Un odore acre e persistente, simile al pesce in putrefazione, ha avvolto per alcuni giorni Faenza a fine febbraio. Dopo le segnalazioni dei cittadini sono arrivate le verifiche tecniche che hanno chiarito l’origine del fenomeno. A spiegare cosa è accaduto e perché in agricoltura si utilizzano sempre più fertilizzanti naturali è l’agronomo faentino Filippo Dalmonte.

Odori in città non sono una novità

A Faenza gli odori intensi nell’aria non sono una novità: da decenni le esalazioni delle distillerie della zona industriale si percepiscono anche in città e lungo l’autostrada A14 nei pressi del casello. A fine febbraio, però, è arrivata una puzza nuova, simile al pesce marcio, rendendo l’aria quasi irrespirabile per giorni. Le verifiche dell’Arpae Emilia-Romagna hanno poi confermato l’origine agricola degli odori: lo spandimento nei campi di borlanda liquida, fertilizzante organico derivato dalla lavorazione delle barbabietole.

Dalmonte: «Un fertilizzante naturale, forse non completamente maturo»

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Filippo Dalmonte

A spiegare nel dettaglio il fenomeno è il faentino Filippo Dalmonte, imprenditore agricolo e agronomo. «La borlanda deriva dal melasso ottenuto dalla lavorazione della barbabietola negli zuccherifici. È un concime organico liquido, completamente biodegradabile e regolarmente utilizzato in agricoltura». Secondo Dalmonte, il forte odore percepito in quei giorni potrebbe essere legato allo stato del prodotto al momento della distribuzione. «Se ha fatto così tanta puzza significa che probabilmente la decomposizione non era ancora terminata. In genere questi materiali dovrebbero restare più a lungo nelle vasche di stoccaggio prima di essere distribuiti nei campi». L’odore caratteristico, aggiunge l’agronomo, è spiegabile anche dal punto di vista chimico. «Quell’odore di putrefazione che ricorda il pesce marcio è dovuto alla dimetilammina, una molecola che si forma durante la decomposizione naturale della materia organica. È la stessa che si sviluppa quando si decompone il pesce». L’episodio si inserisce in un contesto agricolo in evoluzione. «Oggi, anche per effetto delle normative europee e delle politiche ambientali, l’agricoltura utilizza sempre più fertilizzanti di origine naturale», spiega Dal Monte. Si tratta spesso di sottoprodotti dell’industria agroalimentare che vengono reimpiegati nei terreni. «È un sistema virtuoso perché evita sprechi e restituisce sostanza organica al suolo. I terreni hanno bisogno di aumentare la sostanza organica, che con le lavorazioni continue tende a diminuire».

Compost e liquami: perché è meglio il compost

Non tutti i fertilizzanti organici, però, sono uguali. «Nella nostra azienda privilegiamo il compost solido rispetto ai fertilizzanti liquidi», racconta Dalmonte. Nel territorio faentino uno dei prodotti più utilizzati è quello derivato dalla lavorazione della vinaccia realizzato da Caviro Extra. «È un compost stabilizzato, non produce odori e migliora molto la struttura del terreno. Aiuta il suolo a trattenere l’acqua e rende le colture più resistenti ai periodi di caldo estivo». I fertilizzanti liquidi «apportano azoto e nutrienti alle colture, ma non migliorano la struttura del terreno e possono essere dilavati dalla pioggia se non vengono assorbiti dalle piante». Per questo motivo il loro utilizzo è regolato da norme precise. «Si possono distribuire solo quando c’è una coltura in grado di assorbirli e in periodi stabiliti dell’anno». Secondo l’agronomo faentino, la presenza di sostanza organica nei suoli è fondamentale anche per la sicurezza idrogeologica. «Un terreno ricco di sostanza organica trattiene meglio l’acqua e riduce il ruscellamento superficiale in collina. Quando invece i suoli sono poveri e compattati, l’acqua scorre velocemente verso i fiumi». Per questo l’agricoltura, conclude Dalmonte, ha un ruolo centrale nella gestione del territorio. «Recuperare e riutilizzare le matrici organiche dell’agroindustria è una pratica positiva. L’importante è gestire bene i processi di maturazione e distribuzione, così da evitare disagi come quelli registrati nei giorni scorsi».

Barbara Fichera