Ad Antonio Passarelli, imprenditore napoletano, è stato confiscato un patrimonio immobiliare che sfiora i 300 milioni di euro per sospetta collusione con ambienti camorristici, a servizio dei quali avrebbe svolto un’intensa opera di riciclaggio di denaro.

Tra i beni sequestrati all’imprenditore anche un complesso a Russi in via Garibaldi

La Guardia di Finanza di Napoli ha lavorato anni su questo caso, giungendo al sequestro preventivo già nel 2017 e, fra i diversi complessi immobiliari, uno è presente a Russi. Si trova in via Garibaldi e conta 77 unità immobiliari di cui 28 abitazioni, altrettanti locali magazzino, 16 autorimesse e 5 negozi. L’immobile ha avuto una storia travagliata: ristrutturato negli anni Duemila, è sempre rimasto sfitto e invenduto, nonché bloccato, oltre che da un primo sequestro giudiziario del 2017, dalla Provincia per questioni di viabilità, con l’accesso auto negato da via Garibaldi e sul retro per indisponibilità dei confinanti. Senza dimenticare che rimesse e magazzini sono sotterranei, spesso soggetti a presenza di acqua. In realtà, nel tempo, è stato il Tribunale di Ravenna a mettere all’asta alcuni appartamenti riuscendo pure in qualche assegnazione. E qualche finestra che s’affaccia su via Garibaldi si può notare aperta. Lo stato di generale di abbandono della struttura, che dura ormai da anni, registra anche la segnalazione di una sottrazione nottetempo di arredi prelevati dai bagni di diverse residenze. Ma di questo non si hanno notizie circa l’individuazione degli autori.

Un’indagine lunga quindici anni

L’indagine, durata circa 15 anni, ha verificato che Passarelli avrebbe tenuto a Bologna il centro operativo della sua attività che, partita dal mondo delle truffe assicurative, era poi approdata al mondo del commercio e soprattutto delle costruzioni con investimenti in Campania, Lazio, Sardegna e Molise, oltre che Emilia Romagna. L’impennata del suo reddito sarebbe stata determinata dal denaro messo a disposizione da diverse famiglie camorriste (Mallardo, Di Lauro, Scissionisti, Puca, Aversano, Verde e Perfetto). Al riciclaggio, l’indagato sommava fittizie intestazioni di beni, oltre che il costante sottrarsi all’imposizione tributaria di ogni sua operazione.


Giulio Donat
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(foto Gianni Zampaglione)