Gli occhi di quegli uomini bianchi e di quelle donne bianche che vedevo al molo di Napoli avevano colori che non avevo mai visto e che, per me, bambino africano, appartenevano solo alle storie dei cacciatori o ai racconti degli anziani attorno al fuoco. Alcuni erano chiari come il cielo che si apre dopo il grande temporale, quando l’aria profuma di terra bagnata. Altri erano azzurri: un azzurro che non avevo mai visto, un azzurro vivo, liquido, come il mare che avevo appena attraversato, quando ancora non aveva deciso di essere cattivo con noi. Altri ancora erano verdi, ma non il verde della savana bruciata dal sole: erano verdi come alghe mosse dalle correnti, verdi inquieti, che parevano cambiare a ogni spostarsi della luce.Non erano come i nostri, dove gli sguardi avevano il colore dell’ebano o della notte senza luna.
Nel mio villaggio, gli occhi erano profondi, scuri: non li guardi per scoprire cosa pensano, li guardi per sentirti protetto. Sono occhi che accolgono, che sorridono anche quando la bocca rimane ferma; occhi che raccontano il fuoco, la fatica, la comunità che respira come un solo corpo.
Invece gli occhi di quelle persone bianche sembravano attraversarmi come frecce di luce. Non riuscivo a capire cosa volessero da me: era come se cercassero dentro di me qualcosa che io ancora non sapevo di avere. Mi sentivo scoperto, disarmato.
Ricordo che pensai che avessero un potere misterioso.
E così, nel frastuono del porto di Napoli, con il profumo di benzina, pesce e caffè che mi entrava nelle narici, capii che ero entrato in un mondo nuovo. Un mondo dove gli occhi non parlavano la lingua della mia tribù, e dove io dovevo imparare a non aver paura della loro luce.
I capelli, lisci e morbidi, si piegavano al vento in onde leggere e cambiavano colore come le piume degli uccelli: neri, castani, dorati, persino rossi come il fuoco.
Soprattutto i capelli delle donne erano spesso lunghi e vivi. Si muovevano, non stavano mai fermi, e avevano colori che nella mia terra conoscevo solo nell’erba e nei fiori della savana.
I capelli biondi risplendevano come le alte erbe secche che dondolano al tramonto, quando il sole le incendia di riflessi dorati. Quelli castani mi ricordavano la criniera del leone maschio, folta e maestosa, quando il vento le passa dentro e la divide in ciocche mobili. I capelli neri erano come la notte senza luna, una notte profonda in cui si nascondono le storie dei cacciatori. E i rossi avevano il colore del fuoco che danza nei villaggi, o dei fiori selvatici che punteggiano la savana dopo la prima pioggia: un rosso vivo, che sembra respirare.
Li guardavo e sentivo che, anche così lontano da casa, un pezzo della mia savana si muoveva davanti ai miei occhi, intrecciato in quelle chiome leggere come magie.
Fissavo anche la loro bocca. Non avevo mai visto labbra così in vita mia.
Erano sottili, sottilissime. Mi sembravano due lembi di pelle stirati sul volto, come se il sole le avesse prosciugate. Mi domandavo come potessero uscire parole da quelle linee così strette. Quando parlavano, vedevo quel filo rosa muoversi veloce, quasi tremare, e mi veniva l’idea strana che potesse spezzarsi da un momento all’altro.
Le donne, poi, mi confondevano ancora di più: si dipingevano quelle labbra sottili con un rosso che non avevo mai visto, un rosso messo sopra, non dentro. Sembravano due petali appoggiati su un ramo troppo secco. Le guardavo e provavo un misto di curiosità e inquietudine, come quando, da bambino, vedevo un insetto bellissimo ma non sapevo se potesse pungere.
E subito, dentro di me, correva il confronto con casa mia.
Nel mio villaggio le labbra erano piene, rotonde, vive. Labbra che non stavano lì come un dettaglio, ma come un centro del volto: parlavano, ridevano, cantavano. Labbra forti, che sembravano trattenere il calore del focolare. Le labbra delle donne del mio villaggio, quando sorridevano, facevano sembrare che tutto il viso respirasse.
Davanti a quelle bocche sottili dei bianchi mi sentivo come se stessi guardando un frutto sconosciuto: non sapevo se fosse acerbo o semplicemente diverso.
