In poco tempo il mondo sta cambiando radicalmente: l’avvento di Donald Trump ha accelerato un processo che era già iniziato. Ora è normale quello che Carl von Clausewitz ci ricordava all’inizio dell’Ottocento: “la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi“.
Ma che fine faranno i regimi democratici, che nei loro scopi hanno la risoluzione dei problemi attraverso la parola e il dialogo?
La democrazia moderna nasce insieme ai vecchi organi di stampa. Giornali, pamphlet, libri hanno creato quello spazio intermedio tra Stato e società in cui era possibile informarsi, discutere, formarsi un’opinione, costruire un senso comune.
Oggi quello spazio è radicalmente trasformato: i social media non usano più la parola per convincere, ma per mobilitare; non per argomentare, ma per suscitare reazioni immediate.
Con l’intelligenza artificiale entriamo in una fase ulteriore. L’informazione non è solo selezionata o distorta: può essere generata, personalizzata, ottimizzata per ottenere attenzione e consenso.
La democrazia vive di regole e istituzioni, ma anche di parola condivisa, di fiducia minima, di disponibilità ad ascoltare prima di decidere. Se la comunicazione diventa puro stimolo, calcolo, automatismo, ciò che viene meno è la possibilità stessa della decisione.
All’indomani della caduta del muro di Berlino, nel 1989, la democrazia liberale è apparsa come la forma politica destinata ad affermarsi su scala planetaria. L’idea della «fine della storia» (teoria affermata dal politologo Francis Fukuyama) esprimeva questa fiducia: pur tra conflitti e ritardi, il mondo si sarebbe progressivamente allineato a un modello fondato su elezioni libere, diritti individuali, Stato di diritto.
Oggi, a distanza di poco più di trent’anni, la democrazia si percepisce non più come destino, ma come eccezione sotto assedio.
Non solo è sfidata dall’esterno da regimi autoritari sempre più invasivi, ma sembra erodersi dall’interno, perdendo presa, legittimità, capacità di orientare il futuro: il calo della partecipazione al voto (in Italia siamo ormai stabilmente sotto il cinquanta per cento) è l’indicatore più evidente della crisi.
Che cosa sta succedendo? L’istituzione simbolo della democrazia, il Parlamento, dovrebbe essere il luogo in cui si parla, si argomenta, si cerca un accordo attraverso la parola.
La legittimità democratica non deriva solo dal voto, ma dal fatto che le decisioni sono il risultato di un processo discorsivo, in cui ragioni diverse si confrontano pubblicamente.
Questa architettura comunicativa è sopravvissuta, pur con qualche fatica, all’epoca televisiva, ma oggi è profondamente scossa dal digitale.
Quando testi, immagini, argomentazioni possono essere generate automaticamente, in quantità illimitata e con un alto grado di verosimiglianza, diventa sempre più difficile distinguere tra informazione e manipolazione, tra sapere fondato e simulazione.
Più radicalmente, la parola perde il suo legame con un soggetto responsabile e con un’esperienza condivisa del mondo.
Non possiamo più dare per scontate le condizioni simboliche e comunicative su cui si regge la democrazia: un linguaggio condiviso, un minimo consenso sui fatti, la disponibilità ad ascoltare ragioni diverse.
Senza una parola che abbia il potere di legare, orientare, generare senso comune, le istituzioni democratiche diventano gusci formali, esposti alla sfiducia e alla disaffezione.
In gioco c’è il nostro modello politico e la capacità delle nostre società di continuare a governarsi attraverso la parola, anziché finire in balia del rumore, del calcolo o dell’odio.
Tiziano Conti















