricerche personali iniziate negli anni ‘70. Avendo raccolto, determinato e conservato gli insetti individuati, abbiamo pensato di redigere una nota scientifica con l’elenco commentato delle specie rinvenute nell’area del Parco Regionale della Vena del Gesso romagnola, lavoro pubblicato nel 2011 negli Annali del Museo Civico di Storia Naturale di Ferrara. Negli anni a seguire abbiamo continuato le attività di ricerca aggiornando l’elenco, poi con le nuove tecniche di macro fotografia digitale, abbiamo riprodotto con il sistema focus stacking le immagini fotografiche di tutte le specie individuate e abbiamo pensato di pubblicare l’atlante specifico. Ovviamente sono sorte problematiche economiche dato che è sempre difficile reperire i fondi necessari per queste attività molto specifiche. Il Parco e il Geolab ne hanno acquistate un piccolo numero di copie, ma l’opera è stata finanziata per la quasi totalità dal sottoscritto.

Come avete condotto le ricerche?

Percorrendo e monitorando le aree del parco nei vari mesi dell’anno tramite ricerca diretta a vista degli insetti in base alla loro fenologia, nei mesi estivi con cacce al lume (utilizzando un telo bianco con luci ultraviolette specifiche emesse da lampade per attrarre le specie ad attività notturna). Altri dati sono stati individuati dalle segnalazioni riportate per l’area in oggetto da Pietro Zangheri, dall’esame della collezione entomologica di Domenico Malmerendi conservata nel Museo di Scienze di Faenza e da altri entomologi romagnoli.

Perché è importante la biodiversità e, nello specifico, quella legata allo scarabeo?

Dalle raccolte ed indagini eseguite negli ultimi 55 anni si è osservato un cambiamento nella fauna degli scarabei nella Vena del Gesso. Molte specie sono saprocoprofaghe (si nutrono di sostanze organiche e sterco), quindi sono strettamente legate all’attività di pascolamento. Venendo meno le aziende agrarie (chiuse per la difficolta dell’ambiente, assenza di servizi, carenza idrica, bassi redditi) anche gli scarabei non trovando più l’alimento specifico sono scomparsi come lo Scarabeo pio, segnalato da Zangheri nel 1950 e mai più ritrovato. Gli Scarabei coprofagi hanno una grande funzione ecologica poiché eliminano il materiale fecale, lo degradano, lo interrano sottraendolo all’ambiente impedendo la diffusione e proliferazione di mosche con i relativi batteri anche patogeni. Negli ultimi anni con la rinaturalizzazione degli ambienti sono arrivati selvatici (caprioli, cinghiali, lupi, tassi, istrici ecc.) per cui abbiamo osservato la ricomparsa anche di certe specie di scarabei. Ciò fa parte della naturale evoluzione degli ambienti.

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Dove nasce la sua passione per la natura?

È stata una cosa innata, fin da bambino ero sempre attirato e affascinato dagli animali, i primi insetti li raccolsi a 6 anni a Campigna, trovai un Morimus un grosso cerambice e di li, incoraggiato da mio padre che ha sempre assecondato i miei interessi, prese origine la prima raccolta di insetti. Poi gli studi universitari, la professione e anche l’insegnamento di entomologia e materie affini presso l’Istituto Agrario di Ravenna e di Faenza (il glorioso Persolino), mi hanno permesso di continuare e di approfondire le mie conoscenze.

Quali le criticità maggiori o le buone pratiche da mettere in atto per preservare la biodiversità?

Preservare la biodiversità è cosa fondamentale, non semplice da effettuare in un parco come la Vena del Gesso Romagnola, dove l’area di “vero parco protetto” si limita alla superficie dell’area di cresta della vena. Tutto attorno sono aree private dove si possono esercitare attività economiche (agricoltura, cave, turismo) che non sempre s’addicono alla conservazione dell’ambiente naturale e interagiscono negativamente con la conservazione anche di questi insetti. L’azione principale sarebbe quella di acquistare direttamente le aree inserite nel parco, azione che sta cercando di fare la direzione del Parco, conservare l’ambiente naturale diversificando anche gli interventi, come mantenere prati incolti, lasciare materiale legnoso a terra per favorire lo sviluppo anche degli Scarabei xilosaprofagi, nelle are più vocate intervenire anche con impianti forestali di specie autoctone, eradicare (come si sta facendo) le specie alloctone in particolare le conifere introdotte negli anni 1960, e per quanto riguarda gli Scarabei coprofagi, favorire lo sviluppo di attività zootecniche biologiche (limitando l’utilizzo di prodotti antiparassitari e vermifughi che rilasciano residui nelle feci ed entrano nelle catene trofiche alimentari).

Samuele Marchi