L’umanità del prete a volte ce la scordiamo tutti. Purtroppo anche i diretti interessati. Ma la cronaca di quest’estate ce l’ha messa davanti agli occhi, con il suicidio di don Matteo Balzano, giovane sacerdote della diocesi di Novara. Di suicidi si parla poco e forse è un bene: le parole arrancano di fronte a un gesto così drammatico e a un dolore così profondo. Ma le domande ci sono, soprattutto per chi, come il rettore del Seminario Flaminio di Bologna, don Andrea Turchini, ogni giorno si confronta con il compito di formare giovani al ministero sacerdotale, con le loro fragilità, bellezze e nel mezzo di una società che spesso non capisce le loro scelte. Di questo vogliamo parlare con lui, che è anche assistente nazionale Agesci.

Intervista a don Andrea Turchini, a partire dal suicidio che ha visto coinvolto don Matteo Balzano, giovane sacerdote

Don Turchini, cos’ha pensato quando ha letto la notizia del suicidio di don Matteo?

Ho pensato che era una brava persona, stimata, che non ha avuto la forza di chiedere aiuto, e nessuno si è accorto del suo disagio. Perché queste cose si nascondono: la gente si aspetta sempre che tu stia bene. Non ha avuto l’opportunità di chiedere aiuto: è capitato anche ad altri con esiti meno drammatici. C’è una responsabilità individuale – manca il coraggio di chiedere – e una comunitaria. Credo che una persona dei segnali li dia e vanno colti e interpretati.

Come si fa? Cosa può fare la comunità?

Che sia una crisi spirituale, affettiva, morale, io credo possano esserci molte persone disponibili a dare una mano. Da alcune indagini sui preti italiani emerge che non hanno molti amici. Probabilmente perché serve un investimento di tempo e i continui trasferimenti non aiutano. Spesso è una forma di protezione di sé e degli altri. L’idea di prete “missionario” che nasce dal Concilio Vaticano II ha un prezzo. La nostra missione non si porta avanti da soli, ma in una comunità, che è fondamentale. Nei 35 anni che sono prete ho avuto la fortuna di viverne 34 in comunità. Parrocchie o realtà che mi hanno accolto per il tempo che c’ero, per vivere e condividere l’esperienza del ministero.

Che comunità possono stare accanto al prete?

Una volta c’era la sua famiglia che viveva con lui, ma ora è un modello difficile da replicare. Ci sono due realtà oggi che possono stare vicino al prete: il presbiterio, primo ambito di formazione, che deve diventare una comunità reale, e la parrocchia verso cui è inviato, chiamata a prendersi “cura” del suo sacerdote. Non come funzionario, ma come persona. Una relazione. Ci sono storie di comunità che diventano famiglie accoglienti. Nei contesti urbani è più difficile, ma io ne ho presenti.

Quali ad esempio?

So di preti che vivono percorsi di malattia importanti che vengono anche curati dalle loro comunità. C’è un prete con la Sla a Bologna. Oppure a Coriano c’è una parrocchia che si è presa cura del suo don fino ai 90 anni con una rete fatta di famiglie.

Perché, invece, di solito è piuttosto difficile?

Abbiamo tutti un’idea solitaria del presbitero che a volte è un po’ una giustificazione all’individualismo nel quale viviamo. Il prendersi cura a vicenda, laici e sacerdoti, è una sfida e oggi lo è ancora di più. Quella del seminario è un’esperienza di comunità, ma in passato è stata vissuta più nel senso cameratesco. Oggi, a Bologna, ci proviamo a costruire una comunità. Ci aiutano i numeri e la struttura, ma tra i tre obiettivi che ci siamo dati per la formazione dei preti questa dimensione è fondamentale. Non si “passa” senza. Nella comunità c’è la pienezza della vita del prete.

Come si “allena” l’umanità del prete e dei seminaristi?

L’umanità del sacerdote è la normale mediazione attraverso cui agisce la Grazia. Per noi, in seminario, è oggetto di formazione. Anzitutto attraverso la vita comunitaria che interpella ogni giorno i nostri seminaristi. Se fai fatica si vede subito. Poi attraverso percorsi di psicoterapia che vengono offerti a tutti coloro che lo desiderano e anche frequentati con soddisfazione. Da quest’anno abbiamo incontri sulle relazioni e sulla componente emozionale con suor Chiara Cavazza. E c’è una coppia di sposi che abita con noi, Matteo e Sara: anche loro hanno un ruolo formativo importante, informale. Infine abbiamo una cuoca con la quale interagiamo, ad esempio, chiedendo ai ragazzi di fare la spesa. Anche questo è un contributo a fare comunità.

Daniela Verlicchi