Le amministrative di domenica 24 ottobre 1920 rappresentano uno spartiacque per la storia politica faentina: con la vittoria del Partito Popolare Italiano (PPI) si insedia a Palazzo Manfredi la prima maggioranza autonoma dei cattolici, con i socialisti all’opposizione. Il sindaco sarà Antonio Zucchini, con il Partito polare che ottiene oltre il 48% dei voti. È il tracollo definitivo del liberalismo: i partiti di massa entrano stabilmente da protagonisti nella scena politica faentina. Sarà tuttavia uno spiraglio breve: lo squadrismo e la dittatura soffocheranno nella culla la nascente democrazia. Ma procediamo con ordine.
Entra in scena il Partito popolare
Il 24 febbraio 1919 viene fondata la sezione locale del PPI, che a livello nazionale è guidato da don Luigi Sturzo, erede di una già consolidata tradizione di impegno sociale da parte del mondo cattolico manfredo. Dalla fine dell’Ottocento, infatti, i credenti locali avevano intessuto una fitta rete di enti caritatevoli, cooperative, casse rurali, associazioni educative e ricreative in chiave anti-marxista e anti-repubblicana. In questo scenario i cattolici faentini, guidati dall’autorevole conte Carlo Zucchini, a inizio secolo avevano già sostenuto politicamente sindaci liberali come Gallo Marcucci, in alternativa alle forze laiche social-repubblicane. Il superamento del Non Expedit (la disposizione della Santa Sede che vietava ai fedeli di impegnarsi direttamente nella vita politica del Regno d’Italia) attecchisce perciò con particolare vigore all’ombra della Torre dell’Orologio.
Le politiche del novembre 1919: il Ppi supera il Partito socialista
Il primo vero test elettorale giunge con le politiche del novembre 1919: il neonato PPI raccoglie ben il 40% dei voti, pari a 2.151 suffragi (755 in città e 1.396 in campagna), superando sia il PSI (1.744 voti) che il PRI (1.036 voti). Le imminenti elezioni comunali si configurano pertanto come una prova decisiva per i popolari, intenzionati a conquistare la guida dell’amministrazione. Si tratta di un contesto di forte conflittualità sociale, segnato dalle agitazioni del Biennio Rosso e da nuove richieste di partecipazione politica, a seguito dell’allargamento del diritto di voto a tutti gli uomini con più di 21 anni, pari a 14.127 elettori. Si assiste a una contesa aspra, imperniata sul dibattito circa le responsabilità e le conseguenze del conflitto mondiale, sul ruolo della Chiesa nella vita pubblica e sulle proposte per modernizzare la città.
Il sistema elettorale: diritto di voto a tutti gli uomini con più di 21 anni
Il sistema elettorale per la scelta dei 40 consiglieri è di tipo maggioritario: formalmente apartitico, si basa su elenchi di candidati. La lista più votata ottiene 4/5 del Consiglio, ovvero 32 membri, e altrettanti sono i voti di preferenza a disposizione di ciascun elettore. Inoltre, curiosamente, la scheda è fornita dai rappresentanti dei partiti fuori dai seggi, già prestampata con i nomi dei candidati. L’elettore esprimeva il voto apponendo un segno accanto ai nomi dei candidati, entrava in cabina (dove non c’erano penne né calamai), ripiegava la scheda e si limitava a imbucarla nell’urna. Si può intuire quanto precaria risultasse, in simili condizioni, la garanzia della segretezza del voto, in un contesto in cui oltre un terzo degli elettori era analfabeta.
I candidati
La lista popolare comprende, oltre a tre nobili (i conti Antonio Zucchini, figlio di Carlo; Rodolfo Zauli Naldi; Carlo Cavina), due laureandi in legge, una buona rappresentanza del ceto medio commerciale e nove contadini. Fra i socialisti si ha una maggiore presenza delle classi subalterne, con numerosi piccoli artigiani e braccianti: a sostenerla giunge a Faenza anche l’on. Giacomo Matteotti, che tiene un comizio in municipio alla vigilia del voto.
