La notizia dell’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, avvenuto il 28 febbraio scorso e culminato con l’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei, ha riacceso un conflitto dalle conseguenze imprevedibili per tutto il Medio Oriente. Le tensioni si sono immediatamente propagate nei Paesi del Golfo e in Terra Santa, dove il clima è tornato a farsi pesante. Per comprendere cosa stia accadendo sul terreno, abbiamo raccolto le riflessioni a caldo di don Tiziano Zoli, parroco di Solarolo e guida in Terra Santa, dove si è recato una trentina di volte a partire dal 1996. I suoi contatti diretti con religiosi, comunità cristiane e amici a Gerusalemme offrono uno sguardo concreto, lontano dalle sole analisi geopolitiche.

«La situazione è estremamente complicata – spiega –. Non c’è né più né meno di quello che sentiamo nei notiziari. La cosa che dispiace di più è che si intravedeva una ripartenza e ora c’è un nuovo stop». Un riferimento al lento ritorno alla normalità che si stava tentando di costruire dopo mesi di tensioni e instabilità. Attualmente i luoghi pubblici sono chiusi, per ragioni di sicurezza.

Don Tiziano è in contatto quotidiano con diverse religiose presenti a Gerusalemme. Una suora che opera a Gerusalemme gli ha scritto: «Stiamo bene, non abbiamo paura anche se i colpi sono stati forti per i muri di casa nostra». Parole semplici, che raccontano una normalità fragile ma non piegata dal terrore. Un dettaglio colpisce nella sua testimonianza: «Oggi in Terra Santa il problema più grosso non sono tanto i missili, ma i detriti dei missili che cadono». Una minaccia meno visibile ma altrettanto concreta, che rende la quotidianità ancora più incerta.

Al di là delle dinamiche militari e delle strategie internazionali, don Tiziano invita a non perdere di vista ciò che conta davvero. «Purtroppo in queste situazioni ci si dimentica delle persone, del valore della persona in sé, al di là di ogni retorica». Mentre in Europa si discute di corridoi umanitari e rimpatri, il rischio è «dimenticarsi della gente che vive là, dei nostri fratelli e sorelle cristiani e di tutta la popolazione della Terra Santa».

La necessità di uno sguardo più umano

Il sacerdote non nasconde la preoccupazione, ma nemmeno la speranza. «Sto tenendo i contatti per capire come evolve la situazione, ma anche per cercare di dare sostegno». Un sostegno fatto anzitutto di vicinanza, di ascolto, di preghiera. In un tempo in cui le notizie corrono veloci e il rischio è quello dell’assuefazione, la voce di chi conosce quei luoghi e quelle persone richiama a uno sguardo più umano. Perché, ricorda don Tiziano, dietro ogni conflitto ci sono volti, famiglie, comunità che continuano a vivere – e a sperare – anche sotto il rumore delle sirene.

Samuele Marchi