Saranno quasi 44 mila gli elettori faentini chiamati alle urne domenica 22 e lunedì 23 marzo per il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia. Sette articoli della Costituzione su cui interviene la riforma. Riguardano l’organizzazione della magistratura con tre cambiamenti principali: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri; la divisione del Consiglio superiore della magistratura (Csm) in due organismi distinti e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare per i magistrati. Per la posizione del “No” abbiamo sentito l’opinione della dottoressa Federica Messina, faentina e sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Bologna.

Intervista alla Pm Federica Messina

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Dottoressa Messina, perché dire No alla separazione delle carriere?

È illogico modificare la Costituzione quando la separazione esiste già. Pm e giudici cambiano funzione in meno dello 0,5% dei casi. Non si dimentichi poi l’elevata professionalità del giudice, che gli consente di rimanere terzo e imparziale nella valutazione delle prove, come impone l’art. 111 della Costituzione. Il Pm è una parte, ma una parte imparziale: indaga a 360°, contro e a favore dell’indagato, unico scopo l’accertamento della verità. Diventa accusatore solo se la prognosi di condanna appaia ragionevole, altrimenti chiede l’archiviazione. Sull’imparzialità si fonda la comune cultura della giurisdizione. Il Sì guarda con favore alla separazione delle carriere in atto in altri Paesi europei. Attenzione: lì il Pm non fa parte dell’ordine giudiziario, ma dipende dall’esecutivo. È questa la direzione? Non nell’immediato forse. Ma la soluzione proposta è ibrida: sotto lo stesso tetto – l’ordine giudiziario – ma separati. Concorsi di accesso diversificati, formazione dedicata, sdoppiamento del Csm: un progressivo allontanamento che, attraverso futuri passaggi normativi, temo diventi definitivo distacco e, per i Pm, perdita di imparzialità.

Quali le ragioni del “No” allo sdoppiamento del Csm?

Significa indebolire il Csm. La Costituzione l’ha voluto unico anzitutto per proteggere l’indipendenza dell’ordine giudiziario dalla politica. La sua attuale formazione mista (giudici e Pm per due terzi, oltre alla componente laica) mitiga poi i rischi connessi all’autoreferenzialità di ogni singola categoria ed è indispensabile per elaborare più efficaci decisioni di autogoverno ed alta amministrazione nelle materie di competenza.

Sorteggio dei componenti. Questo metodo mira a superare le correnti presenti oggi nell’unico Csm. Cosa ne pensa?

La presenza di gruppi associativi all’interno della magistratura è sinonimo di pluralismo. Da combattere sono le degenerazioni di sistema. Il sorteggio però non fornisce alcuna garanzia di superamento di eventi degenerativi come quelli che in passato hanno travolto la magistratura. Questi, sanzionati e oggi superati, non furono l’effetto dell’elezione. Anzi, il sorteggio elide la rappresentatività e con essa quella forma di responsabilità che l’eletto ha nei confronti degli elettori. Il sorteggiato è maggiormente esposto al rischio di condizionamento politico.

Come si pone di fronte all’istituzione di un’Alta Corte di disciplina?

Con timore: un giudizio disciplinare influenzato dalla politica incide sulla serenità di cui il magistrato ha bisogno per esercitare in maniera imparziale la funzione. Oggi il sistema dei disciplinari funziona con assoluto rigore. Chi sbaglia, paga. Erra chi sostiene il contrario: i dati estrapolabili dal sito del Csm dimostrano che non si tratta affatto di una blanda giustizia “domestica”. Preoccupa il fatto che innanzi all’Alta Corte il magistrato incolpato sarà giudicato da un organo in cui la componente politica sarà così numerosa. A presiederlo sarà lo stesso membro di nomina politica, in I e II grado, senza possibilità di ricorrere in Cassazione. Evidente è il fine punitivo nei confronti dei magistrati e il pericolo è che il disciplinare venga utilizzato per scoraggiare o incidere su decisioni politicamente sgradite.

I cittadini sono in grado di districarsi in una materia così complessa?

La materia è tecnica, ma riguarda tutti noi. Non si tratta di difendere la categoria dei magistrati, ma di proteggere l’imparzialità del servizio che quotidianamente rendono. La giustizia in Italia ha tanti problemi che la riforma non risolverà. L’equilibrio tra i poteri sancito nella nostra Costituzione è invece prezioso ed occorre proteggerlo. Votare No significa tutelare l’indipendenza del potere giudiziario.