E per scacciare quella paura, per addolcire l’ombra, facevo l’unica cosa che conoscevo: cercavo rifugio nella voce di mia nonna. Chiudevo gli occhi e ripetevo a bassa voce, dentro la mia mente, la leggenda che lei mi raccontava quando il vento fischiava tra le capanne: la storia d’amore proibita tra Saleh, il giovane uomo bianco della città segreta di Raptha, e Layla, la principessa africana dal passo di gazzella.
Pronunciavo quei nomi come un rosario pagano, come un talismano contro il terrore. Ogni volta che ripetevo “Saleh” e “Layla”, mi sembrava che un lembo della mia terra mi raggiungesse, come un’onda che, attraversando gli oceani, bussava al mio cuore per dirmi:
non sei solo. Era la storia in cui un uomo bianco non era un nemico, ma un innamorato, un uomo capace di coraggio e tenerezza.
Quella storia, la più bella che mia nonna abbia mai narrato, la più misteriosa e la più proibita, fu il mio scudo nei giorni in cui tutto mi sembrava ostile.
E ancora oggi, quando ci ripenso, sento che racchiude un segreto antico, un ponte inatteso tra due mondi che tutti dicono lontani. La racconterò nell’appendice di questo libro, così come me la consegnò mia nonna: intatta, luminosa, e avvolta in un alone di verità e di mito. Perché certe storie, quando finalmente le si ascolta, cambiano il modo in cui si guarda tutto il resto.
Nonostante questo espediente, un groviglio di paura, curiosità e smarrimento mi serrava il petto. Quella notte fu una notte senza fine. Appena chiudevo gli occhi, un incubo mi travolgeva: un uomo bianco si chinava su di me e mi soffiava in viso, per strapparmi l’anima. Sentivo il fiato freddo, avvertivo un dolore lancinante nel petto, come se l’aria mi fosse negata. Mi svegliavo di colpo, ansimante. Poi, appena il sonno tornava a trascinarmi giù, l’incubo riaffiorava, identico, più feroce, e di nuovo quel soffio, quella stretta, quel soffocare. Mi svegliavo, poi ricadevo, e ancora, e ancora, senza tregua, fino a che finalmente, come una liberazione, l’alba rischiarò la mia cella.
Le storie che da bambino avevo ascoltato, quelle voci degli anziani che dicevano: “I bianchi ti soffiano in viso, ti portano via l’anima, e quando l’anima esce senti un dolore terribile, smetti di respirare e muori”, quella notte presero vita. Non erano più racconti: erano i miei sogni, la mia paura, la mia carne.
Mentre l’alba lentamente si faceva avanti, iniziarono ad arrivare dei suoni dal corridoio del convento. Prima un brontolio lontano, confuso, come il vento che passa dentro una grotta. Poi le voci si fecero più chiare: un coro di uomini, senza strumenti, solo fiati e gole. Salivano e scendevano in onde lente, solenni. Le voci basse erano profonde come tamburi sepolti, mentre quelle alte parevano fili di fumo che salivano nell’aria. Era un canto che incuteva paura.
Ma ciò che mi terrorizzava erano le parole. Non erano parole normali. Erano sillabe lunghe, tonde, che si spezzavano in altre sillabe: “Do-mi-nu-us… gra-ti-a ple-na…” Poi ancora “Ky-ri-e e-le-i-son…”, che sembrava un pianto di uccello ferito. Le “u” eran pozzi profondi, le “a” cortili larghi, le “i” aghi sottili. Sembrava una lingua di spiriti, di antenati, un linguaggio che il convento stesso parlava attraverso i frati.

Ogni nota vibrava nell’aria e dentro di me. Sentivo il petto tremare a ogni suono basso, come se qualcuno mi colpisse con pugni invisibili. Le voci alte mi sfioravano la nuca come un vento gelido. Mi bruciavano gli occhi, non capivo se per l’incenso che entrava nella stanza o per le lacrime che volevano uscire. Le mani mi sudavano, stringendo il coltello che mia nonna mi aveva dato per difendermi. Mi sentivo piccolo, stretto, come se quelle voci mi avvolgessero in un sudario.
Mi alzai piano e guardai dal buco della serratura. Li vidi: i frati con il saio marrone, i sandali che strisciavano sul pavimento, il capo chino. Camminavano in fila lenta, immersi in quel canto come in un fiume invisibile. Le candele proiettavano ombre lunghe, deformando in figure spettrali che parevano cantare anch’esse.
Mi ritrassi, stringendo il coltello con le mani bagnate di sudore. Ma che cosa potevo fare con una lama sottile contro quella moltitudine di corpi e di voci? Il cuore mi batteva così forte che lo sentivo nelle tempie, e il respiro si faceva corto come dopo una corsa. Ecco, vengono a prendermi. È finita. È vero: i miei genitori mi hanno venduto. Non tornerò mai più.
Il canto, basso e profondo, cresceva lungo il corridoio come un’onda nera. Le voci sembrano non appartenere più a uomini, ma a spiriti che si avvicinavano a me, passo dopo passo, inesorabili. Il profumo d’incenso diventava più intenso, quasi soffocante, e mi avvolgeva come una nebbia sacra e mortale. Ogni secondo era eterno: attendevo il cigolio della maniglia, l’urlo del legno che si apre, mani fredde che mi trascinano via.
E invece… il silenzio improvviso. I passi non si fermarono, ma scivolarono oltre la mia porta, il canto si allontanò, lasciando dietro di sé soltanto echi tremanti e quell’odore pungente d’incenso. Rimasi immobile, svuotato, il coltello ancora stretto nella mano tremante. La paura non era finita, ma si mescolava ora a una meraviglia incredula: avevano oltrepassato la mia porta senza aprirla, senza vedermi, senza portarmi via.
Il dubbio non se ne andava. Era lì, come una brace sotto la cenere: e se fosse vero? Se davvero i miei mi avessero venduto? Cercavo di convincermi che quei canti erano preghiere, invocazioni di pace. Ma per me, bambino della savana, abituato al linguaggio giocoso degli uccelli, quei suoni erano lamenti di spiriti, archi neri che si piegavano sopra di me. E il convento, con i suoi corridoi lunghi e le sue volte altissime, mi sembrava una bocca di pietra pronta a inghiottirmi per sempre.
Dopo circa un’ora bussò alla mia cella il solito frate magro, malinconico ma gentile. “Seguimi, andiamo in refettorio per la colazione”. Mi toccai la testa, la bocca e il petto etra me e me pensai: “non mi hanno ancora portato via l’anima”. E mi convinsi che ero vivo per davvero.














