In Terra Santa c’è chi parte, chi resta nonostante tutto e chi, controcorrente, sceglie di arrivare. È il caso di Lucia D’Anna, violoncellista varesina che dal 2015 vive a Gerusalemme. Era arrivata per studiare, è rimasta per amore: qui ha incontrato Jamil, musicista palestinese cristiano, oggi suo marito. Insieme hanno un figlio di cinque anni, Nadir. E una vita che ogni giorno si misura con la complessità di questa terra.

Lucia lavora come referente dei corsi accademici dell’Istituto Magnificat – scuola musicale fondata dalla Custodia di Terra Santa – ed è anche ricercatrice per l’Università di Modena e Reggio Emilia. Ma il suo impegno va ben oltre le aule. Sin dall’inizio, infatti, ha attraversato entrambi i mondi che qui convivono e si scontrano. Durante la settimana suonava nell’orchestra barocca di Gerusalemme, composta da musicisti israeliani. Nei fine settimana, invece, prendeva il violoncello e andava a insegnare nei campi profughi palestinesi. «È stata una scuola di vita durissima – racconta –. Da una parte colleghi israeliani straordinari, dall’altra bambini che vivono situazioni difficilissime. Ma proprio lì ho capito cosa può fare la musica».

Educare alla bellezza nei campi profughi palestinesi

Nei campi profughi – da Betlemme a Jenin, dove nel 2021 ha suonato con un’orchestra locale in un contesto tesissimo – la musica diventa molto più di un’attività educativa: è uno spiraglio. «Può dare una possibilità di cambiare la propria vita, ma soprattutto educa alla bellezza, dove di bellezza se ne vede poca. Insegna il rispetto, la disciplina, l’ascolto. E aiuta a tirare fuori emozioni forti: paura, rabbia, tristezza, ma anche la gioia di suonare insieme».

Le storie che Lucia porta nel cuore sono tante. Come quella di un bambino di dieci anni, violoncellista di grande talento, scomparso per settimane dal campo. «Quando l’abbiamo ritrovato, ha spaccato il violoncello davanti a tutti. Piangeva, ci chiedevamo il perché. Suo padre era stato arrestato e lui aveva dovuto iniziare a lavorare vendendo sigarette. Non poteva più venire a lezione». Alla fine, grazie a un piccolo sostegno economico legato alle lezioni, è tornato a suonare. «Ma capisci quanto sia fragile tutto». Oppure l’incontro con un ragazzo palestinese che non aveva mai visto il mare. «Gli ho detto ingenuamente: “Domani vado a Tel Aviv, vieni anche tu?”. È impallidito. Solo dopo ho capito: per lui era impossibile, e quel mare non l’aveva mai visto».

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In questo contesto, anche insegnare diventa un esercizio di umanità totale. «In un campo profughi devi saper fare tutto: educatore, psicologo, a volte persino il falegname. Gli strumenti arrivano distrutti, li ripariamo con quello che abbiamo, una volta mi è capitato di riparare un violoncello con nastro e vinavil. Ma quando un ragazzo scopre di avere talento, magari con un orecchio assoluto, allora capisci che ne vale la pena».

“Facciamo musica e questo basta. Sono nate anche amicizie tra giovani palestinesi e israeliani”

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Accanto a questo, c’è l’esperienza dell’Istituto Magnificat, che Lucia definisce «uno spazio di coesistenza reale». Qui insegnanti in maggioranza ebrei israeliani lavorano con studenti palestinesi, cristiani e musulmani. «A lezione non parliamo di politica, non parliamo di religione. Facciamo musica. E semplicemente ci trattiamo come esseri umani. Sei mio collega, sei mio allievo. Questo basta». Un approccio concreto, lontano dalle etichette. «A volte si parla della nostra esperienza come un esempio virtuoso di “dialogo interreligioso”, ma a me non piace come definizione. Noi facciamo musica insieme per un’ora e mezza. E questo vince su tutto». I frutti si vedono nei piccoli segni. «Due ragazzi, uno palestinese cristiano e l’altro ebreo israeliano, si sono trovati a condividere la stanza durante una tournée. Da compagni di leggio sono diventati amici veri». Anche per questo il Magnificat sarà protagonista a luglio al Ravenna Festival, con concerti al Teatro Rasi e al museo interreligioso di Bertinoro. Un ponte culturale che parte da Gerusalemme e arriva in Romagna.

Ma la vita quotidiana resta segnata dalla tensione, soprattutto dopo il 7 ottobre 2023. «Per chi come me non è né israeliano né palestinese, è stato l’inizio di un tempo ancora più complesso. In casa ho una frontiera». Lucia racconta con sincerità anche le difficoltà familiari: «Per molti palestinesi Hamas era la resistenza. Per me chiamare resistenza il terrorismo è difficile. Però col tempo anche loro hanno iniziato a dubitare, a farsi domande». Eppure, proprio nei momenti più duri, emergono legami inattesi. «Dopo i bombardamenti su Gerusalemme, alcuni colleghi israeliani mi chiamavano per sapere come stavo. Sono piccoli gesti, ma significativi».

“Come cristiani siamo una minoranza, ma possiamo essere una chiave per aiutare le persone a comprendersi”

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La guerra entra anche nelle case. «A luglio 2025, durante i primi bombardamenti legati all’Iran, siamo rimasti chiusi dentro per una settimana. Come murati». In quei giorni, a sostenere la famiglia è stata anche la fede, semplice e profonda, di un bambino. «Nostro figlio pregava la Madonna tutti i giorni. Andavamo al Santo Sepolcro: era l’unica cosa che lo faceva sentire protetto». Nonostante tutto, Lucia e Jamil hanno scelto di restare. «Ci sentiamo responsabili verso questa terra. Come cristiani, ma anche verso i nostri allievi, verso chi non può andarsene». Per Lucia, proprio i cristiani possono avere un ruolo particolare: «Siamo una minoranza, e questo ci limita. Ma può essere anche una chiave: possiamo aiutare a comprendersi».

Nel frattempo, ha iniziato anche a scrivere per L’Osservatore Romano, per raccontare un’altra faccia della Terra Santa. «Si parla sempre di numeri, di morti e feriti. Io voglio raccontare le persone normali, quelle che cercano di fare del bene». E in mezzo alla complessità, resta anche la bellezza. «Questa è la terra più bella del mondo, ma anche la più complicata. Quando tutto diventa pesante, vado nel deserto: la natura ti ricorda che c’è qualcosa che non si piega alle logiche degli uomini». Oggi Gerusalemme è cambiata. «È diventata più silenziosa. Durante la guerra si sentivano solo gli uccellini e i gatti». Un silenzio carico di attesa.

Eppure, tra le pietre antiche e le ferite aperte, continua a risuonare una musica diversa. È quella di chi, come Lucia, sceglie ogni giorno di restare. E di resistere, semplicemente, restando umano.

Filomena Armentano, Samuele Marchi