Taglio del nastro all’Urban Center, per l’Anpi , che ha inaugurato la mostra “Brutti, sporchi e cattivi, 100 anni di emigrazione italiana fra discriminazione e pregiudizi”. Scritti, disegni e foto sul fenomeno emigrazione con protagonisti i marradesi: nella prima parte dall’inizio del secolo con mete transoceaniche verso le Americhe, nella seconda parte verso i paesi europei.
Le immagini hanno mantenuto la forza evocativa e il vissuto dei protagonisti, facendo riflettere su come sia tragico lasciare la propria terra e i cari alla ricerca di una nuova vita dall’esito incerto.
Marradesi protagonisti delle partenze per le Americhe e l’Europa del Nord, in cerca di una vita migliore
La signora Danila Calderoni, che insieme alla sorella Luisa ha coordinato l’iniziativa, ha sottolineato come la mostra voglia essere un omaggio ai migranti, in particolare marradesi e al contempo un seme contro il pregiudizio che da sempre è una costante nei confronti dei migranti. Ci piace ricordare, fra le tante, le testimonianze di Alfredo Bellini e Rita Alpi oltre a quelle di chi è intervenuto dal vivo, come Leonarda Malavolti e Gian Carlo Benericetti, che ci hanno riportato dagli anni cinquanta, ai primi anni settanta.
La guerra aveva lasciato terribili conseguenze e le emergenze economiche erano stringenti, anche perché le attività legate al mondo rurale iniziavano a non essere più sufficienti per molti. Come altrove, gli uomini, per lo più giovani, si indirizzavano verso i paesi di confine, in particolare Svizzera, Germania e in parte Francia.
L’emigrazione in Svizzera tra pregiudizi, discriminazioni e difficili ricongiungimenti familiari
Alfredo, che rimase in Svizzera come muratore dal 1958 al 1963, racconta che c’era sempre un gancio che apriva il contatto, al quale poi seguiva un ingaggio con un contratto di lavoro. Gli italiani venivano chiamati “cingali”, che in realtà voleva dire zingari. C’era una non sempre velata discriminazione, in base alla regione di appartenenza. Tuttavia, grazie anche a una padronanza sempre migliore della lingua e rispettando appieno leggi e regole, il bilancio della permanenza è stato sostanzialmente positivo. Il problema più grave sono stati nel tempo i ricongiungimenti familiari, e la fatica a tenere i bambini con sé. Anche Rita racconta che ha vissuto bene gli anni in Svizzera, era una tra le poche donne dell’epoca a lavorare insieme al marito in un atelier di tappezzeria. La difficoltà più grande era rappresentata dai tempi e ritmi di lavoro: spesso più di nove ore consecutive, che ha impedito loro di accudire direttamente la loro figlia più piccola, cresciuta di fatto da un’altra famiglia. Leonarda non ricorda volentieri quegli anni, ancora oggi prova una profonda commozione; insieme alla mamma avevano seguito il babbo, che era uno scalpellino nella Svizzera francese, dove ha vissuto l’infanzia e la prima giovinezza. Il ricordo peggio- re è legato proprio all’arrivo, quando uomini e donne in ambienti promiscui o addirittura all’aperto, venivano messi a petto scoperto per permettere di praticare i primi esami medici a garanzia della loro salute, prima di iniziare a lavorare.
Durante gli anni trascorsi in Svizzera, nonostante frequentasse le scuole si sentiva diversa, emarginata. Spesso gli italiani erano malvisti e bersaglio di preconcetti, come purtroppo avviene ancora oggi nel modo delle migrazioni. Il babbo fu poi colpito dalla silicosi, e solo al rientro in Italia ebbe pieno riconoscimento della malattia come conseguenza del lavoro svolto nelle cave di quarzo.
Furono molti gli scalpellini marradesi, abitanti soprattutto di Biforco, che in quegli anni lavorano all’estero e subirono questa sorte. L’incontro è stato concluso da Alberto Tassinari, che ha evidenziato i continui cambiamenti che subiscono le migrazioni, mantenendo tuttavia alcuni aspetti comuni: si emigra per sfuggire da ambienti devastati da calamità naturali, guerre o da problemi economici, sperando e sognando vita migliore per sé e per la famiglia.
Oggi la parola emigrante comprende tutto: si va dal pensiero per la gente sui barconi, alla fuga di cervelli e spesso si dimenticano le sensibilità personali, le storie individuali.
Certo è che da sempre bisogna fare i conti con i flussi migratori, con politiche adeguate , con iniziative di formazione che partono dalla scuola, e riconoscere che le migrazioni sono un tassello importante, anzi indispensabile per un autentico progresso delle civiltà.
Fedora Anforti













