Di seguito pubblichiamo la presentazione del volume Storia del Seminario di Faenza (Edizioni Delle Grazie) da parte del curatore del volume, Maurizio Tagliaferri. Il libro sarà presentato domenica 24 novembre alle 18, in Seminario a Faenza, in occasione dell’evento Segni di speranza.
Il libro raccoglie il contributo di oltre 20 studiosi, un’opera continuativa e integrale
Nel volume Storia del Seminario di Faenza ho raccolto il contributo di oltre venti studiosi, così da comporre un’ampia e ben pensata sintesi delle vicende del nostro seminario dalle origini ai nostri giorni. Assieme alla ricostruzione delle vicende interne, vi si trovano descritti anche i rapporti con la Chiesa locale e nazionale italiana, nonché con la società civile. Il taglio scelto rende originale la ricostruzione proposta che, appoggiandosi a nuove ricerche archivistiche e agli studi consolidatisi dopo i lavori di monsignor Francesco Lanzoni, finisce anche per battere strade parzialmente inesplorate. Soprattutto questo volume colma una lacuna che si protrae da fin troppo tempo. Infatti, a dispetto della rilevanza storica, ecclesiale e culturale del seminario faentino e della disponibilità di diversi studi relativi ad aspetti e personaggi specifici (penso ai lavori di Lorenzo Bedeschi, Rocco Cerrato, Marco Ferrini, ecc.), mancava a tutt’oggi una storia organica e completa. Gli studi riguardanti il seminario erano ancora in gran parte quelli di monsignor Lanzoni, dedicati a diversi aspetti e periodi storici dell’istituzione e risalenti al periodo 1898-1929. Ad essi si aggiungevano altri contributi, redatti prevalentemente negli anni Sessanta e Settanta del XX secolo da sacerdoti docenti nel corso teologico del seminario stesso. Tutti insieme, non delineavano però in maniera continuativa e integrale la storia dell’istituto vocazionale faentino.
Tanti i filoni seguiti nei singoli capitoli, che compongono il presente volume: dal faticoso avvio, al forte consolidamento, all’inevitabile confronto e scontro con le sollecitazioni e le sfide ‘esterne’ dei processi politici, sociali e culturali che hanno investito via via la società civile e religiosa, fino a mettere in discussione l’impatto del “messaggio cristiano” nella vita del paese.

L’importanza del Concilio di Trento
Il volume prende le mosse dalla sofferta situazione che si presentò all’uscita dal Concilio di Trento. Non c’è nessun dubbio che il numero eccessivo dei chierici, in grande parte non sufficientemente preparati per il loro ministero, il basso livello intellettuale e in parte anche morale del clero in cura d’anime e dei numerosi sacerdoti che vivevano di benefici semplici oppure di “stipendi di Messa”, furono una delle piaghe più profonde della Chiesa pre-tridentina. Le cause principali di questa piaga erano due: l’insufficiente controllo della idoneità degli ordinandi e la mancanza di istituti di formazione (all’infuori delle università e collegi annessi). Ambedue le cause esistevano più o meno in tutte le diocesi.
Per questo fu necessario il Concilio di Trento. Il livello di verifica negli esami divenne più serio e anche più rigoroso, diminuì il “favoritismo” degli alti prelati, la proibizione di tasse speciali fece scomparire i fenomeni di “corruzione”. Questo è uno degli innegabili successi del Concilio di Trento. L’altro, più grande ancora, è la realizzazione del seminario. Questo volume studia la fondazione del seminario e la formazione dei futuri sacerdoti. È nato per ricordare i 70 anni della inaugurazione della sede di viale Stradone, opera meritoria del vescovo monsignor Giuseppe Battaglia. Il volume è diviso in due parti. La prima contiene studi a carattere prettamente storiografico. La seconda parte contiene una serie di appendici-testimonianze, assai significative, dedicate a macroaree tematiche, persone od argomenti specifici non strettamente legati alla partizione storica dei contributi.
Le origini
Le origini del Seminario – come tutti sanno – risalgono al decreto Cum adolescentium aetas del Concilio di Trento (15 luglio 1563). A Faenza il percorso istitutivo si sarebbe avviato il 21 febbraio 1567, mentre solo tra il 1576 e il 1577 si può collocare la data di apertura del Seminario diocesano. Come dimostrano i vari contributi, è stato per molti secoli in Diocesi un luogo di cultura e di preghiera, palestra di idee e di confronto, realtà educativa viva ed efficace. Per fare nuova la Chiesa, al tempo della crisi luterana, bisognava creare nuove menti, capaci di portare avanti la Controriforma tridentina e guidare la comunità cristiana alla riscossa di un protestantesimo, invasivo anche nello specifico del nostro territorio. Perciò furono scelti per il Seminario uomini colti, prudenti e saggi, atti a formare i nuovi preti di questa Diocesi.
