Le comunali di Faenza della primavera del 1946 sono una pietra miliare della nostra storia politica. Rappresentano il primo voto libero e democratico dopo vent’anni di dittatura e vedono la prima consultazione a suffragio universale maschile e femminile, con le donne che finalmente possono scegliere i propri rappresentanti ed essere elette alla guida delle municipalità.

Le ferite della guerra a Faenza

L’appuntamento giunge dopo i lutti e le devastazioni del secondo conflitto mondiale: per Faenza ciò significa oltre 120 bombardamenti, più di mille vittime civili, un terzo degli edifici completamente distrutti, ottomila persone senza casa, lunghi mesi senza acqua potabile e corrente elettrica. È un periodo inquieto anche sul piano politico internazionale, con i nuovi equilibri tra Usa e Urss in via di definizione. I partiti antifascisti, per quanto uniti nell’appartenenza al Comitato di Liberazione Nazionale, sono divisi su grandi questioni economiche e sociali.

A Faenza il Governo Militare Alleato affida la carica di sindaco ad Alfredo Morini, socialista, ex ferroviere e già primo cittadino di Castel Bolognese nel 1920. Morini è a capo di una giunta unitaria composta, oltre che dai socialisti, da rappresentanti di Democrazia Cristiana (eredi del Partito Popolare), Partito Comunista Italiano, Partito Repubblicano Italiano, Partito d’Azione e Partito Liberale Italiano. Sono le stesse forze politiche che si sfideranno nelle prime elezioni comunali della neonata democrazia.

I temi della campagna elettorale: il ruolo della Chiesa

Lista democristiana
La lista della Democrazia cristiana

La campagna elettorale entra nel vivo tra la fine del 1945 e l’inizio del 1946, e ruota attorno ad alcuni temi centrali. Uno dei più divisivi è il ruolo della Chiesa nell’orientare il voto dei credenti: il vescovo, monsignor Giuseppe Battaglia, interviene direttamente nel dibattito pubblico con la lunga lettera pastorale del Natale ‘45. Il presule, medaglia d’argento al valor militare per il suo impegno durante il passaggio del fronte, non esita ad affermare che astenersi o votare per candidati non cristiani significa «lasciare libero campo alle forze del male» e che «Comunismo e Cristianesimo sono agli antipodi». Le reazioni a mezzo stampa di socialisti, comunisti e mazziniani sono immediate e durissime: si accusa la Curia di ingerenza e di moralismo. La querelle prosegue per settimane e diventa uno dei fulcri della contesa. «All’esercito dei preti, dei frati e delle suore, opporremo l’esercito del lavoro» tuona Il Socialista, organo del PSIUP.

La questione agraria

Lista socialista
La lista del Partito socialista

Altro terreno di scontro è quello delle questioni agrarie. Socialisti e comunisti propongono una riforma radicale, con l’esproprio dei grandi proprietari e la gestione cooperativa delle terre, contro i soprusi degli «agrari sfruttatori». La DC, invece, punta sull’estensione della piccola proprietà e sul miglioramento della produttività, in una visione di equilibrio tra capitale e lavoro, coerentemente alla dottrina sociale della Chiesa. Le proposte sulle questioni economiche, insieme ai progetti per la ricostruzione morale e materiale di una Faenza semidistrutta, testimoniano la forte proiezione verso il futuro delle nuove forze politiche.

La prima volta del suffragio universale. Si poteva votare anche cancellando i nomi sgraditi di una lista

Elez Marzo 46 Sezioni

Il 17 marzo, giorno del voto, 14.931 elettori e 16.747 elettrici possono scegliere tra sei partiti, esprimere fino a due preferenze ed eventualmente cancellare i nomi sgraditi nella lista votata – un’opzione, quella delle cancellazioni, prevista solo per questa tornata elettorale. La ripartizione dei 40 seggi avviene con sistema proporzionale, senza coalizioni pre-elettorali. Molto alta l’affluenza, pari all’83,4%, in una giornata di votazioni che procedono con la massima calma.

Dc primo partito (35,6%) ma isolata politicamente: 25 seggi su 40 vanno all’alleanza tra socialisti (25,9%) e comunisti (24,5%)

I risultati sono i seguenti: DC 9.203 voti (35,6%) e 15 consiglieri; PSIUP 6.433 voti (24,9%) e PCI 6.331 voti (24,5%), entrambi con 10 seggi; PRI 3.315 voti (12,8%) e 5 consiglieri. Restano fuori da Palazzo Manfredi il Partito d’Azione, con 366 voti (1,4%), e il PLI, con 191 voti (0,7%), addirittura meno delle duecento firme raccolte poche settimane prima per presentare la lista.

