Bastava guardare i due leader, Trump e Putin, appena scesi dal proprio aereo, per capire che si sarebbe chiuso tutto in un nulla di fatto. Putin attraversava la pedana rossa con passo deciso, marziale, sorridente, da ex agente del Kgb, Trump impacciato, teso, scuro in volto, a cui è partito anche l’applauso. La regola del 7-38-55 nella comunicazione, resa popolare da Albert Mehrabian, si applicava pienamente a quei primi dieci minuti, che hanno dato poi il tono a tutto il resto. Il messaggio complessivo trasmesso in un confronto tra due persone è composto per il 7% dalle parole, per il 38% dal tono di voce e per il 55% dal linguaggio del corpo (postura, espressioni facciali, ecc.). Questa regola sottolinea l’importanza della comunicazione non verbale nel trasmettere emozioni e sentimenti.
Una reporter importuna aveva strillato “Quando smetterete di uccidere la gente?”, Putin l’aveva schernita affermando “Non sento, non sento” e il mood russo era spavaldo, il ministro Lavrov con la felpa CCCP, la sigla defunta dell’Urss, i cronisti fedeli al Cremlino a mangiare “Pollo alla Kiev” in aereo e lamentarsi delle brande. E il calore personale è durato fino all’ultimo, con Trump a chiamare il capo di un paese sottoposto a sanzioni internazionali, ricercato dal mandato della Corte Penale Internazionale, “Vladimir” e Putin a invitarlo a Mosca, in inglese.
Dopo il meeting, con Trump a mormorare “Niente accordo finché non c’è accordo” e Putin a incalzarlo spietato, “si devono eliminare le cause profonde di questa guerra”, vale a dire via il presidente Zelensky da Kiev, mai la Nato nel paese, un governo fantoccio di Mosca al potere.
Alla fine del vertice in Alaska – il primo faccia a faccia fra i due dal vertice del G20 di Osaka, in Giappone, nel giugno 2019 – i presidenti americano e russo hanno menzionato vagamente “molti punti concordati”, ma non hanno annunciato nessun accordo, tanto meno il cessate il fuoco che il capo della Casa Bianca insegue da mesi e Putin rifiuta: nessun passo avanti concreto verso la fine della guerra in Ucraina.
Parlando a fianco dell’omologo russo dalla base Usa Elmendorf-Richardson di Anchorage, Trump ha assicurato che progressi sono stati fatti: “Molti elementi sono stati concordati, e ne restano solo pochissimi”. Secondo il suo stile comunicativo consolidato significa che per ora c’è solo il fumo, mentre per l’arrosto occorre aspettare. La storia non si accontenta di realtà virtuali e non si ha nessun cessate il fuoco, neppure una tregua e la soluzione coreana – stop alla guerra senza trattato di pace – non è vicina. Trump che lascia la conferenza stampa senza domande dei giornalisti ne è la, dimessa, prova.
Per Putin solo toccare il suolo degli Usa, con le scarpe col tacco alto per guadagnare qualche centimetro, è un successo. La Corte Penale Internazionale lo vorrebbe a processo, Washington non la riconosce e quindi il presidente russo torna protagonista assoluto e riconosciuto.
Ma chi era certo, e quanti l’avevano affermato su giornali, tv, cattedre che la Realpolitk spazza ormai formidabile l’utopia del diritto internazionale nato nella stagione di pace dopo la Guerra Fredda, i diritti, le democrazie, la resistenza dei paesi invasi, i valori di tolleranza è rimasto deluso. Alla fine l’unico soddisfatto sembra proprio l’inquilino del Cremlino.
Tiziano Conti
Foto Wikipedia di Kremlin.ru, di Daniel Torok – White HouseFacebook,














