«Ora prendiamo un taxi e andiamo alla stazione di Napoli, dove prenderemo il treno per raggiungere Roma, la città del Papa», disse padre Faustino con la stessa voce pacata e tranquilla.
Roma! Il Papa! Due nomi misteriosi, pesanti, senza volto né odore, ma già sufficienti a farmi venire un leggero mal di pancia.
Trovai il coraggio di chiedere: “Padre Faustino… chi è il Papa?”
Lui non esitò, anzi sembrava aspettare proprio quella domanda. Si raddrizzò leggermente e pronunciò, con solennità: “È il Vicario di Gesù Cristo”.
Ora, ci sono suoni che, una volta entrati nelle orecchie, non se ne vanno più. Restano lì per sempre, come un tamburo che continua a battere anche quando la musica è finita. Vi-ca-rio di Cri-sto. Non avevo capito assolutamente nulla. Ma il suono era così importante, così serio, che non osai chiedere spiegazioni. Avevo solo capito una cosa: qualunque cosa fosse questo Vicario, doveva essere una persona pericolosamente importante. Forse comandava più del capitano della nave. Forse anche più di Dio, ma questo non osavo pensarlo.
Mi tornarono in mente alcune espressioni italiane che avevo già imparato sulla nave e che mi colpivano come piccoli schiaffi sonori: “Hai fifa, eh?”. Oppure: “È logico!”. “Meno male!”. Non sapevo bene cosa volessero dire, ma facevo finta di capire.
Napoli non era una città: era una creatura viva, rumorosa, nervosa. Urlava, strombazzava, gesticolava. I palazzi si spingevano l’uno contro l’altro come se litigassero per chi dovesse soffocare il cielo per primo.
Seduto sul sedile di pelle lisa, con le gambe che non arrivavano bene a terra, guardavo fuori dal finestrino cercando disperatamente qualcosa di familiare: un albero, una capanna, una faccia del mio colore. Niente. Solo pietra, ferro, asfalto e persone che camminavano come se avessero sempre fretta di scappare da qualcuno.
Padre Faustino, accanto a me, sorrideva tranquillo. Per lui tutto era normale. Per me, ogni metro percorso era una corda che si tendeva un po’ di più, tirandomi lontano da ciò che ero stato.
Poi arrivò il momento delle scarpe.
I miei sandali africani, fedeli compagni di polvere, fango e libertà, furono giudicati inadatti a quel nuovo mondo. Entrammo in un negozio. Nel locale, le scarpe erano allineate in silenzio: nere, lucide, rigide, tutte uguali. Sembravano animali imbalsamati. Animali cattivi.
Quando infilai i piedi in quelle scarpe chiuse, successe qualcosa di grave: i miei piedi sparirono. Niente aria. Niente terra. Niente libertà. Solo cuoio duro che stringeva come una morsa. Avevo la sensazione che le scarpe stessero cercando di educarmi a forza.
Camminare fu un’esperienza tragicomica. I piedi non obbedivano più. Andavano dritti quando volevo girare, si incrociavano, inciampavano. Ogni passo era una trattativa diplomatica. Io, che avevo sempre camminato scalzo o quasi, mi muovevo ora come un pinguino confuso o come un soldatino rotto.
Padre Faustino mi guardava divertito. Io non dissi nulla. Avevo già capito che, in quel nuovo mondo, il dolore non si spiegava. Si ingoiava. Magari insieme a un’altra parola misteriosa, difficile da dimenticare: Vicario di Cristo.
E io, con le scarpe che mi comandavano i piedi e parole troppo grandi che mi giravano in testa, continuavo a camminare, destinazione Roma. Senza sapere bene chi fosse il Papa. Ma con la certezza che, qualunque cosa fosse, non camminava certo scalzo.
La stazione di Napoli Centrale mi travolse. Era immensa, smisurata, un ventre di pietra e ferro che inghiottiva persone e le sputava via. Le voci rimbalzavano ovunque, amplificate, deformate. L’odore acre dell’olio delle locomotive si mescolava a quello del metallo e della polvere. Le persone correvano trascinando valigie enormi, come se fuggissero da qualcosa. Io restavo immobile, piccolo, schiacciato da quella grandezza ostile. Pensai al mio villaggio, dove il tempo camminava piano, dove ogni rumore aveva un senso, dove il silenzio non faceva paura.
Poi vidi il treno. Non una macchina, ma una creatura. Un mostro metallico, lungo come un millepiedi infinito, con il respiro pesante che sembrava salire dalle viscere della terra. Salire a bordo fu come entrare nella bocca di una bestia sconosciuta, senza sapere se ne sarei mai uscito.