Del resto, la situazione del clero prima di Trento era disperata. Altrettanto quella dei vescovi, la maggior parte dei quali viveva alla corte dei Re. La cosa più interessante era la diversa situazione di chi entrava in Seminario e di chi si preparava al sacerdozio da alunno esterno. Fu allora san Pio X (1903-1914) a decidere che per diventare preti bisognasse fare almeno quattro anni in Seminario. Ancora nel secondo Ottocento infatti i chierici esterni erano più numerosi degli interni ed il primo a pubblicare un regolamento per i chierici esterni fu il futuro Leone XIII (1878-1903), quando era Arcivescovo di Perugia.
Il cescovo di Faenza, cardinale Carlo Rossetti, nella sua Relatio ad limina del 1651 scriveva che, quando fece l’ingresso in Diocesi nel 1645, lo fece «non sine magno animi dolore» («non senza grande dolore dell’animo»), perché trovò «ecclesiasticam disciplinam admodum collapsam, et cleri mores ideo depravatos, ut iam sicut Populus, sic esset et Sacerdos» («la disciplina ecclesiastica oltremodo decaduta e perciò i costumi del clero depravati, tanto che come già il Popolo, così era anche il Sacerdote»); un clero indaffarato «saecularibus negotiis» («in affari secolari»), chierici intriganti «armis dediti civiles fovebant discordias» («dediti alle armi, favorivano le discordie civili»), un clero che insidiava le monache, che non faceva catechismo, che non rispettava i suffragi e le pie volontà testamentarie; che trascurava la pratica sacramentale. In seminario c’erano 12 chierici. Nel 1646 lo stesso Card. Rossetti descriveva un miglioramento nella disciplina ecclesiastica ed ulteriori fatiche pastorali (Sinodi diocesani) negli anni successivi lo spingono a rallegrarsi: esercizi spirituali nelle principali chiese con abbondante afflusso di fedeli, confessioni, Messe etc.
Il Rossetti non dice il numero esatto dei preti. Doveva essere molto alto, come dimostrano alcuni Stati d’anime. In una “descrizione” del 1612, cioè qualche anno prima dell’arrivo del Rossetti, gli ecclesiastici giungevano a 982 in Città e a 2.183 nella Diocesi; le parrocchie di Città erano 27, e si calcolavano fino a 26 conventi di monaci e monache; 60 erano le chiese pubbliche. Tanto abbondante era la richiesta, che nessuna “pastorale vocazionale” era necessaria. Tanta abbondanza di preti ed una disposizione canonica del secolo XVII non consentì a taluni di ricevere l’Ordinazione, in quanto sprovvisti del “patrimonio sacro”. Anche a Faenza la formazione del clero è continuata secondo i metodi tradizionali: vi erano le scuole cattedrali, eppure sovente era un prete che presentava al Vescovo il candidato, e il Vescovo lo ordinava. Ma quel candidato viveva in famiglia e spesso non era molto preparato.
Il Seminario vescovile Pio XII fu costruito 70 anni fa

Nel volume troviamo ricostruita la storia di tutti gli edifici del Seminario, fino all’attuale, aperto 70 anni fa da monsignor Battaglia. Non sono mancati i momenti drammatici: dalla bufera napoleonica, alla crisi post Concilio Vaticano II. Fino a dopo il Concilio Vaticano II, avere un figlio prete poteva rivelarsi per una famiglia una scelta fruttuosa, quand’egli fosse riuscito ad avere una sua parrocchia, delle cui entrate, sia pur di media entità, potevano godere lui stesso e i suoi familiari.
L’impronta data da alcuni vescovi alla Diocesi e al Seminario rimane evidente fino al periodo seguito al Concilio Vaticano II, di volta in volta reinterpretata dai Rettori che si sono succeduti in questo arco di tempo, come – ne cito solo alcuni, fra i più significativi – Francesco Lanzoni, Franco Gualdrini, Alfredo Zini e l’attuale, Michele Morandi: ognuno di essi ha saputo tener vivo uno stile tutto “faentino” di formazione sacerdotale e nel tempo stesso integrarvi le istanze di rinnovamento, che di volta in volta sono emerse dal confronto continuo e necessario con l’evoluzione della cultura e della società.
Oggi il Seminario di Faenza è il luogo della “Comunità Propedeutica” per quasi tutte le diocesi dell’Emilia Romagna e per alcune diocesi della Sardegna, è anche la sede della Fraternità “Sandra Sabattini”, dell’Oratorio cittadino e di molto altro.
Maurizio Tagliaferri














