«Ma da voi c’è pace?». Questa è la domanda provocatoria che ci ha lasciato il patriarca di Gerusalemme, cardinale Pierbattista Pizzaballa, al termine del nostro incontro svoltosi durante il pellegrinaggio della sezione Romagna dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro della settimana scorsa. «Non è possibile pensare alla pace in questa terra – ha proseguito il cardinale – senza costruire la pace nelle vostre realtà: famiglia, parrocchia, lavoro, associazioni». Forse è questa la vera sfida che questo pellegrinaggio lascia al piccolo gruppo che ha visitato i luoghi santi, ma soprattutto ha incontrato le pietre vive. I cavalieri e dame del Santo Sepolcro di Gerusalemme hanno come impegno quello di recarsi almeno una volta nella vita a Gerusalemme. Quello appena vissuto, il primo dal drammatico 7 ottobre 2023, è stata però un incontro con le “pietre vive” che ci hanno testimoniato tre aspetti che in questo momento, oltre all’aiuto concreto che si può portare, devono essere alla base di ogni ragionamento o impegno verso gli abitanti di quella terra.
Mettersi in ascolto della realtà

Suor Valentina Sala, provinciale delle suore di San Giuseppe dell’Annunciazione e nota come l’ostetrica che faceva partorire in acqua nello stesso ospedale sia mamme palestinesi che ebree ortodosse, ci ha regalato la prima parola: rispetto. Non si può venire in questa terra e aiutare senza mettersi in ascolto della realtà; ciascuno deve ricordarsi che si è stranieri e che le nostre categorie spirituali e sociali in quella terra non valgono. «Non si tratta di conoscere la storia dei due popoli, ma di condividere con loro il vissuto e la nostra testimonianza cristiana a costo anche di non essere sempre compresi».
La seconda parola ci è stata affidata dalle monache del santuario della Regina della Palestina a Deir Rafat: ascolto. Il primo impegno, potremmo dire il “comandamento zero”, è quello che nasce dallo Shemà ebraico: ascoltare non è semplicemente sentire i racconti della guerra, ma è «sintonizzare il cuore» senza giudicare. Questo ascolto si traduce poi in impegno: le suore dell’Istituto “Effetà” di Betlemme che ospita 184 bambini e ragazzi audiolesi o sordi, accompagnato nei primi anni dal cardinale Laghi e dall’indimenticato (anche là) don Gino Montanari, ha continuato la sua opera educativa e formativa con impegno e sacrificio, mettendo al centro sempre i bambini e le loro famiglie, perché la scuola è l’elemento fondamentale per cominciare a qualcosa di possa avvicinare la pace. La sintesi è venuta dall’incontro con il cardinale, che non si è limitato a raccontare l’impegno che ha profuso, ma ha condiviso la sua fatica di pastore di un popolo diviso in se stesso, perché, ad esempio, ci sono cristiani a Gaza, ma anche nell’esercito israeliano. «A guidarci devono essere la preghiera e la coscienza davanti a Dio – ha sottolineato il patriarca – per avere la libertà di chiamare male quello che è male e aiutare a riconoscere i semi di bene e di speranza» che ci sono in un mare di odio. Uno di questi è la parrocchia di Gaza che coinvolgendo tante persone anche non cristiane continua con la preghiera e la carità a distribuire aiuti a oltre 500 famiglie, mentre nei locali della parrocchia stanno cercando di riavviare le lezioni scolastiche per i bambini.
Lo Stato d’Israele dal 21 novembre, ha revocato lo stato di emergenza nazionale. La strada verso il ritorno dei pellegrini è avviata, perché la loro presenza contribuisce ad allentare le tensioni. Dopo questo pellegrinaggio penso che per la causa della pace sia utile una vicinanza concreta e rispettosa in mezzo a loro. Per questo tornerò presto. Là dove un abbraccio, un sorriso o un rosario di ulivo valgono tantissimo e diventano segni concreti di quella pace che forse manca un po’ anche da noi.
Tiziano Zoli














