Faenza arriva alle comunali del 27 maggio 1951 dopo un quinquennio amministrativo segnato da continui cambi di maggioranza. Nel corso del primo mandato, infatti, si alternano tre diverse coalizioni, tutte guidate dal socialdemocratico Alfredo Morini: PSIUP-PCI-PRI (1946-1948), PSLI-DC-PRI (1948-1950) e, infine, PSLI-PSI-PCI con appoggio esterno dei mazziniani (1950-1951). L’iniziale collaborazione fra i repubblicani e il fronte socialcomunista si raffredda progressivamente sotto l’effetto dei nuovi equilibri politici nazionali, con i governi De Gasperi sostenuti dal PRI. A ciò si aggiungono le frizioni dovute al carattere impetuoso del sindaco Morini, in contrasto prima con il PCI e poi con la DC.

La galassia progressista si presenta al voto indebolita. Nel PCI pesa una forte conflittualità interna tra i dirigenti locali; la cooperativa Sacles, diretta dal comunista Nullo Mariani, affronta una crisi irreversibile e viene definitivamente liquidata a pochi mesi dalle elezioni; nel febbraio ‘51 si registra anche la scissione della corrente repubblicana dell’Anpi, con i mazziniani che fonderanno la Federazione Italiana Associazioni Partigiane. Il quadro appare dunque frammentato e privo della compattezza mostrata nell’immediato dopoguerra.

In vista delle elezioni, la Dc si allea con il Pri

Anche nella DC vi sono discussioni, ma vengono tuttavia presto ricomposte. Già a gennaio la dirigenza democristiana valuta l’ipotesi di un apparentamento con il PRI, operazione che garantirebbe alla coalizione più votata l’assegnazione di 26 seggi su 40, una sorta di premio di maggioranza ante litteram. La proposta, sostenuta dai maggiorenti moderati Antonio Zucchini (ex sindaco negli anni ’20, ndr), Pietro Baldi e Guglielmo Donati, incontra l’opposizione del giovane sindacalista Elio Assirelli, 28 anni, che sostiene che il partito debba essere equidistante dato il precedente appoggio del PRI alle sinistre. Nonostante i dubbi, il percorso è segnato: ad aprile Edera e Scudo Crociato confermano il collegamento, soluzione praticata in tutti i Comuni della provincia di Ravenna.

A sinistra la scommessa della Lista Cittadina da parte di Morini

alfredo morini
Il sindaco uscente, Alfredo Morini

Nel campo progressista, Morini propone alle sinistre una lista unitaria senza simboli di partito. Una scelta audace considerando che il PSLI, cui il sindaco aderisce, a livello nazionale mantiene posizioni fortemente anticomuniste e in 11 Comuni su 18 del ravennate si presenta persino in lista unica con DC e PRI. I comunisti locali accettano controvoglia. La nuova formazione assume il nome di Lista Cittadina e sceglie come simbolo il leone rampante manfredo, privo di pugnale e corona, in ossequio alle sensibilità pacifiste e antimonarchiche dei promotori.

La campagna elettorale replica lo scontro Peppone e Don Camillo. “Chi vota leone, vota baffone…”

La campagna elettorale richiama toni e schemi già visti nelle politiche del ‘48. La contrapposizione fra democristiani e socialcomunisti è durissima, con accuse alla sinistra di voler imporre in Italia un modello sovietico. Siamo nell’Italia dei Comitati Civici, la formidabile macchina organizzativa che sostiene la mobilitazione anticomunista, e nell’epoca della dialettica popolare incarnata dai personaggi di Peppone e Don Camillo. A Faenza il Comitato locale realizza un celebre cartellone: “Chi vota leone, vota Baffone!”, dove la maschera del leone viene calata per mostrare il volto di Stalin. Anche il vescovo, monsignor Giuseppe Battaglia, interviene a un mese dal voto con una lettera pastorale, ricordando che “è peccato grave dare il proprio voto a partiti che, come il Comunismo e il Socialismo ad esso alleato, fanno aperta professione di ateismo”.

La Lista Cittadina concentra invece la propria propaganda sui risultati dell’amministrazione uscente, con un ruolo centrale del sindaco. Tra gli argomenti principali vi sono l’approvazione del piano di ricostruzione post bellica e l’accusa ai cattolici di voler perseguire il pareggio di bilancio a scapito degli investimenti.

