Difficoltà economiche, restrizioni, instabilità politica. Oggi più che mai, la popolazione cristiana in Terra Santa è messa a dura prova. La guerra arabo-israeliana del 1948 provocò l’esodo di circa 50-60mila cristiani palestinesi su un totale di 726mila. Da allora il fenomeno non si è arrestato. Si stimano circa 50mila cristiani in Palestina e poco più di 120mila in Israele. I fatti del 7 ottobre 2023 hanno peggiorato tutto. Eppure, tra le colline della Cisgiordania, c’è chi continua a resistere. Taybeh è uno di questi luoghi. Poco più di 1.200 abitanti, tutti cristiani: un caso unico nei territori palestinesi. Il villaggio si trova a pochi chilometri da Ramallah, ma la distanza reale è ben diversa. «Senza check point basterebbero dieci minuti – racconta il parroco del Santo Redentore padre Bashar Fawadleh – ma oggi serve anche un’ora e mezza».

Dal 7 ottobre 2023 la situazione si è fatta sempre più complessa: 15 famiglie hanno lasciato il villaggio

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Padre Bashar è giovane, ha circa 40 anni. È arrivato qui nel 2021 e parla anche un po’ di italiano, «la lingua della musica», dice sorridendo. Ma il suo racconto si fa subito serio. «Questo è sempre stato un villaggio tranquillo. Ma dal 7 ottobre 2023 la situazione è cambiata: subiamo continui attacchi da parte dei coloni». Le conseguenze sono concrete e quotidiane. «Non c’è sicurezza, non c’è libertà di movimento. Non possiamo andare a Gerusalemme». Il lavoro è diventato un’emergenza. Circa cento persone che prima lavoravano fuori dal villaggio oggi non hanno più i permessi. «E quando manca il lavoro – spiega – le famiglie se ne vanno». Finora sono quindici quelle che hanno lasciato Taybeh, dirette verso Stati Uniti, Spagna o Guatemala.

L’attacco alla chiesa di San Giorgio e la risposta delle comunità cristiane

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Il cuore economico del villaggio resta l’agricoltura: ulivi, vino, persino la birra artigianale: il marchio Taybeh è molto noto nel Medio Oriente. Ma anche questo è sotto pressione. «I coloni mandano le mucche a mangiare i frutti dei nostri alberi, ci impediscono di raccogliere le olive, bruciano le macchine. Vogliono spaventarci per mandarci via». Gli attacchi, racconta, si sono intensificati nel tempo. Dopo episodi nel 2023 e nel 2024, il 2025 ha segnato un’escalation. Il momento più duro è stato il 7 luglio, quando è stata incendiata l’area della collina del cimitero, dove sorge l’antica chiesa di San Giorgio, uno dei siti cristiani più antichi della Palestina. «È stato un colpo durissimo». Sui muri compaiono anche scritte minacciose, mentre in alcuni casi si è arrivati a sparare. «L’obiettivo è farci paura».

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Eppure la risposta della comunità non è stata quella della resa. Il giorno dopo l’attacco, Taybeh ha ricevuto la visita dei patriarchi di Gerusalemme e di numerose delegazioni internazionali. «Una giornata storica», la definisce padre Bashar. Ma la vera risposta è stata un’altra: «rimboccarsi le maniche». La parrocchia è diventata il fulcro di una rete di sostegno. «La Chiesa è presenza», ripete il sacerdote. E questa presenza si traduce in azioni concrete. Attraverso il Patriarcato latino sono state attivate diverse realtà: una scuola, una casa per anziani, un centro medico della Caritas, strutture di accoglienza, una web radio, attività sportive e culturali. «Abbiamo creato lavoro per più di cento persone».

Una comunità che non si arrende, tra borse di studio e laboratori di ceramica

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Non solo. Sono stati avviati progetti per sostenere le famiglie e trattenere i giovani: borse di studio, aiuti per l’università, e un piano per realizzare nuovi appartamenti a prezzi accessibili. «Vogliamo permettere alle famiglie di restare qui, di continuare la vita cristiana in questa terra».

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La birra prodotta a Taybeh

Tra le idee anche un laboratorio di ceramica per offrire opportunità lavorative alle donne, con la produzione di simboli di pace da diffondere all’estero. Accanto all’impegno sociale, resta quello civile: «Dobbiamo far sentire la nostra voce a livello internazionale, chiedere sicurezza e il rispetto dei diritti». Ma sempre con uno stile preciso: «Vogliamo convivere con tutti e costruire una pace non violenta».

Padre Bashar: “Venite, vedete, state accanto a noi”

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In questo equilibrio fragile, tra paura e determinazione, Taybeh continua a vivere. Le relazioni con la popolazione musulmana restano buone. Un segno che la convivenza è possibile. «Nelle difficoltà la Chiesa è presenza», ribadisce. Prima di congedarsi, padre Bashar affida un appello semplice, ma diretto: «Venite, vedete, restate con noi. Ascoltate la nostra storia, guardate la nostra realtà e raccontate la verità».

È forse questa la richiesta più forte che arriva da Taybeh: non essere dimenticata. Perché, nonostante tutto, qui la presenza cristiana non è solo memoria, ma vita quotidiana. E resistenza.

Filomena Armentano, Samuele Marchi