Ci sono storie che attraversano oceani senza spezzare il filo con le proprie origini. Quella di Gianluca Alberani è una di queste. Faentino di nascita, oggi vive e lavora a Fort Lauderdale, in Florida, in uno dei contesti sportivi più competitivi al mondo. Il punto di partenza resta lo stesso: Faenza, la città in cui è cresciuto e il luogo dove ha costruito i primi sogni e interiorizzato i valori che oggi guidano il suo lavoro. Nel suo percorso, tra atleti da ogni parte del mondo e tre edizioni olimpiche da allenatore, emerge un forte legame con la Romagna. Da questa radice nasce il progetto internazionale Azura Aquatics e un ponte ideale tra due culture: l’organizzazione e la performance statunitense e la centralità del rapporto umano tipica della scuola italiana. Un equilibrio che non è solo una scelta tecnica, ma una visione di vita.

Intervista a Gianluca Alberani

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Alberani, quanto resta forte il legame con Faenza e cosa le manca di più della Romagna?

Le radici non si perdono: Faenza è casa, è il posto dove sono cresciuto, dove ho costruito i primi sogni e imparato valori che mi porto dietro ogni giorno. Della Romagna mi mancano le persone, il senso di comunità, il modo semplice e genuino di stare insieme. Mi mancano le piccole cose: un caffè e il giornale al bar, una piadina fatta come si deve, il calore umano.

La Florida è spesso vista come un “paradiso dello sport”: è così?

Qui ci sono condizioni straordinarie per lo sport: strutture, clima, possibilità di allenarsi tutto l’anno, un ambiente molto competitivo che ti spinge a migliorare continuamente. Però non è un paradiso senza ombre. La competizione è altissima, la pressione è forte e nulla ti viene regalato. Devi dimostrare ogni giorno il tuo valore, come allenatore e come organizzatore di un progetto sportivo. È un contesto che ti offre tantissime opportunità, ma ti chiede anche resilienza e capacità di adattamento.

Che esperienza è stata costruire e far crescere Azura Aquatics ?

Una sfida enorme e una delle avventure più belle della mia vita. Partire quasi da zero e costruire un progetto credibile, che oggi accoglie atleti da tanti Paesi diversi (in 93 si sono allenati nelle nostre strutture in questi tredici anni di Azura), richiede visione, pazienza e lavoro quotidiano. Azura non è solo una squadra di nuoto, ma un’idea di formazione sportiva e umana. In un contesto così competitivo, se non hai valori chiari e una direzione precisa rischi di perderti. Ho cercato di portare un po’ della cultura del lavoro e del rapporto umano che mi ha formato in Italia, integrandola con il modello americano, più orientato alla performance e all’organizzazione.

Quali le differenze ?

Negli Stati Uniti il nuoto è inserito in un sistema strutturato: scuole, università, club e istituzioni fanno parte di un ecosistema che accompagna l’atleta lungo tutto il percorso. C’è una forte attenzione alla programmazione, ai dati, alla performance. In Italia il rapporto umano tra allenatore e atleta è ancora più centrale: c’è un legame quasi “artigianale”, molto personale. Credo molto nell’integrazione dei due mondi: unire l’organizzazione e le risorse americane con la sensibilità, l’aspetto umano e la capacità di creare relazione tipiche della scuola italiana.

Dopo le Olimpiadi a cui ha partecipato da allenatore, quali sono oggi i suoi obiettivi?

Ho avuto il privilegio di farne parte in tre edizioni, a Rio 2016, a Tokyo 2021e a Parigi 2024, un traguardo enorme, ma non un punto di arrivo definitivo. Oggi il mio obiettivo è continuare a costruire percorsi solidi per gli atleti, aiutandoli a crescere non come nuotatori e come persone. I prossimi traguardi sono legati sia allo sviluppo di Azura come centro di eccellenza internazionale, sia al supporto di nuovi talenti verso i grandi appuntamenti mondiali, con lo sguardo ai prossimi cicli olimpici. La vera sfida è creare continuità, non vivere di singoli momenti di successo.

Nel suo percorso ha allenato atleti da decine di Paesi: cosa ha imparato da questa dimensione internazionale?

Lo sport è un linguaggio universale. Le differenze culturali esistono, ma in vasca tutti parlano la stessa lingua: fatica, disciplina, sogni, paura di non farcela e gioia quando un obiettivo viene raggiunto. Allenare atleti provenienti da contesti diversi ti obbliga ad ascoltare di più, a non dare nulla per scontato. Ti rende un allenatore migliore, ma anche una persona più aperta e consapevole di quanto sia importante adattare il metodo alla persona, non il contrario.

C’è stato un momento difficile e uno in cui ha pensato “ne è valsa la pena”?

La distanza dalla famiglia, dagli amici, il non poter essere presente in certe occasioni importanti pesa. Ci sono stati periodi di grande stanchezza e di dubbi. I momenti in cui pensi “ne è valsa la pena” arrivano quando vedi un atleta realizzare un sogno, quando un progetto prende forma, o quando ti rendi conto di aver creato opportunità per tante persone.

Che consiglio darebbe a un giovane nuotatore faentino che sogna un percorso internazionale?

Di coltivare il sogno con grande determinazione, ma anche con pazienza. Il percorso internazionale non è una scorciatoia: richiede sacrifici, adattamento e la capacità di uscire dalla propria zona di comfort. È fondamentale costruire basi solide, tecniche e umane, e circondarsi di persone che credano in te. E poi di non dimenticare mai da dove si viene: le radici devono diventare una forza, non un limite. La propria identità è ciò che ti rende unico.


Vincenzo Benini