La chiusura della campagna elettorale resta memorabile: il professor Guglielmo Donati per la DC e il socialista Silvio Mantellini si sfidano in un comizio parallelo, l’uno in Piazza del Popolo e l’altro in Piazza delle Erbe, con repliche reciproche e il pubblico che si sposta da una piazza all’altra.

I risultati: Dc 43,9%-Pri 11%. La Lista cittadina si ferma al 42%. Entra in consiglio anche il Msi

Il risultato è netto: l’apparentamento tra DC (13.159 voti, 43,9%) e PRI (3.292 voti, 11%) permette alle due forze di prevalere ampiamente sulla Lista Cittadina, che ottiene 12.610 voti (42%). Grazie al collegamento, la DC conquista 21 consiglieri e il PRI 5, mentre alla Lista Cittadina ne spettano 13. Per la prima volta entra in Consiglio comunale anche il Movimento Sociale Italiano: l’avvocato Giovanni Vicchi è eletto con il 3,1% dei voti. Straordinaria l’affluenza, pari al 94,7% (+12,4% rispetto al 1946): emblematica la sezione 47 di Reda, dove votano 550 elettori su 557 aventi diritto, pari al 98,7%.

Città e campagna

Il responso rappresenta una brusca battuta d’arresto per le sinistre, che arretrano sensibilmente rispetto al ‘46. In città il leone rampante ottiene il 36,7% (-4,9%) e in campagna il 49,2%, con un crollo dell’11,7%. Specularmente, la DC beneficia dell’altissima partecipazione, raggiungendo il 43,7% in città (+4,4%) e il 44% nelle campagne (+13,7%), invertendo nuovamente la rotta rispetto al ‘46 grazie al sostegno del cooperativismo bianco, delle casse rurali e della piccola proprietà agricola. Le sinistre hanno la loro roccaforte nella sezione di San Barnaba (65,9%), mentre lo Scudo Crociato eccelle nella sezione di Cassanigo (65,4%).

Al futuro sindaco Pietro Baldi 1.258 preferenze, Cesare Bacchilega ne fa 785. Le donne elette? Ancora pochissime…

L’uso delle preferenze appare più equilibrato rispetto al ‘46, poiché i tre partiti di sinistra candidano i propri esponenti di punta nella Lista Cittadina. Sul totale di quelle disponibili, gli elettori di sinistra ne utilizzano il 23,5%, i democristiani il 22,6% e i repubblicani il 16%. Tra i cattolici emerge il possidente Pietro Baldi, laureato in legge e autorevole leader della corrente degasperiana, che con 1.258 preferenze si afferma come sindaco in pectore. Seguono Zucchini (725 preferenze) e Donati (484), entrambi eletti anche al Consiglio provinciale, poiché si vota per la prima volta contemporaneamente anche per tale ente.

Nel campo progressista si ha un profondo rinnovamento del ceto politico. I più votati sono i comunisti Cesare Bacchilega (785), Achille Bandini (743), Primo Zoli (616) e Costante Pirazzini (505), oltre all’indipendente Domenico Silvestrini (457) e all’ex sindaco Morini (320). Le donne elette restano pochissime: si conferma la democristiana Rosa Casadio e fa il suo ingresso la comunista Aniva Minghelli, ex partigiana, che ottiene ben 454 preferenze.

Le elezioni del 1951 segnano dunque un balzo deciso della DC, che a livello provinciale strappa altre quattro municipalità all’alleanza socialcomunista, ovvero Ravenna, Bagnacavallo, Brisighella e Castel Bolognese. A Faenza si apre così un ciclo di stabile egemonia democristiana destinato a durare oltre quindici anni.

Andrea Piazza

Per saperne di più

Pietro Baccarini, La Democrazia Cristiana di Faenza, 1943-1975, Faenza, EDIT Faenza, 2006;
Franco Conti, Storia del P.C.I. di Faenza. 1945-1955, Faenza, Polaris. Yanez libri, 2024.

Nella foto: il cartellone propagandistico affisso sul Palazzo del Podestà, che invita a diffidare della Lista cittadina animata dalle sinistre.