«Ho deciso di partecipare alla convivenza donne perché ci tenevo, avevo un bel ricordo, sapevo che ne sarei uscita bene, arricchita». Così Agnese, 23 anni, veterana della convivenza donne, si esprime sulla settimana di convivenza promossa dalla Pastorale vocazionale della Diocesi di Faenza-Modigliana, svoltasi quest’anno dal 15 al 20 marzo in Seminario. «È stato il mio quarto anno – racconta – e reduce da precedenti esperienze, l’aspettativa era quella di stare bene, come in un mondo paradisiaco». Trascorrere una settimana con persone care, in un clima di ascolto reciproco e convivenza, non è sempre facile. E forse è proprio questo che rende la settimana così significativa. «Questo è quello che mi porto a casa dopo una settimana di condivisione – spiega -: la difficoltà è stata importante per me, perché essere qui, in seminario, con altre amiche, non è vivere in un mondo parallelo o perfetto, ma, semplicemente, significa vivere la mia realtà quotidiana con i piedi per terra, ma aiutata da uno sguardo più profondo e più prezioso, lo sguardo di fede di tante altre persone, che abitano e vivono questo luogo».
L’idea più di 10 anni fa
Che cos’è questa convivenza donne? Quando nasce? Quali obiettivi persegue? A spiegarcelo è don Mattia Gallegati, incaricato della Pastorale vocazionale. «La convivenza donne – dice – nasce da un’idea promossa una decina di anni fa dall’équipe di pastorale vocazionale. Lo scopo era quello di affrontare tematiche di fede con una riflessione e un confronto tutto al femminile». Dopo più di dieci anni, la proposta continua ancora a trovare adesioni tra le nuove generazioni. A dimostrarlo sono le parole di Silvia, 26 anni, componente dell’équipe organizzativa. «Quest’anno hanno aderito ben 18 ragazze. Come sempre, la proposta è stata fatta con il desiderio di passare una settimana di condivisione insieme, lasciando però anche spazio a una riflessione personale, a un tempo per sé stesse. Ovviamente ciascuna ha poi portato avanti la propria routine, con uno sguardo diverso, legato alla Parola del Vangelo, sulla quale voleva svilupparsi la riflessione quotidiana. Allo stesso tempo, la Convivenza Donne vuole anche essere occasione per creare nuove relazioni, per stare insieme e per divertirsi».
Seminario, luogo speciale

A ospitare le 18 ragazze partecipanti e le 5 ragazze di équipe è stato, come ogni anno, lo stesso Seminario di Faenza e la scelta non è casuale, come ancora ci fa notare Silvia. «La scelta di fare la convivenza in seminario è legata al fatto che si vuole dare luce a un luogo importante per la nostra diocesi e mostrare sempre a più persone un luogo che, con varie opportunità e offerte, sta dando casa a tante realtà: la biblioteca Cicognani, le aule studio, la comunità propedeutica interdiocesana della Romagna, la fraternità intitolata a Sandra Sabattini, la curia e la redazione del Piccolo. Si vuole vivere in questa grande casa abitata, convivere senza invadere con chi già abita qui. Ci si vuole mischiare con un’importante realtà della Diocesi, affinché possa essere promosso quel senso di appartenenza, di un luogo fatto per noi e per tutti coloro che sono alla ricerca di qualcosa o qualcuno».
Esperienze e condivisioni

Questa grande esperienza di riflessione e condivisione di cui ci parla Silvia è guidata da un filo rosso, sempre scelto e dipanato con cura e sensibilità. «Ogni anno cerchiamo una tematica che possa portare le ragazze a riflettere su loro stesse e sulla vita di tutti i giorni, con uno sguardo legato e rinnovato dalla parola del Vangelo. Il tema scelto quest’anno Che senso ha? ha voluto soffermarsi su una riflessione legata alla sensibilità fisica di ciascuna, alle modalità con cui questa viene nutrita e sviluppata da un lato, o magari sottovalutata e ignorata dall’altro. La riflessione personale e il confronto di gruppo è aiutato anche da concrete esperienze e dall’ascolto di testimonianze. Quest’anno abbiamo proposto la teatro terapia, una sensoriale cena da bendate e una domenica passata a conoscere la cooperativa di Montetauro».
Le testimonianze

Anche Maria, 19 anni, ci ha raccontato la sua esperienza, che per lei, tra insicurezze e paure, è stata la prima. «Ho deciso di partecipare alla convivenza donne perché sentivo il bisogno di un momento di riflessione personale. Ho pensato che questa potesse essere l’occasione adatta per concedermi questo tempo. Essendo la mia prima convivenza donne avevo un po’ paura di non riuscire a conciliare i miei impegni. In realtà, le giornate sono state intense, ma importanti per riuscire ad arrivare a conclusioni più profonde, anche grazie all’accoglienza che fin da subito ho riscontrato da parte di tutte».
Per Maria, 22 anni, invece è il secondo anno di convivenza, che per lei significa una cosa sola: «donarsi all’altro». Maria, dopo aver partecipato a una prima convivenza donne, ha deciso di replicare, reduce da una passata esperienza di importante incontro dell’altra. «Per me, la settimana donne è un donarsi all’altra, che avviene in maniera molto spontanea. Semplicemente è una settimana in cui, attraverso la condivisione con le altre, è possibile riflettere ancora di più su sé stesse. È un vero e proprio regalo che noi ragazze, durante la settimana, scegliamo di farci».
Dopo una settimana vissuta con tanta voglia di stare insieme e con il desiderio di lasciarsi riempire dall’esperienza, Angelica, 22 anni, ci racconta quello che più della settimana si è dimostrato significativo per lei. «Dopo una settimana di convivenza, legandomi al tema dei cinque sensi, mi porto a casa la vista, uno sguardo di accoglienza e non di pregiudizio nei confronti di chi mi circonda. Mi porto a casa anche il gusto, gustare la giornata esattamente così come viene, stando con piedi e testa nel presente, senza preoccuparmi troppo di quanto deve ancora venire».
Come Angelica anche Anna, 19 anni, vuole valorizzare di più questi occhi: «Dopo una settimana mi porto a casa la consapevolezza e l’impegno di non dare le cose per scontate, si tratta di un atteggiamento che spero di portare avanti con uno sguardo più capace di sorprendermi».
E lo stesso cambio di prospettiva è vissuto anche da Ilaria, 22 anni, che custodisce in sé una Parola che rinnova. «Mi porto a casa riflessioni che mi hanno fatto crescere, ma soprattutto un legame diverso con Dio, una prospettiva nuova nei confronti della parola, una Parola che, se insieme, si riscopre».
Lisa Berardi














