La Corte Suprema ha bocciato i dazi, cardini della politica commerciale di Donald Trump. Secondo la Corte, il presidente non poteva utilizzare i suoi poteri esecutivi per imporre le tariffe doganali, ma sarebbe stata necessaria una decisione del Congresso. La risposta di Trump: “Una sentenza vergognosa”.

Come succede sempre più spesso nei paesi governati con sistemi democratici, quindi con la separazione dei poteri a garantire il corretto funzionamento dei sistemi, il governante di turno (Orban, Meloni, Trump) quando viene corretto nel suo operato, parla dei nemici che impediscono di governare. Trump, poi, incarna una tipologia di potere ai limiti del dubbio della sua capacità di capire cosa succede intorno a lui, preso del culto della sua personalità.

Ha scritto il New York Times, pubblicando un’analisi che affronta il problema di una nazione che sembra pronta a trattare il proprio leader come facevano i sovietici con Stalin, i cinesi con Mao, gli iracheni con Saddam o i nord coreani con Kim, per non parlare degli italiani con Mussolini o i russi con Putin.”Il presidente Trump – ha scritto il quotidiano di Manhattan – si è impegnato in una serie di autocelebrazioni diverse dai suoi predecessori, alimentando una persona sovrumana mitizzata, e facendo di se stesso la forza ineluttabile in patria e nel mondo“.

La lista degli esempi è infinita e variegata. Si va dalla richiesta di intitolargli la stazione ferroviaria di New York e l’aeroporto internazionale di Washington, in cambio dei fondi federali per le infrastrutture cittadine, fino alla moneta da un dollaro, i biglietti per i parchi naturali, i visti, i fondi di investimento per i figli, i programmi per le medicine a buon mercato, le navi da guerra. È nota la sua ansia di ottenere il premio Nobel per la pace, anche se non ci pensa due volte a minacciare la nazione di turno a spedirgli un pacchetto di missili.

L’ultima manifestazione di questa mania è forse la più eloquente, perché invita al paragone con una figura mitica per i repubblicani. Il 19 febbraio il Board of Peace di Gaza ha tenuto la sua riunione inaugurale in un luogo che era tutto un programma. Lo United States Institute of Peace era stato fondato nel 1984 da Ronald Reagan, con lo scopo di creare una struttura bipartisan per la promozione della pace e la risoluzione dei conflitti, ma neppure il presidente vincitore della Guerra Fredda si era mai sognato di intestarselo. Ora
invece si chiama il “Donald J. Trump Institute of Peace“, dopo che il capo della Casa Bianca gli ha cambiato nome come ha fatto col Kennedy Center, nel suo incessante sforzo di alimentare il culto della propria personalità. Analizzando più in profondità c’è la valutazione politica.

Può un paese cardine degli equilibri del mondo essere in mano a una persona di cui è giusto avere più di un dubbio sui suoi comportamenti?

La Corte Suprema ha bocciato i dazi, cardini della politica commerciale di Donald Trump. Secondo la Corte, il presidente non poteva utilizzare i suoi poteri esecutivi per imporre le tariffe doganali, ma sarebbe stata necessaria una decisione del Congresso. La risposta di Trump: “Una sentenza vergognosa”.

Come succede sempre più spesso nei paesi governati con sistemi democratici, quindi con la separazione dei poteri a garantire il corretto funzionamento dei sistemi, il governante di turno (Orban, Meloni, Trump) quando viene corretto nel suo operato, parla dei nemici che gli impediscono di governare. Trump, poi, incarna una tipologia di potere ai limiti del dubbio della sua capacità di capire cosa succede intorno a lui, preso del culto della sua personalità.

Ha scritto il New York Times, pubblicando un’analisi che affronta il problema di una nazione che sembra pronta a trattare il proprio leader come facevano i sovietici con Stalin, i cinesi con Mao, gli iracheni con Saddam o i nord coreani con Kim, per non parlare degli italiani con Mussolini o i russi con Putin. “Il presidente Trump – ha scritto il quotidiano di Manhattan – si è impegnato in una serie di autocelebrazioni diverse dai suoi predecessori, alimentando una persona sovrumana mitizzata, e facendo di se stesso la forza ineluttabile in patria e nel mondo“.

La lista degli esempi è infinita e variegata. Si va dalla richiesta di intitolargli la stazione ferroviaria di New York e l’aeroporto internazionale di Washington, in cambio dei fondi federali per le infrastrutture cittadine, fino alla moneta da un dollaro, i biglietti per i parchi naturali, i visti, i fondi di investimento per i figli, i programmi per le medicine a buon mercato, le navi da guerra. È nota la sua ansia di ottenere il premio Nobel per la pace, anche se non ci pensa due volte a minacciare la nazione di turno a spedirgli un pacchetto di missili.

L’ultima manifestazione di questa mania è forse la più eloquente, perché invita al paragone con una figura mitica per i repubblicani. Il 19 febbraio il Board of Peace di Gaza ha tenuto la sua riunione inaugurale in un luogo che era tutto un programma. Lo United States Institute of Peace era stato fondato nel 1984 da Ronald Reagan, con lo scopo di creare una struttura bipartisan per la promozione della pace e la risoluzione dei conflitti, ma neppure il presidente vincitore della Guerra Fredda si era mai sognato di intestarselo. Ora invece si chiama il “Donald J. Trump Institute of Peace“, dopo che il capo della Casa Bianca gli ha cambiato nome come ha fatto col Kennedy Center, nel suo incessante sforzo di alimentare il culto della propria personalità. Analizzando più in profondità c’è la valutazione politica.

Può un paese cardine degli equilibri del mondo essere in mano a una persona di cui è giusto avere più di un dubbio sui suoi comportamenti?

La Corte Suprema americana ci dice che la separazione dei poteri e il fatto che ciascuno degli organi costituzionali li possa esercitare in piena consapevolezza è la strada giusta per un mondo che continui a stare in piedi.

Tiziano Conti

Immagina da Wikipedia Di AscendedAnathema – Opera propria