Stralci di vita, vicende che scavano nelle fragilità, nei dolori, nelle piccole nevrosi, nei ricordi. Una raccolta di racconti che accennano storie senza un finale certo. Luoghi, ambienti e personaggi guardati attraverso il buco della serratura, per lo spazio di un attimo, senza sconti e senza giudizio. Con Dove non si parla di me, edito da Giraldi, la giornalista e scrittrice Gabriella Pirazzini torna alla forma breve per raccontare vite interrotte, emozioni trattenute, rabbia e tenerezza che convivono nello stesso respiro. La raccolta comprende racconti intensi e asciutti, frammenti di vita sospesi, a cui si affiancano gli haiku di Maurizio Lesmi come piccole pause poetiche. Storie di donne attraversate da fragilità, assenza, fratture, desideri inconfessati, sogni infranti, relazioni in bilico, dolori che si sedimentano e ferite che cercano un varco, un po’ come “Lo strappo” in copertina, opera di Maurizio Cervellati. Un libro da centellinare, a piccole dosi, perché ogni storia è un universo raccontato sempre con rispetto e delicatezza. Uno stile asciutto, senza sbavature, che non concede sconti, capace però di non crogiolarsi nella sofferenza altrui. “Amo ciò che si può dire con poco” scrive l’autrice nella prefazione. Dopo i romanzi “La misura” (2018), “Il ritardo” (2020) e “Le sovrapposizioni” (2023), editi sempre da Giraldi, la scrittrice imolese torna a scegliere la forma del racconto, come già aveva fatto in passato. La presentazione si terrà venerdì 21 novembre alle 20.30 nella Sala del Consiglio comunale di Solarolo, a ridosso della Giornata contro la violenza sulle donne.
Intervista a Gabriella Pirazzini

Pirazzini, il libro si apre con l’affermazione: “Le parole hanno un peso”.
Le parole possono ferire, guarire, sostenere, respingere. Hanno un peso potente. Volevo che il lettore entrasse subito nel cuore del libro.
Un libro diverso dagli altri.
Sì. Ci ho messo volutamente la sofferenza. E’ una raccolta di dolori.
“Racconto la vita facendo finta che sia inventata” scrive nella prefazione. Le storie sono tutte vere?
Quasi tutto parte da un nucleo reale. Poi arriva l’esagerazione che la scrittura consente. A volte penso che qualcosa sia troppo forte, ma la vita è sempre capace di sorprendere. Il dolore è democratico: accomuna mondi lontanissimi.
L’ispirazione arriva dal quotidiano?
Al bar o in fila alle poste ascolto le conversazioni delle persone. E poi amiche, amici. La cosa incredibile è che nessuno racconta mai gli aspetti felici: sono sempre problemi, drammi, sfortune. E così nascono questi frammenti, polaroid di vita. Storie che parlano di fragilità, rancori che spesso ci vergogniamo di nominare. Il rancore, però, non è cattiveria: è l’ammissione delle proprie fragilità.
Perché il ritorno alla forma del racconto?
Ne sentivo il bisogno. Avevo molte cose da “buttare fuori” e altre da raccontare perché mi pesavano. Il libro per me è stato come un Alka-Seltzer mentale. Senza contare che i racconti permettono di chiudere un cerchio e aprirne subito un altro.
Gli uomini non ne escono benissimo.
Questa è un libro che dedico alle donne. Nei romanzi precedenti c’era un protagonista maschile ‘buono’. Nelle donne c’è anche rancore cattiveria, cinismo, ma in questi racconti esce la parte buona. Era un debito che avevo. Nei racconti emergono fragilità femminili, nei miei romanzi quelle maschili.
Le sfaccettature sono molte.
La complessità mi interessa, nelle persone e nella scrittura. Credo che le dinamiche di relazione siano complicate e conflittuali ed è proprio questa parte di conflitto che esce nei racconti.
Le storie sono tutte drammatiche: c’è spazio per la speranza?
Certo, anche se non lo lascio trasparire esplicitamente. I lettori me lo dicono spesso: percepiscono una possibilità di redenzione, di riscatto. Le storie sono aperte, il lettore può immaginare il “dopo”.
Quanto del suo vissuto entra nel libro?
Sempre qualcosa. Molti ricordi di infanzia sono miei, ma sono anche ricordi condivisi. Camuffo molto, ma il personale trova sempre un varco.
Anche questo libro sostiene un progetto sociale.
Come per le mie opere precedenti, i diritti d’autore saranno devoluti alla Fondazione Matteo Bagnaresi, sezione di Imola dedicata ad Alessia e Chiara. Offriamo un doposcuola gratuito a bambini e ragazzi. Abbiamo una cinquantina di volontari e circa cento iscritti. È un impegno che dà senso alle mie giornate.
L’associazione è intitolata a sua figlia Alessia. Come si attraversa un dolore così grande?
O ti chiudi, o fai. L’agire aiuta, il dono rimette in piedi. Scrivere devolvendo i proventi all’associazione è diventato un modo per restituire qualcosa.
Lei è anche una giornalista televisiva. Che cosa significa per lei scrivere oggi?
Stare nelle retrovie. Raccontare la vita, ma senza esserne invasa. Vivo in un mondo lontanissimo dai romanzi che scrivo. In tv fai parlare gli altri, non c’è spazio per il tuo racconto. Quando scrivi hai la possibilità di mettere qualcosa di tuo. Non ho un’ambizione che mi guida in questo: un messaggio sincero di un lettore è il regalo più grande.
Chi è Gabriella Pirazzini
Gabriella Pirazzini è nata a Imola nel 1955 e dopo una laurea in filosofia, con tesi in psico-linguistica si è dedicata al giornalismo. Figlia d’arte (suo padre era l’inviato sportivo Ezio Pirazzini), si è dedicata a carta stampata, radio e tv. Ha preso parte alla nascita della prima redazione di Imola del Resto del Carlino, poi ha seguito la cronaca ed eventi in diretta per Radio Imola, ed è approdata a Telesanterno dove ha coordinato la redazione fino al 2018. Ora collabora nel settore della comunicazione agricola per diverse testate e si dedica completamente alla scrittura. Ha pubblicato la raccolta di poesie Lamento cosmico (Edizioni Albatros, 2011), due raccolte di racconti: Fantasia e così sia, donne attraverso lo specchio (La Mandragora, 2013) e Minuetto e altri racconti (Giraldi Editore, 2015) e il romanzo La misura (Giraldi Editore 2018).
Barbara Fichera














