«Un’ora alla settimana è poco, ma proprio per questo va fatta fruttare al meglio. È un tempo prezioso per aiutare i ragazzi a interrogarsi su ciò che vivono». Maria Cristina Severi insegna religione da oltre trent’anni e dal 2012 è docente al liceo di Faenza. Il suo racconto attraversa generazioni di studenti e restituisce il senso profondo di una materia che continua a rivelarsi uno spazio educativo unico, per credenti e non.
La sua storia personale non nasce da un percorso lineare. Diplomata in ragioneria e laureata in Scienze statistiche, Severi scopre quasi per caso un “vuoto” nella propria formazione culturale mentre fa catechismo. «Una volta un ragazzo mi corresse sulla pronuncia di “Nietzsche” e da lì mi accorsi di non avere basi di filosofia – racconta –. Il mio cappellano di allora colse l’occasione e mi disse affettuosamente: “Vai a studiare, se vuoi insegnare bene a catechismo”». Un invito che prende alla lettera. Prima la Scuola di Teologia a Forlì, poi un anno di studio a Bologna, mentre continuava a lavorare in ufficio nel settore dell’abbigliamento. «All’inizio non c’era una vera e propria idea di insegnare nelle scuole, ero comunque soddisfatta del mio lavoro».

Severi, docente di Religione al liceo Torricelli dal 2012
La svolta arriva nel 1993, con la proposta delle prime sei ore di religione a Granarolo. «Dissi sì, mi licenziai e iniziai. Non fu una scelta banale: avevo un ottimo lavoro all’epoca, ma quella nuova chiamata è diventata il mio mestiere». Da allora Severi ha insegnato in scuole di ogni ordine e grado, dall’asilo alle medie, dall’istituto Persolino fino al liceo Torricelli, dove dal 2012 svolge l’intero orario. Ciò che la convinse è stata soprattutto la dimensione educativa di questa proposta. «Insegnare religione ti costringe a porti domande vere, su temi che toccano il tuo vissuto, e a condividerle con altri. Cresci come persona». Un’eredità che viene anche dalla sua formazione in Azione cattolica e dall’esperienza parrocchiale, dove matura uno stile attento alle relazioni.
Oggi Cristina Severi ha circa 400 studenti, distribuiti in una ventina di classi, e un’ora alla settimana per ciascuna. «È poco, è vero. Ma dentro quell’ora cerco di costruire relazione». Lo fa partendo dall’ascolto, dalle proposte di scrittura ai ragazzi , dalle esperienze. Da temi che non possono lasciare indifferenti: la guerra, i genocidi, i migranti, la sacralità della vita. Dagli incontri e testimonianze con i quali coinvolge la classe, come quella recente con gli studenti ucraini arrivati a Faenza a raccontare quello che vivono nello scenario bellico e i segni di speranza che è possibile trovarvi. «In generale dopo queste testimonianze, segue un lavoro in classe di elaborazione in cui emergono pensieri profondi: i loro bisogni, le paure, i desideri. E quando capiscono che possono parlare, ti cercano anche fuori dall’orario».
“Ai giovani di oggi mancano spesso adulti di riferimento”
Secondo Severi, i ragazzi sono profondamente cambiati. «Hanno un grande bisogno di essere ascoltati. Spesso manca loro un adulto di riferimento e faticano a leggere le proprie emozioni, a trasformarle in sentimenti». Pesano l’ansia da prestazione, il giudizio, la paura del futuro, i tempi di guerra. «In quinta molti non sanno ancora quali siano i loro talenti, la loro vocazione». In questo contesto, l’insegnamento della religione diventa uno spazio dove rallentare e dare parole all’esperienza. «La parte più difficile del mio lavoro non sono i contenuti, ma cogliere i loro bisogni. Oggi un insegnante non deve solo conoscere la materia: deve avere competenze relazionali». Per questo Severi lavora molto sull’attualità, sui diritti umani e sulla vita, sulla pena di morte, sull’incontro con testimoni, sulle visite alla Caritas. «Portarli a vedere una Chiesa che serve aiuta tanto a vincere i pregiudizi».
“Non è indottrinamento, ma spazio di crescita”
E la fede? «Non c’è ostilità verso Dio da parte dei giovani. Accettano Gesù, la sua testimonianza. Ma faticano con l’istituzione o il mondo parrocchiale, percepiti a volte come giudicanti». Molti non sono battezzati, altri appartengono ad altre religioni: «Ho avuto studenti musulmani, ortodossi, ebrei. L’insegnamento della religione non è indottrinamento. È offrire strumenti per capire chi siamo, capire il perché la Chiesa dice certe cose, e spiegarlo senza pregiudizi, e poi lasciare la libertà di scelta».
Per Severi, l’ora di religione resta «un’occasione formativa dove i ragazzi possono raccontarsi, cosa che spesso non accade altrove». Anche i genitori se ne accorgono: «Ai colloqui mi dicono che i figli parlano a casa di quello che facciamo. È una cartina di tornasole».
Guardando al futuro, la docente sa che questo lavoro le mancherà. «Insegnare religione ti obbliga a confrontarti continuamente con le nuove generazioni. È faticoso, ma è un dono». Un dono che, dentro la scuola di oggi, continua a parlare al cuore della crescita umana e a dare ascolto a domande che troppo spesso non vengono nemmeno pronunciate.
Samuele Marchi














