Le indicazioni ci sono, ora è tempo di agire per mettere in sicurezza la Romagna. Una serata partecipata e densa di contenuti quella di lunedì 16 marzo al cinema Sarti di Faenza, promossa dal Comitato Borgo alluvionato e dal Comitato Bassa Italia, per fare il punto sul Piano di assetto idrogeologico (PAI) del bacino del Po e, soprattutto, sulle prospettive concrete di messa in sicurezza del territorio dopo le alluvioni del 2023. All’incontro, oltre a centinaia di persone – in un’assemblea che, è stato ribadito, vuole essere apartitica e aperta a tutti – presenti anche i candidati sindaco di centrodestra Gabriele Padovani e Claudio Miccoli.
Al centro dell’incontro, il chiarimento – non scontato – su cosa sia davvero il PAI. «È un documento tecnico – ha spiegato Luca Toni del comitato Borgo – che individua le aree a rischio e le azioni necessarie, ma non decide tempi né risorse». Un passaggio decisivo: il Piano, elaborato dall’Autorità di bacino distrettuale del fiume Po, rappresenta infatti una base conoscitiva e progettuale. A trasformarlo in cantieri concreti dovrà essere la politica, in primis la Regione, chiamata a stabilire priorità, finanziamenti e cronoprogrammi. Da qui l’appello, esplicito, emerso durante la serata: serve un’accelerazione. «Dopo il Piano – è stato ribadito – devono partire programmazione, progettazione e realizzazione delle opere». In altre parole, il rischio è che le indicazioni restino sulla carta senza un’assunzione chiara di responsabilità da parte degli enti competenti. E nel frattempo, il tempo continua a passare, con la preoccupazione per future allerte rosse da affrontare da parte dei cittadini.
Il monitoraggio dell’ingegnere Castelli: criticità arginali ancora presenti in Borgo

Sul piano tecnico, l’ingegnere Matteo Castelli ha presentato rilievi puntuali sul fiume Lamone nel tratto urbano faentino. Attraverso analisi con droni e modelli tridimensionali, sono state evidenziate alcune criticità arginali: abbassamenti e disomogeneità nelle quote che, in caso di piena, potrebbero favorire tracimazioni. In particolare, sono state segnalate vulnerabilità nella zona dell’In’s e lungo via De Gasperi, dove si registrano differenze anche di 30-40 centimetri rispetto ad altri tratti. Un altro elemento emerso riguarda gli interventi arginali realizzati in via Cimatti nell’autunno 2025: opere giudicate positive, ma che avrebbero spostato più a valle il “punto debole” del sistema, essendosi fermati al ponte delle Grazie. «È come una catena – è stato spiegato –: se si rafforza un anello, la fragilità può emergere altrove, come in questo caso». Il tema, più ampio, è quello della cosiddetta “democrazia idraulica”, cioè la necessità di mantenere un equilibrio nelle altezze e nelle difese lungo tutto il corso del fiume. Una visione che si intreccia con le sfide del cambiamento climatico, richiamato esplicitamente come fattore ormai evidente.
“In attesa delle casse di espansione, vanno definite aree agricole di allagamento controllato: non abbiamo un piano b”
Tra le soluzioni indicate, torna con forza quella delle casse di espansione, già studiate in passato e riprese nel PAI. Opere ritenute fondamentali per ridurre il rischio, ma che richiedono scelte politiche anche delicate e soprattutto tempi lunghi. «Per esperienza – ha detto l’ingegnere Castelli – credo che ci vorranno una decina d’anni per vedere la loro completa realizzazione». Necessario dunque trovare, nel frattempo, soluzioni nel breve periodo per mitigare i rischi alluvionali, come l’individuazione di aree agricole da destinare temporaneamente all’allagamento controllato. «L’acqua da qualche parte deve andare – è stato detto – e oggi non abbiamo spazi sufficienti per gestirla».