Ricordo che la prima parola che un uomo bianco mi disse mi arrivò insieme all’immagine di quelle labbra pallide che si muovevano rapide come pesci piccoli nell’acqua. E io, con la mia timidezza da bambino spaesato, tornai col pensiero alle labbra ampie di mia madre, ai suoi sorrisi lenti, alla forza tranquilla che avevano quando mi chiamavano per nome.
Intorno a me la città urlava la sua vita. I suoni si accavallavano: grida di venditori, fischi acuti, campane che rintoccavano senza pietà, motori che ruggivano. Era un mare di voci che non capivo, una lingua che scivolava veloce, cantilenante, come un fiume che mi trascinava senza lasciarmi appiglio. Mi sentivo piccolo, smarrito, come un granello trascinato dal vento.
E dentro, cresceva la paura. Gli anziani del villaggio mi tornavano in mente con le loro storie cupe: raccontavano che gli uomini bianchi rapivano i bambini, li soffocavano e rubavano loro l’anima per portarla lontano. Quelle voci antiche, che da piccolo ascoltavo con brividi di terrore intorno al fuoco, ora si mescolavano ai miei pensieri, ingigantendo ogni sguardo che mi cadeva addosso. Ero convinto che tutti mi osservassero, e che prima o poi una mano si sarebbe allungata per afferrarmi e trascinarmi via, lontano per sempre.
Napoli mi appariva come un immenso vortice di odori e suoni, di volti estranei e penetranti. Un mondo troppo rumoroso, troppo luminoso, troppo diverso. E io, con i piedi ancora impregnati della polvere del mio villaggio, sentivo solo il battito del mio cuore, la paura che mi stringeva il petto, e il desiderio segreto di tornare indietro, tra i visi neri e rassicuranti della mia gente.
Umberto camminava accanto a me con passo leggero. Aveva quattordici anni, ma nei suoi gesti c’era una quiete adulta, una fiducia che io non possedevo. Forse gli veniva da suo padre bianco, forse da quella madre somala così bella da sembrare irreale, o forse da quel colore della pelle che lo collocava in una terra di mezzo, meno esposta, meno interrogata. Non era scuro come me. E dentro di sé, ne ero certo, sentiva di poter appartenere almeno un poco a quel mondo che ora ci sta accogliendo.
Io no. Io mi sentivo fuori posto, come un oggetto dimenticato in una stanza che non era la sua.
Stringevo la mia piccola valigia con entrambe le mani, e a ogni passo diventava più pesante. Non erano i vestiti a gravare, ma ciò che non si vede: la paura, il dubbio, il presentimento di essere osservato, misurato, giudicato. Era come se portassi con me non un bagaglio, ma un cuore troppo grande per il mio corpo di bambino.
Dentro di me nasceva un pensiero vergognoso e doloroso: vorrei non essere nero del tutto. Mi sarei accontentato di essere come Umberto, meno nero, abbastanza chiaro da potermi confondere tra la gente di Napoli, da scivolare invisibile tra i volti. Io invece sentivo gli sguardi addosso, come dita puntate, come fari accesi su una solitudine che non potevo nascondere.
Subito dopo, però, quel pensiero mi feriva. Mi tornavano alla mente i bambini meticci, metà bianchi e metà neri, eppure interamente rifiutati. Respinti, schiacciati dalle leggi razziali, e allo stesso tempo marchiati da uno stigma che non avevano scelto. Figli di un confine che non perdona.
E allora mi perdevo. Non sapevo più da che parte stare, né chi avrei voluto essere.
Ero piccolo, ma capivo già troppo. Capivo che il colore della pelle poteva diventare una condanna silenziosa, che l’identità poteva trasformarsi in una colpa, che esistono luoghi in cui l’anima arriva prima del corpo e viene respinta senza spiegazioni.
In quella confusione triste, in quel groviglio di pensieri più grandi di me, nacque una certezza amara: ero nel posto sbagliato. Non perché quel luogo fosse cattivo, ma perché io non avevo ancora trovato un luogo capace di accogliermi interamente, senza chiedermi di essere diverso, senza chiedermi di essere meno me stesso…In questo mondo nuovo, sarei riuscito a restare me stesso… o avrei dovuto imparare a diventare qualcun altro? Allora non lo sapevo ancora, ma proprio quel giorno qualcuno stava già decidendo chi sarei diventato.














