Un essere umano è fatto in modo tale che non si realizza, non si sviluppa e non può trovare la propria pienezza «se non attraverso un dono sincero di sé». E ugualmente non giunge a riconoscere a fondo la propria verità se non nell’incontro con gli altri: «Non comunico effettivamente con me stesso se non nella misura in cui comunico con l’altro». Questo spiega perché nessuno può sperimentare il valore della vita senza volti concreti da amare. (FT 87)

Mi sembra importante partire da questo breve estratto dell’enciclica Fratelli tutti di papa Francesco perché esprime quello che ho sperimentato sia nell’esperienza della Fraternità giovani in Seminario a Faenza sia quello che sto vivendo ora nella Comunità Propedeutica Interdiocesana: la mia crescita avviene come uomo, cristiano, grazie alla vita fraterna. Infatti, da marzo 2020, mi è stata data la grazia di poter vivere al quinto piano del Seminario di Faenza insieme ad altri ragazzi e ragazze. La proposta si caratterizza dal mettersi in gioco, nel cominciare a prendere sul serio le scelte e le difficoltà della vita, per condividendole insieme ad altri. In questo contesto si sperimenta che cosa vuol dire uscire da casa propria, dove non ci sono più i genitori e le piccole comodità, e vivere alcune nuove responsabilità. Stare con loro è stata la mia “palestra di vita” perché ha contribuito a mutare e “arrotondare” gli angoli più duri del mio carattere, liberandomi di certi schemi e rigidità che portavo dentro di me.

L’esperienza in Fraternità mi ha mostrato che vivere con altre persone, con abitudini e trascorsi differenti, significa anche riconoscere e volere bene alla loro unicità. Questo si traduceva nel tempo speso e donato per gli altri nei servizi in casa, nell’ascolto dell’altro o dell’altra che vivevano con me, nell’imparare anche ad accogliere nel miglior modo possibile chi entrava in quella famiglia. Inoltre, mi sono accorto maggiormente del peso delle mie parole, dei miei gesti e degli sguardi che rivolgevo agli altri.

Quello che ho sperimentato in Fraternità fino a settembre 2021, mi ha dato modo di iniziare diversamente, rispetto a come mi aspettassi, anche l’esperienza nella Propedeutica, cominciata per me a ottobre dello stesso anno. Anche questa è una “famiglia” insolita, composta attualmente da undici ragazzi, che vogliono verificare la loro intuizione riguardo alla vita sacerdotale. Questa verifica si struttura in una riflessione su di sé, sulla propria storia, grazie al confronto con don Michele Morandi e don Mattia Gallegati, che vivono con noi e con don Ottorino, il nostro padre spirituale.

In aggiunta a questi, ma non meno importante, vi è la vita fraterna in comunità, che si esprime in una “destabilizzazione” della mia persona, perché sperimento il valore “dell’uscire da me” per potermi rivolgere verso l’altro con cui vivo e questo comporta un piccolo “terremoto”. Ed è ancora una volta questo il punto in cui io personalmente cresco: vedo che la mia vita acquista più respiro facendo spazio a quel fratello, semplicemente imparando a volergli bene. Infatti, ciò che sta caratterizzando il mio cammino in Propedeutica è l’invito costante a un’attenzione al singolo, che si concretizza in gesti di affetto e di sguardo non superficiali.

Daniele Oltrecolli