Un tema complesso, tecnico, ma decisivo per l’equilibrio dei poteri dello Stato e per il ruolo della magistratura. Domenica 1° marzo, al teatro dei Filodrammatici di Faenza, si è svolto l’incontro pubblico promosso da Azione Cattolica e Agesci Ravenna-Faenza per approfondire il referendum costituzionale sulla giustizia in programma il 22 e 23 marzo 2026. In tanti hanno partecipato a questa occasione di dibattito, in particolare molti giovani delle due associazioni promotrici (già coinvolti, in un precedente incontro formativo, il 19 febbraio). Presenti anche gli assessori Davide Agresti e Martina Laghi. A moderare il confronto è stata la già magistrata Donatella Di Fiore. «Molte persone non addette ai lavori vivono una difficoltà rispetto agli argomenti della giustizia proposti dal referendum – ha spiegato in apertura Di Fiore –. Da qui l’idea di un confronto tra posizioni diverse per informare e stimolare un voto consapevole. È materia complessa e difficile».

Il referendum, che non richiede il quorum, riguarda una modifica della Carta costituzionale che interviene sull’ordinamento giudiziario: introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti (giudici) e requirenti (pubblici ministeri), prevede due distinti Consigli superiori della magistratura e istituisce un’Alta Corte disciplinare per i magistrati. Attualmente il Csm è unico, presieduto dal Presidente della Repubblica, con due terzi dei membri togati eletti dai magistrati e un terzo laico eletto dal Parlamento. La riforma mantiene la presidenza del Capo dello Stato ma sdoppia l’organo: uno per i giudici, uno per i pm. Inoltre, i componenti togati verrebbero individuati tramite sorteggio tra i magistrati aventi diritto, mentre la componente laica sarebbe sorteggiata da un elenco di professori universitari e avvocati predisposto dal Parlamento da un elenco definito per legge ordinaria. Le competenze resterebbero analoghe, salvo quella disciplinare, attribuita a una nuova Alta Corte composta da 15 membri.
Le ragioni del Sì
A sostenere il Sì sono intervenuti gli avvocati Lorenzo Valgimigli ed Elisabetta d’Errico. Valgimigli ha definito la separazione delle carriere «una battaglia di civiltà e democrazia che dura da quarant’anni», sostenendo che non basta che il giudice sia imparziale: «deve anche apparire imparziale». Il fatto che giudici e pm “giochino nella stessa squadra – ha spiegato Valgimigli – rischia di minare questo principio”. Ha raccontato un episodio giovanile – una partita arbitrata da un accompagnatore di parte ma condotta correttamente – per distinguere tra equità e giustizia: il risultato può essere giusto, ma se la percezione di imparzialità è compromessa resta un’inquietudine.
Secondo i promotori del Sì, la distinzione netta tra giudici e pubblici ministeri garantirebbe maggiore terzietà e rafforzerebbe la fiducia dei cittadini. Quanto al sorteggio per il Csm, D’Errico ha spiegato che non si tratterebbe di una scelta casuale priva di criteri, ma di un sistema regolato, pensato per ridurre l’influenza delle correnti interne alla magistratura, tema riemerso con forza dopo il caso Palamara. «Il Csm non è un organo rappresentativo o politico – ha sottolineato –. Il sorteggio può contribuire a renderlo meno autoreferenziale». Valgimigli ha poi chiarito che la riforma non punta ad accelerare i processi: «L’obiettivo è renderli più giusti, non più veloci».
Le ragioni del No
Di segno opposto le argomentazioni dei magistrati Anna Mori, giudice della Corte d’appello di Bologna, e Marco Imperato, sostituto procuratore. Mori ha messo in discussione l’idea che la separazione formale delle carriere sia necessaria per garantire la parità delle parti. «Il pubblico ministero non è un accusatore privato – ha spiegato – ma un soggetto che deve accertare i fatti, anche a favore dell’indagato. Rappresenta l’interesse dell’ordinamento. Con questa riforma vengono danneggiati in primis cittadini: il rischio è ritrovarsi di fronte un pm che non è lì per accertare fatti, ma per ottenere condanna a prescindere». La parità, secondo Mori, si realizza nel momento del giudizio, quando il giudice è chiamato a valutare le prove in modo equidistante. «Non esistono dati che dimostrino un’influenza sistematica del pm sul giudice: anzi, circa la metà dei procedimenti voluti dal pm si conclude con assoluzioni del giudice».
Imperato ha espresso forti perplessità sulla modalità del sorteggio per un organo costituzionale: «Non è vero che uno vale uno. La competenza fa la differenza. Sarebbe l’unico organo costituzionale, in Europa, in cui i componenti vengono selezionati in questo modo». A suo avviso, la riforma rischia di ridimensionare il Csm e di spostare l’equilibrio tra i poteri, aprendo a un maggiore peso dell’esecutivo. Entrambi hanno inoltre sostenuto che la sfiducia dei cittadini nella giustizia dipenda soprattutto dai tempi lunghi dei processi e dalla carenza di risorse, non dalla contiguità tra giudici e pm. «La riforma – ha concluso Imperato – rischia di produrre effetti peggiori del problema che intende risolvere».
Un confronto che aiuta a scegliere

Il dibattito, intenso ma rispettoso, ha messo in luce due visioni opposte: da una parte chi vede nella separazione delle carriere e nel nuovo sistema di composizione del Csm uno strumento per rafforzare imparzialità e fiducia; dall’altra chi teme un indebolimento dell’autonomia della magistratura e uno squilibrio tra i poteri dello Stato.
Al di là delle posizioni, l’incontro ha rappresentato un’occasione preziosa di approfondimento per cittadini e giovani. In vista del voto, la sfida resta quella indicata in apertura: comprendere una materia tecnica senza ridurla a slogan, per esprimere una scelta consapevole su un passaggio che incide direttamente sull’architettura costituzionale del Paese.
Quando si vota
Il voto referendario sulla giustizia si svolge in un arco di due giornate: domenica 22 marzo dalle 7 alle 23 e lunedì 23 marzo dalle 7 alle 15. Gli italiani residenti all’estero votano per corrispondenza, mentre chi vive in Italia può votare nel proprio comune di iscrizione nelle liste elettorali.
Essendo un referendum costituzionale confermativo, non esiste quorum: il risultato è valido indipendentemente dall’affluenza.
Vince la maggioranza dei voti validi espressi da chi si reca alle urne. Il quesito può apparire tecnico, ma tocca uno dei pilastri dello Stato, come il ruolo della magistratura.
Samuele Marchi