Ogni sobbalzo sui binari rendeva le scarpe sempre più insopportabili. Alla fine, con voce incerta, chiesi a padre Faustino se potevo toglierle. Lui annuì, senza giudizio. Quando le sfilai, il sollievo fu immediato, quasi una liberazione. Ma sentii subito gli sguardi. Gli occhi dei passeggeri erano puntati su di me: curiosi, sospettosi. Per loro ero un’anomalia. Un bambino africano, scalzo, su un treno europeo. In quel momento capii che ero solo.
Il viaggio da Napoli a Roma fu il più doloroso della mia vita. Non solo nel corpo, ma nell’anima. Avrei voluto parlare, chiedere, capire. Perché ero partito dal mio villaggio? Cosa voleva dire “studiare”? Perché in quel mondo non c’erano persone nere? Ma le parole non esistevano ancora dentro di me. Non avevo i vocaboli per difendermi, per spiegarmi, per esistere. Così restavo zitto, prigioniero dei miei pensieri.
Nella mia mente di bambino nacque un pensiero terribile: mi dissi che i bianchi avevano portato via l’anima di tutti i neri. Che per questo non se ne vedevano. Erano morti. Spenti. E presto sarebbe toccato anche a me. Quella convinzione mi faceva male come una ferita aperta. Le storie raccontate nel villaggio sulle crudeltà dei bianchi, sulla loro freddezza, sulla loro capacità di rubare non solo la terra ma anche lo spirito, tornavano a galla, vive, potenti, più reali di qualsiasi spiegazione razionale.
Su quel treno diretto a Roma, ogni volto bianco mi sembrava un potenziale nemico. Ogni sguardo era una minaccia. Mi sentivo osservato, giudicato, pesato. Ero arrabbiato con la famiglia di mio padre: erano stati loro a orchestrare quel viaggio impossibile, da Bulo Yak a Napoli, da un mondo comprensibile a un universo ostile. Ma non potevo più tornare indietro. Non c’era scelta.
Il male minore era seguire il frate. Aggrapparmi alla sua figura come a un ramo in mezzo alla corrente. Rassegnarmi. Lasciarmi trasportare. Con la malinconia che mi riempiva il petto e la paura che mi camminava accanto, chilometro dopo chilometro, verso Roma.
Quando arrivammo a Roma, fui travolto da un’altra ondata di sorprese. La stazione Termini era ancora più caotica di Napoli. Tutto si muoveva a una velocità febbrile, e io faticavo a tenere il passo.
Poi arrivammo in Piazza San Pietro, e il respiro mi si fermò in gola. La cupola della basilica si alzava sopra di me come una montagna impossibile, così grande da sembrare viva, come se stesse davvero cercando il cielo. Le pietre chiare riflettevano la luce e mi ferivano gli occhi, abituati al verde scuro delle foglie e alla terra rossa. Sentii un brivido: non era paura, era stupore puro, quello che ti prende quando capisci che il mondo è più vasto di quanto avevi mai immaginato.
«Dobbiamo salire fino in cima alla cupola», disse padre Faustino. La sua voce era calma, sicura, come quella degli anziani del mio villaggio quando indicano un sentiero nella savana.
Cominciammo a salire. I gradini sembravano non finire mai. Le scarpe mi stringevano i piedi, dure e ostili, così diverse dal contatto libero della terra. Ogni passo era uno sforzo: le gambe bruciavano, il fiato corto, il sudore lungo la schiena. Le pareti curve mi avvolgevano, fredde e lisce, con la sensazione di essere inghiottito dalla pancia di un animale sacro. Il tempo perdeva forma: la salita chiedeva tutto, come una prova iniziatica.
Quando finalmente arrivammo in cima, il mondo si aprì di colpo. Roma si stese sotto i miei occhi come un mare immobile di pietra e cemento. Onde di tetti, cupole, strade. Un orizzonte grigio e ordinato, senza alberi, senza foreste, senza il richiamo degli uccelli. Silenzio alto, sospeso, un immenso respiro trattenuto. Mi sembrò di essere su un altro pianeta.
Padre Faustino tirò fuori la macchina fotografica. Sorrideva, sereno, felice, come se quel luogo gli appartenesse da sempre. Scattò delle foto: io e Umberto avevamo il volto travolto, gli occhi spalancati, smarriti. Nei miei occhi c’era la meraviglia, ma anche una confusione
profonda, come quando da bambino mi trovavo per la prima volta davanti a un rito che non capivo ancora.
Quel mondo di pietra non parlava la lingua del mio mondo fatto di alberi, di ombre, di animali e di fuochi notturni. Mi sentivo piccolo, perso, in balia di un cambiamento troppo grande per essere compreso fino in fondo.
