La paternità come scoperta. E la maternità come paura. È un cambiamento epocale quello che ci fa intravedere Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva e autore di tantissimi libri sul rapporto genitori-figli, parlando dell’evoluzione della genitorialità nel mondo di oggi. Per molti l’essere genitori è un desiderio. Tra questo e la realtà si sono innescati una serie di evoluzioni di modelli sociali che lo psicoterapeuta ripercorre in quest’intervista.
Intervista a Alberto Pellai, psicoterapeuta dell’età evolutiva
«Un tempo il padre incarnava l’autorità. In una struttura educativa rigida era il garante delle norme, l’erogatore delle sanzioni – spiega –. Ma dagli anni ’70 in poi questo ruolo è cambiato. Gli è stato chiesto prima una condivisione dei compiti nella coppia e poi di coinvolgersi con i propri figli. All’inizio è stata un’obbedienza, ma poi hanno sentito la bellezza della paternità. Dall’essere padri si sono sentirti padri, non solo come responsabilità, ma con un coinvolgimento attivo nella vita dei figli». E questo li ha cambiati: hanno sviluppato una relazione di attaccamento impensabile fino a qualche decennio fa e oggi sono un sostegno nella vita dei figli. «Questo ha mostrato cosa più mettere nella vita di un uomo suo figlio: maggior complessità e grande completezza. Gli permette di diventare più uomo, più umano». C’è anche un rischio, che Pellai identifica nell’espressione coniata dal pedagogista Daniele Novara, il “papà peluche”: «Cioè perdere dentro quella rinnovata affettività il proprio ruolo di adulto, e limitarsi a dire solo sì senza i no che aiutano a crescere». Questo è un grande dramma, anzitutto per i figli: «Così un bambino rischia di perdere la struttura, ed essere abbandonato a una grande fragilità perché senza il ruolo di padri si perde anche il principio di realtà». I no e le frustrazioni insegnano ad abitarla: se mancano questi confini, i piccoli rischiano di non sentirsi abbastanza forti per affrontare la vita. Però, spiega lo psicoterapeuta, è possibile tenere in piedi entrambi gli aspetti: quello educativo e quello affettivo. E il condividere storie e percorsi tra padri aiuta a crescere in questa “terra di mezzo” che è l’evoluzione della paternità nella società d oggi. «Una volta quando si presentava in pubblico, l’uomo faceva riferimento solo al lavoro che faceva – esemplifica – oggi mette in gioco anche altre dimensioni. In questo cambiamento hanno avuto un ruolo importante figure come quella di Barak Obama, che ha ‘ibridato la sua immagine pubblica, di uomo tra i più potenti al mondo, con quella di padre». In Italia, su questo siamo molto più indietro, prosegue nel ragionamento Pellai: «Forse Luca Argentero e Gianmarco Tamberi hanno mostrato la loro paternità in chiave positiva. A livello politico nessuno lo fa: si sentono storie di padri solo quando i figli hanno fatto qualcosa che non va, quindi sotto i riflettori ci sono eventuali errori». Ma Pellai vede una «trasformazione silenziosa, con papà che si mettono in gioco, chiedono consulenze educative, e aziende che si pongono il problema di dare strumenti ai neopapà per stare più a casa. Il dibattito sull’allungamento del congedo parentale per i padri oggi è significativo: magari non potrà essere di sei mesi perché non è sostenibile, ma un po’ più ampio sì». In questo, risponde il medico, si nota ormai uno “scarto” tra uomini e donne: «La genitorialità è in crisi, come costrutto sociale, sembra un ‘ingombro nella vita di tutti. Da qui nasce il tema della denatalità. Ma forse il desiderio di maternità è calato più nelle donne, per evidenti fattori socio-economici». Le donne a essere madri rischiano di più, in termini di carriera e lavoro. La chiave di volta, per tutti, è essere genitori insieme: «Le testimonianze di padri e madri contenti, che raccontano quanto un figlio può aggiungere alla vita, aiuta tanto. E può essere anche un antidoto alla violenza di genere, perché insegnano una competenza sui corpi che non ammette violenza. Occorre sostenere i gruppi di padri. Ho seguito un progetto che si chiama ‘il cerchio dei papà’ in parallelo al percorso nascita per le mamme. Imparare a condividere la loro dimensione privata, con altri, anche magari tra colleghi, può fare la differenza. Serve un villaggio anche per fare un papà».
Daniela Verlicchi














