Camminavo dietro al comandante, come si cammina dietro a un destino che non si è scelto. Lui avanzava deciso, fendendo la folla del molo di Napoli, e io lo seguivo insieme all’altro ragazzo, inghiottito dal brulichio di corpi, voci, odori, urti. Il porto respirava forte: casse sbattute a terra, passi frettolosi, richiami rauchi, risate improvvise. Tutto si mescolava in un frastuono che mi entrava dentro, come un mare diverso da quello appena attraversato, più vicino e più minaccioso. Poi il comandante rallentò. Lo vidi irrigidirsi appena. In lontananza, tra la confusione dei volti, apparve una figura che non somigliava a nessun’altra: un frate. La sua tonaca tracciava una linea ferma in mezzo al caos, come se il porto stesso gli facesse spazio. Il comandante gli andò incontro con passo rapido. — «È lei, padre Faustino?» Il frate sorrise. Un sorriso semplice, disarmante, che pareva nato per accogliere. — «Sì, sono io.»

Il comandante indicò noi due. — «Questi sono i bambini che vengono dalla Somalia

Padre Faustino abbassò lo sguardo su di noi. In quel momento il suo volto mi parve serio, troppo serio. Quel dettaglio mi colpì come una fitta improvvisa. A tracolla portava una macchina fotografica: mi sembrò il segno di qualcuno che voleva trattenere il tempo, fermare la vita prima che scappasse via. Io, invece, avevo la sensazione opposta: che tutto stesse correndo troppo in fretta, trascinandomi con sé.

— «Andiamo!» disse. La sua voce non ammetteva repliche.

Mi prese la mano. La sua stretta era forte, sicura, e cominciammo a camminare lungo una strada larga di Napoli, una strada che mi parve infinita, piena di macchine, clacson, persone che urlavano, ridevano, si spingevano. Io guardavo ovunque, incapace di stare fermo con lo sguardo: a destra, a sinistra, dietro. Ogni rumore era un richiamo, ogni suono un allarme. Il prete spesso era costretto a trascinarmi, perché mi fermavo senza accorgermene, rapito e spaventato allo stesso tempo.

Dentro di me tornò una paura antica, la stessa di quando mio padre mi svegliava all’alba per andare nella foresta. Avevo paura di stare davanti, perché un animale feroce poteva apparire all’improvviso. Avevo paura di stare dietro, perché qualcun altro poteva aggredire alle spalle. Ovunque mi trovassi, ero esposto.

La mia mente di bambino si aggroviglia su se stessa. Sognavo di scappare, di voltarmi all’improvviso e correre, correre senza sapere dove, pur di tornare al mio villaggio. Ma subito dopo capivo che era impossibile. C’era il mare. Quel mare che avevo attraversato in dodici giorni interminabili. Un muro d’acqua che non si poteva rifare a ritroso. E poi Napoli: una città che non conoscevo, una città dove non conoscevo nessuno. E io ero nero. Mi avrebbero trovato subito.Ovunque fossi andato.

Il missionario mi stringeva la mano sempre più forte, quasi a farmi male. Io lo guardavo di nascosto, con il sospetto irrazionale di chi ha paura anche dei propri pensieri. “Mi stringe così perché ha capito”, pensavo. “Ha capito che voglio scappare.” Nella mia mente confusa ero certo che mi avesse letto dentro, che avesse visto quel desiderio inconfessabile, vergognoso, ma potentissimo.

In quello stato di paura assoluta, quasi onirico, un pensiero si fece strada con la durezza di una verità: i miei genitori mi avevano venduto. Non abbandonato. Venduto. Era l’unico modo che avevo per dare un senso a quello strappo, a quella solitudine improvvisa, a quella mano che non era la loro e che pure mi trascinava avanti.

Eppure, mentre camminavo, una frase emerse dal fondo della memoria, come una voce che resiste al rumore del mondo. Era la voce di mia nonna: “Ricordati, Omarino, una pietra che rotola prima o poi si ferma”.

