Nigeriane, russe, ucraine, ma anche albanesi e romene. E ancora, orientali e brasiliane. Tutte giovani o giovanissime, di età compresa tra i 21 e i 40 anni dichiarati, ma chissà quanti anni hanno davvero. Fuggono da guerra e miseria con il miraggio di una vita migliore, che sfuma non appena varcano il confine. Finiscono nelle mani di sfruttatori senza scrupoli, protetti dall’anonimato della rete. Bastano uno smartphone e pochi click ed ecco apparire foto che lasciano poco spazio all’immaginazione, con tanto di prestazioni dettagliate e geolocalizzazione. I siti escort suggeriscono le ragazze disponibili più vicine alla posizione dell’utente. Non mancano portali di commenti e recensioni sui “servizi” offerti, nemmeno si trattasse di un’automobile. Una vera e propria galleria dell’orrore che racconta di donne, considerate alle stregua di oggetti, in balia di trafficanti senza scrupoli.

Dalla via Emilia agli appartamenti

Se fino a pochi anni fa le ragazze si incontravano lungo la via Emilia o nella zona industriale di Faenza, oggi lo scenario è completamente cambiato. Secondo i volontari della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi, il fenomeno si è trasformato. Lo racconta Massimo Solaroli, faentino e membro della comunità, tra i primi a svolgere il servizio delle unità di strada oltre vent’anni fa. «A Faenza il fenomeno c’è, ma è nascosto – spiega –. Negli ultimi vent’anni abbiamo visto tante ragazze sulla strada: nigeriane, rumene, dell’Est Europa. Oggi il 90% della prostituzione si è trasferita negli appartamenti». Il cambiamento è avvenuto progressivamente ed è stato accelerato dalla pandemia. «Dopo il Covid molte ragazze sono sparite dalla strada. Nella zona industriale non se ne vede praticamente più nessuna e anche sulla via Emilia sono rimaste pochissime presenze». Il nuovo luogo d’incontro tra clienti e prostitute è la rete. «Attraverso i siti escort è diventato tutto molto semplice – racconta Solaroli –. Ci sono bacheche con foto esplicite e selezioni in base alla zona in cui ti trovi. Inserisci la città e il sito ti propone le ragazze più vicine». La dimensione domestica rende il fenomeno meno visibile e più difficile da contrastare. «Negli appartamenti è tutto più anonimo. Il cliente non rischia multe e vive l’incontro nella massima discrezione. Anche per le ragazze è più comodo: non stanno al freddo e lavorano in un ambiente chiuso». Avere dati precisi non è semplice, ma basta osservare gli annunci. Solo su uno dei principali siti di escort, nell’ultima settimana risultavano 84 inserzioni attive tra Faenza e i comuni limitrofi. Numeri che denunciano un fenomeno tutt’altro che marginale. Le tariffe variano in base al luogo dell’incontro. «In strada una prestazione costa mediamente tra i 40 e i 50 euro – spiega Solaroli – mentre negli appartamenti si arriva facilmente a 60 o 70 euro». Metà del guadagno finisce nelle mani degli sfruttatori. «Oggi i protettori sono diventati più furbi. Spesso permettono alle ragazze di tenere metà del guadagno, cosa impensabile fino a qualche anno fa. Così le tengono legate senza che denuncino». Le nazionalità delle donne coinvolte sono diverse. «Negli appartamenti troviamo soprattutto nigeriane e altre africane, ma anche ragazze dell’Est Europa, cinesi e sudamericane». A queste si aggiunge anche il fenomeno dei transessuali. «Anche loro una volta lavoravano in strada, nella zona del ponte del Castello. Oggi operano quasi esclusivamente negli appartamenti. Molti arrivano dal Sud America, soprattutto dal Brasile».

Una legge ferma al 1958

Il passaggio dalla strada alla rete ha reso più complesso il lavoro dei volontari. «Una volta andavamo sulla via Emilia e parlavamo direttamente con le ragazze – racconta Solaroli –. Cercavamo di instaurare un rapporto di fiducia e con il tempo alcune accettavano di entrare nelle nostre case famiglia». Oggi il contatto è spesso solo telefonico. «Chiamiamo i numeri pubblicati negli annunci, ma appena capiscono che non siamo clienti spesso riattaccano. Senza un incontro diretto è molto più difficile costruire un rapporto». Eppure le storie di riscatto non mancano. «Molte donne che abbiamo aiutato si sono sposate, hanno trovato lavoro e costruito una nuova vita». Il quadro normativo non facilita il contrasto del fenomeno. «In Italia la prostituzione in sé non è reato – ricorda Solaroli –. Siamo ancora legati alla legge Merlin del 1958 che chiuse le case di tolleranza, ma non vietò la prostituzione». Restano illegali altre attività collegate. «Sono reati lo sfruttamento, il favoreggiamento e l’induzione alla prostituzione».

La veglia dell’8 marzo

Per richiamare l’attenzione su questo fenomeno, la Comunità Papa Giovanni XXIII organizza ogni anno momenti di preghiera e sensibilizzazione. In occasione della Giornata internazionale della donna dell’8 marzo, i volontari promuovono una veglia di preghiera dedicata alle donne vittime di tratta, violenza e sfruttamento. L’appuntamento è alle 20.30 alla chiesa del Paradiso per il tradizionale cammino di preghiera. Un gesto nel solco del carisma di don Oreste Benzi, che alla fine degli anni Novanta avviò il progetto delle unità di strada. «La dignità della donna deve sempre rimanere tale – conclude Solaroli –. Nessuna nasce prostituta: è la società che spesso la costringe a diventarlo».

Barbara Fichera