L’esito elettorale
I risultati segnano una netta affermazione del PPI, con 4.002 voti (48,1%), seguito dal PSI (2.952 voti, 35,5%), dal PRI (1.271 voti, 15,3%) e dall’ormai ininfluente PLI (96 voti, 0,1%). I cattolici tra il 1919 e il 1920 aumentano dell’86% i propri consensi, i socialisti del 69% e i repubblicani del 22%.
Città vs. campagna: il successo dei popolari si costruisce nel contesto rurale
È però lo spaccato fra città e campagna a rendere ancora più chiari i rapporti di forza: i popolari ottengono il 28,6% in città e il 68,8% in campagna; i socialisti, al contrario, il 41,6% in città e il 28,9% in campagna. I cattolici arrivano addirittura all’86% a San Pier Laguna, all’85% a Ronco e al 77% a Prada; al contrario in 4 su 11 sezioni cittadine sono superati sia dai socialisti che dai repubblicani, collocandosi al terzo posto.
La vittoria del PPI scaturisce dunque dalla poderosa mobilitazione del mondo rurale, dove l’attivismo del clero e del cooperativismo agricolo hanno un ruolo decisivo: data un’affluenza complessiva al 60%, la partecipazione in città si ferma al 51,4%, mentre in campagna balza al 70,4%. Così, se L’Idea Popolare può esultare parlando di “vittoria piena, serena e convincente”, Il Socialista replica che più che di Faenza bianca si deve parlare di “campagna bianca”. Entrambe le letture sono, paradossalmente, corrette.
Nondimeno, Faenza si configura come un’isola bianca nel mare rosso dell’Emilia-Romagna: nessun altro Comune romagnolo viene conquistato dalla formazione di don Sturzo, anche se a Castel Bolognese e a Russi l’obiettivo sfugge per poche decine di voti. Le amministrazioni popolari, solo il 15% del totale regionale, si concentrano soprattutto in piccoli centri del Piacentino e dell’Appennino, mentre due Comuni emiliano-romagnoli su tre vedono una vittoria socialista.
Il sindaco e la giunta: una breve stagione conclusa nel ’23 con l’emergere della violenza fascista
Il 6 novembre si insedia il nuovo Consiglio comunale, che elegge sindaco il conte avvocato Antonio Zucchini. Gli otto membri del PSI, fra cui il segretario della Camera del Lavoro Ugo Bubani, il medico Antonio Dal Prato e il segretario della cooperativa braccianti Ettore Tonelli, disertano la seduta. La nuova Giunta rispecchia la leadership cattolica cittadina ed è composta da due nobili possidenti terrieri (Cavina e Zauli Naldi), tre esponenti del ceto medio commerciale (Antonio Placci, Antonio Bargossi e Vincenzo Tini) e un affittuario (Giuseppe Pasi).
L’amministrazione dello Scudo Crociato avvia il proprio operato con il sostegno compatto del mondo cattolico organizzato, incontrando fin dall’inizio la netta avversione di socialisti e repubblicani. Nel giro di pochi mesi, tuttavia, la violenza fascista – con la complicità dell’Agraria locale – si ripercuote sulla vita politica cittadina. Il mandato si concluderà anticipatamente il 12 febbraio 1923, con le dimissioni forzate del sindaco al termine di un lungo periodo di intimidazioni: per tornare a un’amministrazione democraticamente eletta si dovrà attendere il 1946.
Andrea Piazza
Per saperne di più
Pietro Baccarini, Popolari e fascisti. Nel centenario dell’assalto fascista alla Casa del Popolo, Faenza 1923, Faenza, Tipografia Faentina, 2023;
Angelo Emiliani, Storia del P.C.I. di Faenza (1919-1944), Faenza, Polaris, 2022.