Eppure, lì in alto, sentivo anche altro. Una presenza. Un silenzio denso, carico, simile a quello della radura sacra del mio villaggio, dove si celebravano i riti dello Mviko. Anche lì il tempo si fermava, anche lì si entrava in uno spazio separato dal resto del mondo. La basilica
non era una foresta, ma aveva lo stesso peso misterioso: un luogo dove gli uomini parlavano con ciò che non si vede, dove il cielo sembrava più vicino e l’anima più nuda.
Provai una strana intimità, come se due mondi lontanissimi si fossero sfiorati dentro di me. Non li capivo ancora, non sapevo unirli. Ma sentivo che entrambi erano sacri. E io, bambino africano con le scarpe che facevano male e il cuore pieno di domande, stavo in mezzo,
tremante e meravigliato, come sull’orlo di un grande passaggio.
Verso sera giungemmo in un convento immenso, più grande di quello di Napoli, e le sue mura scure sembravano respirare come un gigante addormentato. Ero stanco, avevo voglia solo di dormire, ma avevo paura che la notte potesse riportare con sé le stesse ombre e i canti
lugubri che mi avevano turbato a Napoli…….Anche qui il rito era il solito, padre Faustino suonò il campanello, un frate aprì il portone e disse la formula ” Il signore sia con voi”. Ricordo dentro il convento un giardino enorme con tantissime piante. Un altro frate ci accompagnò alle nostre celle, era sera e disse che fra un ora dovevamo andare in refettorio per la cena. Il refettorio era quasi uguale a quello di Napoli. Dopo mangiato, ognuno si ritirò nella sua cella.
Mi stesi sul letto. Chiusi gli occhi con lentezza, temendo che il silenzio si spezzasse e che quelle voci che avevo sentito nel convento di Napoli tornassero a insinuarsi tra le pareti con quei canti che sapevano di morte, come se venissero a reclamare la mia anima.
Nel buio, trattenevo il respiro. Attendevo. Ascoltavo. Ogni fruscio poteva essere l’inizio di un canto, ogni pausa una minaccia. Anche questa volta per farmi coraggio, cercai rifugio dove il terrore non poteva entrare: nei bei racconti della di mia nonna.
Nel dormiveglia la vidi. Era in piedi, sotto il grande tamarindo del villaggio, immobile e solenne come una guardiana del tempo. La sua presenza scacciava le ombre. Mi cullavo nel ricordo, come un bambino che si nasconde sotto una coperta sottile, e lasciai che la sua voce
riportasse in vita la storia leggendaria di Saleh e Layla.
La sentii parlare, chiara e ferma, come se fosse lì accanto a me: “Saleh era un uomo bianco dal cuore limpido, venuto da terre lontane. Abitava in un palazzo di Raphta, la città misteriosa che il mare divorò e il vento cancellò.”
Raphta… una città di pietra chiara e terrazze aperte sul mare, dove le case sembravano sospese tra acqua e cielo. I mercanti parlavano lingue dimenticate, le porte erano scolpite con segni antichi, e di notte le lampade a olio tremolavano come stelle cadute. Poi il mare era
salito, lento e inesorabile, e Raphta aveva accettato il suo destino, scivolando nel silenzio degli abissi.
“Layla era una principessa di Tanga, luminosa come la luna che danza sull’Oceano Indiano.”
I suoi genitori proibivano quell’amore, ma gli sguardi dei due giovani si intrecciarono come radici sotto la terra, invisibili e indistruttibili. Le loro mani si cercarono come stelle destinate allo stesso cielo. Si amarono nel segreto della notte, tra il richiamo degli uccelli marini e il profumo selvatico dei fiori, giurando che nessuna tempesta li avrebbe divisi.
Mentre ascoltavo, la paura provava a tornare. Per un istante credetti di udire di nuovo quei canti lontani, cupi, come un coro senza volto. Il cuore accelerò. Rimasi in attesa, sospeso tra due mondi.
Ma la voce di mia nonna continuava: “Quando Raphta fu inghiottita dal mare, il loro amore non morì. Si trasformò in luce.”
Disse che ancora oggi, al largo di Zanzibar, chi naviga di notte vede due stelle più vicine delle altre, come se vegliassero l’una sull’altra. Sono Saleh e Layla, fiamme eterne nel cielo, sentinelle silenziose contro l’oblio.
In quel dormiveglia, cullato da quella storia antica, mi addormentai senza incubi. Mia nonna diceva che era tutto vero, tramandato da generazioni. Io le credevo con tutto me stesso, perché la sua voce non mentiva mai.
E mentre la fiaba si chiudeva come una porta lieve, la paura della notte si fece più leggera. Compresi che nel mondo potevano esistere uomini bianchi buoni, e che l’amore autentico è più forte del tempo, più forte della morte, più forte persino dei canti lugubri che cercano
l’anima nel buio.













