Dopo un anno cominciamo ad avere quel “tempo lungo” per guardare con distacco a ciò che stiamo vivendo, dentro e fuori di noi. É l’anniversario dell’inizio del lockdown in Italia. Si parla tanto di virus, ma è utile comprendere anche le difficoltà che ha creato. Chiusi in casa, invisibili dietro un video, fragili nell’intimità delle loro case, sono i ragazzi, o meglio gli studenti. È importante ascoltarli e svolgere una riflessione pedagogica su chi soffre in modo sottile.
Di fronte alle facili critiche, gli adolescenti hanno dimostrato, almeno per quello che è il mio piccolo osservatorio scolastico, l’attenzione che si chiedeva loro.
“Prof, come devo stare, non ho vissuto un anno di vita”. “Sa, l’estate che credevo di passare in modo grandioso, quella dei 18 anni, l’ho dovuta trascorrere nella paura”. Sono le voci dei miei ragazzi, troppo profonde per non toccarmi dentro. Oggi ho deciso di chiedere finalmente a loro, ai miei ragazzi, cosa pensano del loro anno perso dentro casa, dimenticati dagli adulti. Da mesi colgo come, la famigerata Dad, cominciata con entusiasmo, si è trasformata in un silenzioso rito di ascolto, univoco, anche sotto gli stimoli che si possono creare con gli strumenti della tecnologia.
Condivido con loro quest’ultimo pensiero, mi viene risposto “Eh sa, siamo diventati alienati, molto di più di come eravamo prima, non c’è voglia di fare nulla, ora”, “Si infatti”, interviene un altro “il problema è l’ozio, io mi accorgo che dormo di più, non so cosa fare”. In effetti, noto che, tranne i ragazzi che già da prima erano dipendenti dai giochi online, per gli altri, esaurite anche le serie tv rimane poco da fare. Tuttavia c’è anche altro, i ragazzi riconoscono in loro una forza che non sospettavano di avere, una resilienza che li fa andare avanti e, chi lo esplicita racconta “vivo col paraocchi, stringo i denti e sono impassibile perché non si riesce a progettare nulla così, vado avanti”. 
E poi affermano di apprezzare le piccole cose, i piccoli gesti “Ora andare al supermercato per due ore è diventata una piccola liberazione, godo delle piccole cose”.
Ci accorgiamo che scuola non è solamente didattica ma socialità, vita, esempio, imparare a stare al mondo da parte di questi ragazzi che ora protestano addirittura tornare sui banchi.
Questa “uscita didattica prolungata” sta facendo capire molte cose anche a noi adulti, così come dice Andrea con l’impulsività che lo caratterizza “prima c’era classismo, ora siamo tutti uguali, non ci sono classi sociali, Il ricco e il potente devono coprirsi come noi gente comune”, e con più livore, una ragazza afferma “sono arrabbiata perché hanno dimostrato di non sapere nulla, cambiano sempre le regole”.
Una volta, molti anni fa, in una conferenza sentii don Luigi Ciotti, interrogato su chi sono i nuovi poveri, affermare che i nuovi esclusi nella nostra società erano i ragazzi che non vedevamo, persi dietro uno schermo, anonimi e rifiutati. Oggi mi risuonano molto attuali queste parole. Certo, la tecnologia è diventata un mezzo per comunicare e non per isolarsi. Mi chiedo ancora quanto durerà questa esclusione, in un mondo in cui si parla tanto di economia e poco di valore, tanto di ripresa e poco di comunità, in cui i fantasmi, gli esclusi sono diventati coloro che possono stare a casa perché “non producono”. Chiudo con la bella immagine di una studentessa che ha imparato con impegno a dipingere i manga, la sua passione da sempre, con le tempere. Occorrerà un giorno imparare anche noi a cambiare le tecniche con cui sviluppare questo mondo, pennellare relazioni nuove, non dimenticarci degli angoli inediti che questo tempo sospeso ci sta illuminando.

Davide Bandini

docente Istituto Persolino-Strocchi