Suor Dora Francisca Garcia, nata in Guatemala, è fra le responsabili internazionali della Sacra Famiglia di Helmet. Con la partenza delle suore del santo Cottolengo, rimaste a Russi un centinaio di anni a partire dal 1914, sembrava che qui dovesse cessare la presenza di donne consacrate. Invece, col parroco don Pietro Scalini qualche anno fa si iniziò a pregare proprio per questo. Ed ecco questa estate l’annuncio e in ottobre l’arrivo di quattro consacrate, di cui due destinate a un servizio di lungo periodo in parrocchia. Dora è consigliere generale della Congregazione, e nel 2025 conclude i due mandati di 6 anni ciascuno, per i quali è dovuta andare a vivere in Belgio. Ora è qui per accompagnare l’inserimento iniziale delle due consorelle più giovani scelte per vivere a Russi, Cécile e Micheline. Prima che torni a Bruxelles la invitiamo a parlarci di sé e della Congregazione in cui vive.

Intervista a suor Dora Francisca Garcia

Suor Dora, dove ha conosciuto la Congregazione?

Fin da piccola, nel mio paese, a Chiantla, in Guatemala. Le suore della Sacra Famiglia arrivavano come missionarie e uno dei loro apostolati era quello di dirigere la scuola parrocchiale. Mi attraeva la loro gioia, la loro presenza vicina e accogliente. C’era in loro un’opzione speciale per le famiglie e i più poveri, avevano un impegno per la promozione umana. Non solo welfare.

Quante siete oggi nel mondo?

Siamo 147 suore in tutto il mondo. In Europa vivono 23 suore (di cui 8 belghe) in Belgio e ora alcune anche in Italia, qui a Russi. In America Latina sono 33: 28 guatemalteche, 1 honduregna e 4 africane divise tra  Guatemala e Honduras. Infine, in Africa le suore sono 91, di cui 89 africane, 1 belga e 1 guatemalteca, presenti nella Repubblica Democratica del Congo, Ruanda e Mozambico. E l’istruzione per noi è una priorità.

I vostri santi di riferimento?

I nostri fondatori hanno concentrato il loro sguardo su Gesù, Maria e Giuseppe. La Sacra famiglia di Nazareth come fonte e modello della nostra comunione fraterna e del nostro impegno per il Regno di Dio.

Dora, com’è nata la tua vocazione?

Sono entrata nella congregazione nel 1984, avevo 23 anni. Ma fin da piccola sentivo dentro di me un’attrazione speciale verso Dio ed ero attratta dalle religiose, ero felice e mi piaceva quello che facevano. Volevo essere come loro. Da lì ho iniziato a vivere segretamente dentro di me il desiderio di donare, la sentivo come una vocazione speciale, che all’inizio non capivo. A poco a poco ho scoperto che Dio mi chiamava al suo servizio.

Questo cammino affonda le sue radici in 3 aspetti che ritengo fondamentali nella mia vocazione e missione all’interno della Chiesa. Per prima la vita condivisa con la mia famiglia. Poi ho conosciuto e sperimentato i valori umani, l’unità, la gioia, il lavoro, il servizio. Infine, la proiezione sociale: ho scoperto che il vangelo, la parola di Dio, nutre la nostra fede. Si prega, ma si vive anche attraverso il servizio e la carità. E questo mi ha portato ad aprire gli occhi, le orecchie e il mio essere a uscire da me stessa e dai miei complessi per scoprire che posso condividere anche chi sono come persona, con la realtà che mi circondava nella mia città e nel mio Paese.

La mia famiglia non è stata un ostacolo alla mia vocazione, è stata un punto di partenza. Oggi, dopo anni di vita religiosa, la mia famiglia continua ad amarmi e sostenermi, grazie a Dio.

In quali paesi sei stata nei tuoi primi anni da suora?

Ho viaggiato in Brasile, partecipando a un incontro di Pastorale vocazionale latinoamericana. In Belgio e a Parigi per la formazione per due anni e per l’accompagnamento nella casa di formazione. Come rappresentante della Congregazione nella nostra regione, ho viaggiato in Messico, Bolivia e tutti i paesi dell’America Centrale: El Salvador, Honduras, Nicaragua, Costa Rica e Panama. Negli ultimi anni ho viaggiato anche nella Repubblica Democratica del Congo, in Ruanda, in Mozambico e ora in Italia, come membro del Consiglio Generale della congregazione.

Avevi mai sentito parlare di Russi?

A Russi la gente è molto semplice, vicina e accogliente. Apprezzo il rispetto e la pazienza perché non parliamo la lingua, tuttavia ogni giorno le persone vengono e ci offrono parole di incoraggiamento e sostegno. Mostrano il loro affetto, l’amicizia e la preoccupazione per noi, il loro interesse per conoscerci, e per offrirci il loro sostegno materiale.

Cosa dici dell’Italia e dell’Europa?

È un continente che colpisce per il suo sviluppo, i progressi tecnologici, la sua storia e un ricchissimo patrimonio culturale. I suoi abitanti sono accoglienti. Gli italiani sono più comunicativi, estroversi. L’Europa intera è luogo di turismo, ed è anche il sogno di chi come noi vive in altri continenti. Vedo che esiste una grande sfida umana, quella di creare leggi che diano dignità alle persone.

E dell’Africa e dell’America Centrale?

In Africa e America Centrale c’è un grande valore nella famiglia. Il senso di comunità è forte. Tanto lavoro nei campi per le donne. La gente è più religiosa, la fede è vissuta attraverso la cultura, con le sue espressioni integrate nei nostri riti cattolici. Ad esempio, in Africa, il canto è una danza. In America Latina i riti di culture antiche, come in Guatemala, la cultura Maya e la religiosità popolare. Ma, nonostante ci siano ricchezze naturali, terra, raccolti, c’è molta povertà dovuta alle esportazioni, all’ingiusta distribuzione della terra, alle disuguaglianze sociali, alla corruzione, alla violenza.

Prima di partire, cosa consiglieresti a Cécile e Micheline?

Esprimo la mia gratitudine a Cécile e Micheline per la loro disponibilità alla missione, incoraggiandole ad andare avanti e mantenendo viva la fiamma della loro vocazione che le aiuterà in ogni momento, soprattutto di fronte alle sfide. Le invito ogni giorno a illuminare e rinnovare la vostra vita personale e comunitaria come religiosi della S.F.H. a partire dalla sorgente dell’amore che abbiamo scoperto a “Nazareth” e che contempliamo in Gesù, Maria e Giuseppe.

Giulio Donati