La DC è dunque il primo partito, ma politicamente resta isolata: il fronte delle sinistre si è compattato nei mesi precedenti e i repubblicani scelgono un’immediata alleanza con PSIUP e PCI, formando una coalizione che può contare su 25 seggi su 40. Le ragioni sono molteplici: la comune esperienza resistenziale, con le sinistre particolarmente impegnate nella lotta armata; il sostegno immediato dei tre partiti all’opzione repubblicana in vista del referendum istituzionale del 2 giugno (mentre la DC locale mantiene una posizione più prudente); la progressiva convergenza in opposizione alla Curia nel corso della campagna elettorale.

La campagna passa alla Sinistra

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Dal voto emerge un quadro territoriale del tutto rovesciato rispetto al 1920, ultime elezioni prima del fascismo: la campagna vota in massa per PSIUP e PCI (60,9% ai socialcomunisti), mentre il centro urbano premia soprattutto lo Scudo Crociato (39,3%) e l’Edera (17%). È un fenomeno diffuso in tutta la Romagna e si spiega con lo spostamento dei mezzadri dall’associazionismo bianco alle rivendicazioni marxiste. Gli anni del regime, che hanno cancellato le conquiste sindacali di inizio Novecento e ripristinato antichi privilegi padronali di matrice quasi feudale, rendono le proposte socialiste e comuniste più aderenti alle aspirazioni di emancipazione dei coloni faentini. «Viva Sarna rossa!» esulta Il Socialista, commentando gli ottimi risultati nella frazione da parte del PSIUP (43%) e del PCI (23,4%).

Le preferenze sono invece utilizzate più frequentemente dagli elettori repubblicani e democristiani, mentre socialisti e comunisti tendono a votare solo la lista, soprattutto nelle sezioni rurali, le quali eleggono complessivamente appena 6 consiglieri su 40 (15%), pur rappresentando circa il 40% del corpo elettorale. Non bisogna dimenticare che circa il 10% della popolazione era completamente analfabeta.

I volti del nuovo consiglio comunale

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Il sindaco Alfredo Morini

La nuova classe dirigente faentina sarà guidata dal sindaco Morini, che dopo l’elezione da parte del nuovo Consiglio comunale resterà in carica fino al ‘51, con uno stile forte e assertivo. Accanto a lui vi sono, per il PCI, Costante Pirazzini, segretario cittadino, Nullo Mariani, direttore della cooperativa Sacles, e Angelo Morelli, radiologo. Nel PRI si affermano Bruno Nediani, segretario provinciale del partito e direttore della Biblioteca Classense (628 preferenze) e Antonio Piani, direttore del periodico Il Lamone. L’opposizione democristiana è guidata dal capogruppo, il conte avvocato Antonio Zucchini (910 voti), già sindaco nel 1920, e da Pietro Baldi, proprietario terriero (633 voti) che diverrà poi sindaco nella tornata elettorale del 1951.

Rosa Casadio (Dc) è la prima donna eletta in consiglio comunale

Rosa Casadio

E le donne? Le candidate sono pochissime – appena 11 su 191 – e una sola viene eletta: la prof.ssa Rosa Casadio (DC), laureata in lettere e insegnante al Liceo, che siederà in Consiglio per tre mandati, ottenendo un crescente consenso in voti. Gli elettori mostrano però ancora molti pregiudizi: proprio le rare candidate ricevono poche preferenze e subiscono un alto numero di cancellazioni. Il cammino verso la parità è ancora lungo, ma grazie a Rosa Casadio e alle prime coraggiose candidate del marzo 1946 la strada è tracciata.

Andrea Piazza

Per saperne di più

Autori vari, 50° Anniversario – I° Consiglio Comunale di Faenza libera e democratica. Atti della cerimonia di commemorazione, Faenza, Comune di Faenza, 1996.

Andrea Piazza, 80° Anniversario – I° Consiglio Comunale di Faenza libera e democratica. Le elezioni del 17 marzo 1946, Faenza, Comune di Faenza, 2026.

1946 - manifesto