La vittoria del Senegal nella Coppa d’Africa battendo in finale il Marocco ai supplementari ha acceso l’entusiasmo anche a Faenza, dove la comunità senegalese si è ritrovata per seguire la finale e, poi, per festeggiare in centro storico. Un’esplosione di gioia che, come racconta Maki (nome completo Abdoulaye Makhtar Ndoye), giovane senegalese cresciuto in città, è andata ben oltre il risultato sportivo. «Per noi era un giorno quasi sacro – spiega –. Quando gioca il Senegal nessuno esce di casa, tutti con la maglia della Nazionale, concentrati sulla partita». Maki la finale contro il Marocco l’ha seguita in televisione, a casa, come tanti altri. Alcuni però si sono ritrovati in un locale del centro, diventato punto di riferimento per la serata. «C’erano tanti ragazzi e bambini, anche persone arrivate da Lugo, Bagnacavallo, Cotignola. È stato qualcosa che non avevamo mai vissuto prima».

Le emozioni, racconta, sono state fortissime fin dai primi minuti. La tensione, le scelte in campo, la rabbia per un rigore assegnato agli avversari padroni di casa del Marocco – «un senso di ingiustizia collettiva» – e poi il ribaltamento improvviso con l’errore dal dischetto. «In quel momento abbiamo capito che potevamo farcela. È stato come un segno». Al fischio finale la gioia è esplosa. «Un’atmosfera unica, quasi cinematografica. Qualcuno si è emozionato fino alle lacrime, c’è stato anche chi ha accusato un piccolo malore per l’euforia». Il proprietario del locale, racconta Maki riportando quanto gli è stato riferito dagli amici, avrebbe invitato tutti a uscire a festeggiare: «Andate in piazza, qui ci penso io a sistemare».
Così il corteo spontaneo si è spostato nel cuore della città. In piazza si sono ritrovate circa un centinaio di persone: senegalesi che avevano seguito la partita in casa, altri giovani africani, ma anche italiani che si sono uniti alla festa. Bandiere sventolate, cori, abbracci. È passata anche una pattuglia della polizia per un controllo, senza che si verificassero problemi. Il giorno dopo, qualcuno ha persino organizzato una grigliata per prolungare la celebrazione. «È stata una vittoria condivisa», sottolinea Maki. «Anche alcuni vicini italiani sono venuti a congratularsi. Questo ci ha fatto molto piacere».
Per capire cosa rappresenti davvero questo successo, bisogna andare oltre il calcio. In Senegal – spiega – il senso di appartenenza nazionale è fortissimo. «Amiamo profondamente il nostro Paese. E abbiamo un simbolo come Sadio Mané: non solo un campione, ma un esempio di umiltà e generosità. È uno che, anche se è miliardario, non dimentica da dove viene. Insegna ai giovani che bisogna restare legati alle proprie origini».
“Faenza è la nostra città. All’inizio, non sapendo una parola di italiano, memorizzavo il nome delle vie come aggancio”

Maki, oggi 27 anni, è arrivato a Faenza nel 2008, aveva circa dieci anni. «Non sapevo una parola di italiano. Ho fatto le elementari, le medie, il liceo linguistico qui. All’inizio memorizzavo le vie della città per orientarmi. Oggi, ripensando al percorso fatto, mi sento orgoglioso». Descrive Faenza come «una città dove ci si conosce tutti» e dove si è sempre trovato bene. «Faenza è la nostra città».
La comunità senegalese, racconta, non ha un unico rappresentante ma diverse figure di riferimento. È articolata in sotto-comunità, spesso legate a confraternite religiose musulmane come i murid e i tijani, che pur con orientamenti diversi collaborano tra loro. «Quando una comunità organizza un evento, le altre partecipano e danno sostegno. In Senegal diciamo che se una persona resta senza punti di riferimento rischia di cadere. Per questo ci aiutiamo sempre».
Il Senegal è conosciuto come il Paese della “teranga”, parola che significa accoglienza. «Quando entri in casa di un senegalese, diventi parte della famiglia. Ci aiutiamo a vicenda, soprattutto quando qualcuno è in difficoltà». Anche a Faenza questo spirito si traduce in momenti condivisi: ogni anno vengono organizzate celebrazioni religiose come il “gammu”, dedicato alla nascita del profeta, occasioni di incontro e riflessione aperte a tutta la comunità. La festa per la Coppa d’Africa, allora, è stata qualcosa di più di una semplice esultanza calcistica. È stata l’espressione di un’identità forte e al tempo stesso integrata nella città. «Siamo una comunità tranquilla – conclude Maki –. Quella sera abbiamo solo voluto condividere una gioia immensa. È un ricordo che resterà per sempre».
Samuele Marchi