L’area di resistenza di via Cimatti: un esempio virtuoso
Il geologo Marcello Arfelli ha poi sottolineato alcuni limiti del Piano, che non considera l’intero bacino del Lamone ma si ferma, di fatto, all’area da Brisighella verso valle. Un’impostazione ritenuta incompleta dai comitati, che chiedono una visione più ampia. Nel PAI sono individuate diverse classi di pericolosità e anche aree a “tracimazione controllata”, pensate per proteggere i centri abitati. A Faenza, secondo le analisi illustrate, alcune zone restano particolarmente esposte, come l’area di via Lapi, «mentre interventi recenti – ha spiegato Arfelli – come l’area di resistenza del Borgo in via Cimatti realizzata “grazie alla disobbedienza civile del Comune sulla spinta delle manifestazioni dei comitati” avrebbero ridotto il rischio in altre. Anche questo esempio virtuoso dimostra come i progetti, se si vogliono fare, vengono realizzati: ripartiamo da qui».
Le indicazioni del PAI: 8 le aree di laminazione previste su Lamone e Marzeno
A Sarna si concentrano poi le opere principali, visto che l’Autorità di Bacino prevede tre interventi strutturali per la laminazione delle piene. In sinistra idraulica, a monte dell’attraversamento stradale di via Molino del Rosso, è prevista la realizzazione di una cassa di laminazione fuori linea, priva di opere di regolazione in alveo, con il ribassamento del piano campagna e la realizzazione di arginature, per contenere 1.035.000 m³ d’acqua. In destra idraulica invece è prevista un’altra cassa di laminazione ma con capacità pari a 600.000 m³ d’acqua. Una terza cassa di laminazione dovrebbe sorgere poco più a valle, in corrispondenza dell’idrometro di Sarna, con un volume utile stimato pari a 480.000 m³ d’acqua. Per quanto riguarda l’Area di confluenza (Via Verità): Creazione di un’area di laminazione nel meandro di via don Giovanni Verità. Questo intervento è considerato critico e richiede la delocalizzazione degli edifici esistenti per ottimizzare la capacità di espansione del torrente.
Per quanto riguarda invece il torrente Marzeno, si prevede la realizzazione, l’adeguamento e il potenziamento del sistema difensivo, in sinistra idraulica, per il contenimento dei livelli idrici, in corrispondenza del centro abitato di Marzeno. Sulla sponda opposta verranno rimodellate le aree golenali, per accogliere più acqua in caso di piena. A valle del centro abitato di Marzeno invece sono previsti due interventi strutturali per la laminazione delle piene. A Santa Lucia il piano prevede la realizzazione di un’altra cassa di laminazione, in sinistra idraulica, con un volume utile stimato in circa 1.585.000 m³. Un’opera analoga dovrebbe sorgere in destra idraulica, in corrispondenza del nucleo abitato di San Martino, con una capacità pari 630.000 m³.
Per il candidato sindaco Miccoli, intervenuto durante l’incontro: «nove casse di laminazione non sono efficaci e sono dispendiose, sarebbe più opportuno averne solo una più grande tra Brisighella e Faenza».
La proroga al 31 maggio per le osservazioni al PAI: “così i tempi si allungano”
Rilevante anche la questione dei tempi: la fase delle osservazioni al Piano, inizialmente prevista fino a fine marzo, è stata prorogata al 31 maggio. Un rinvio che, se da un lato offre più spazio al confronto – a cui possono partecipare anche singoli cittadini -, dall’altro allunga il percorso verso la fase operativa.
A chiudere, l’intervento dell’avvocato Paolo Calderoni (comitato Bassa Italia), che ha riportato il dibattito su un piano concreto: «L’alluvione non è un evento imprevedibile. Le opere riducono il rischio: lo dimostrano gli interventi già fatti. Ora serve continuità e rapidità». Un messaggio chiaro, che sintetizza il senso della serata: il quadro tecnico c’è, le criticità sono note, le soluzioni anche. Il passaggio decisivo, oggi, è trasformare le analisi in scelte e le scelte in opere. Perché la sicurezza del territorio, come emerso più volte, non può più attendere.
Samuele Marchi














