“Da medico, la mia esperienza mi porta a dire che i segnali che ci invia il corpo non mentono mai. Dobbiamo imparare a riconoscerli e a connetterci in maniera serena e autentica con il nostro corpo, per essere così testimoni autentici verso i nostri giovani”. Si è tenuto lo scorso 22 gennaio l’incontro “Quello che il corpo comunica”, tenuto dalla dott.ssa Chiara Belosi, ginecologa e sessuologa, all’interno del percorso formativo promosso dal servizio Tutela minori della Diocesi di Faenza-Modigliana e rivolto agli educatori impegnati in parrocchie, gruppi scout e attività catechistiche. Un’occasione per riflettere sul significato del corpo nella relazione educativa, con una prospettiva che unisce scienza, pedagogia e spiritualità.

Il corpo: avere o essere?

“Abbiamo un corpo o siamo un corpo?”, ha esordito la relatrice. Una domanda apparentemente semplice, ma capace di aprire profonde riflessioni. Considerare il corpo come un possesso (“ho un corpo”) rischia di ridurlo a mero oggetto, dimenticando la sua intima connessione con l’essere persona. Al contrario, riconoscere che “siamo un corpo” evidenzia come il corpo non sia solo una proprietà, ma non bisogna correre il rischio di viverlo in maniera autoreferenziale: il corpo è il luogo attraverso cui viviamo e ci relazioniamo con gli altri.

Questo approccio invita gli educatori a considerare il corpo dei ragazzi non solo come uno strumento, ma come una dimensione da custodire e rispettare. In un mondo che spesso esaspera i canoni estetici, è fondamentale trasmettere l’idea che il corpo sia “perfettamente imperfetto”, da accettare nella sua bellezza autentica.

La sessualità come parte dell’essere persona

Affrontando il tema della sessualità, la dott.ssa Belosi ha sottolineato come questa non possa essere ridotta alla genitalità. “La sessualità fa parte dell’essere persona nella sua integralità”, ha spiegato, coinvolgendo aspetti fisici, mentali e spirituali. Educare i giovani a una visione integrale della sessualità significa aiutarli a scoprire la bellezza di una dimensione che va oltre il puro aspetto biologico. Per gli educatori, ciò implica l’importanza di un linguaggio chiaro e rispettoso, che sappia parlare al cuore dei ragazzi e fornire strumenti per una crescita armoniosa. In questo senso, catechisti e capi scout possono essere guide preziose per aiutare i giovani a comprendere il valore profondo della corporeità.

Educare, non sedurre

Una parte significativa dell’incontro è stata dedicata alla differenza tra “sedurre” ed “educare”. “Sedurre significa portare l’altro a sé, educare significa tirare fuori quello che l’altro ha dentro”, ha chiarito la dott.ssa Belosi. Questo concetto è cruciale nel rapporto tra educatore ed educando, dove il focus non deve mai essere l’educatore stesso, ma il ragazzo e il suo potenziale, che dobbiamo aiutare a far fiorire nella sua unicità. L’educazione richiede un equilibrio tra emozione (pathos), razionalità (logos) ed etica (ethos). Spesso, ha osservato la relatrice, ci si ferma all’emotività, dimenticando di puntare a obiettivi più alti che coinvolgano anche la riflessione e il senso del bene comune. Questo approccio può fare la differenza nel creare relazioni educative autentiche e trasformative.

Il linguaggio del corpo

Un aspetto fondamentale emerso è il ruolo della comunicazione non verbale. “Il 55% delle informazioni che trasmettiamo passa attraverso la mimica facciale e il corpo; solo il 7% attraverso le parole”, ha evidenziato la dott.ssa Belosi. Essere consapevoli di questo significa imparare a leggere i segnali che il corpo invia, sia il proprio che quello degli altri. Per gli educatori, questo è un invito a connettersi con il proprio corpo e ad aiutare i giovani a fare altrettanto. La capacità di ascoltarsi – fisicamente ed emotivamente – è alla base di una relazione empatica e autentica. “Se conosco l’alfabeto del mio corpo, sarò in grado di comprendere meglio anche quello dell’altro”, ha sottolineato.

L’importanza delle emozioni

Infine, l’incontro ha posto l’accento sulla necessità di dare un nome alle emozioni e di lavorarci sin dall’infanzia. Le emozioni, infatti, comunicano e costruiscono relazioni. Per questo è fondamentale che gli educatori sappiano riconoscerle e valorizzarle, offrendo ai ragazzi un modello di relazione sana e rispettosa.

In conclusione, “Quello che il corpo comunica” ha offerto agli educatori uno spunto prezioso per riflettere sul proprio ruolo e sulle modalità con cui accompagnare i giovani nel loro cammino di crescita. Una chiamata a riconoscere il corpo come uno strumento di relazione e di scoperta, nella consapevolezza che educare significa, prima di tutto, aiutare l’altro a essere pienamente se stesso.

Samuele Marchi