Io ormai non desideravo altro che fermarmi. Non sapevo dove. Non sapevo come. Ma continuavo a camminare, stringendo quella mano estranea, dicendo  a bassa voce, come una preghiera senza Dio: “Seguo il prete. Prima o poi qualcosa succederà”.

E Napoli, intanto, ci inghiottiva, passo dopo passo, custodendo il segreto di ciò che sarebbe venuto dopo.

Dopo aver camminato per circa cinquecento metri, salimmo su un taxi. Dal finestrino vedevo la città agitarsi come in un sogno rumoroso e ostile: gente che correva, automobili che si stringevano, clacson che esplodevano come colpi di fucile. Io, bambino, fissavo quella vita frenetica con occhi pieni di smarrimento: era come osservare un mondo di alieni. I loro gesti rapidi, i loro volti tesi, i rumori assordanti — tutto mi era estraneo, e io restavo lì, incollato al vetro, come un piccolo prigioniero che guarda un universo al quale non appartiene.

Dopo circa venti minuti di viaggio, il taxi si fermò davanti a un convento di frati francescani. L’edificio mi apparve come una fortezza, dalle mura grigie e fredde, segnate dal tempo, e al centro intravidi un grande chiostro che sembrava respirare solo silenzio.

Ma non era un silenzio che conforta: era grave, pesante, come se potesse schiacciare il respiro stesso. Entrando, sentii di varcare una soglia invisibile: non ero più nel mio mondo, ma in un luogo che mi faceva sentire minuscolo e solo, come disperso in un labirinto senza uscita.

Un frate magrissimo ci accolse sulla soglia. Il suo volto scavato pareva una maschera d’ombra: guance incavate, occhi infossati, e il saio marrone, stretto da una corda sfilacciata, scivolava sulle sue ossa come un panno troppo largo.Quando parlò, la sua voce fu sottile, quasi un respiro che pareva svanire nell’aria: “Il Signore sia con voi”, poi aggiunse: “Seguitemi”.

Avanzammo dietro di lui per un corridoio interminabile. Le pareti nude sembravano allungarsi senza fine, il soffitto altissimo mi faceva piegare il capo all’indietro, e ogni passo rimbombava sul pavimento di pietra come se un eco invisibile ci seguisse. Il frate non disse una parola, e il solo suono che spezzava quel silenzio era la mia piccola valigetta che strisciava a terra, rumorosa e goffa. Io, bambino, avevo paura. Dentro di me cresceva la certezza di essere stato rapito, e in ogni angolo scuro credevo si nascondesse la mia fine.

Alla fine, il frate si fermò e indicò due stanze: «Questa è la sua cella, padre Faustino. E quest’altra è tua, ragazzo.» Poi si voltò verso di me e, senza cambiare tono, disse: «Seguimi, bambino.» Dopo un’altra lunga camminata e una svolta a destra, mi mostrò una piccola stanza spoglia: «Starai qui fino a domani mattina. Riposati.»

Mentre ero steso sul letto duro della mia cella, fissavo il soffitto altissimo che svaniva nel buio come un cielo senza stelle. La stanza odorava di pietra umida e incenso freddo; e quel silenzio — un silenzio pesante, mi avvolgeva come un mantello troppo stretto. Non era il silenzio vivo della mia terra, punteggiato dai frulli d’ala e dai richiami degli animali, un silenzio che respirava insieme a te, che ti parlava. No. Questo era un silenzio immobilizzato, immobile come una statua rotta, capace di schiacciare il petto.

Avevo paura. Una paura assoluta, primitiva, che mi tendeva i muscoli come corde. Paura degli uomini bianchi, paura del loro sguardo che non sapevo ancora decifrare, paura di quel mondo estraneo che si apriva davanti a me come una porta che non avevo chiesto di attraversare.