Come si può tenere viva la speranza in un tempo attraversato da guerre, polarizzazioni e paure diffuse? È da questa domanda, tutt’altro che astratta, che è partito l’intervento del cardinale Timothy Radcliffe, domenicano ed ex Maestro generale dell’Ordine, ospite a Faenza il 10 febbraio per un incontro promosso dalle Diocesi di Faenza-Modigliana, Forlì-Bertinoro e Imola sul tema della sinodalità. Un dialogo intenso e profondo, ospitato nell’aula magna del Seminario, che ha intrecciato teologia, esperienza pastorale e testimonianze raccolte nei luoghi più feriti del mondo. Radcliffe ha subito chiarito che la speranza cristiana non è mai un esercizio solitario. «Predicare la speranza è difficile per noi sacerdoti individualmente – ha detto –. Gran parte di ciò che possiamo fare, possiamo farlo solo insieme: come presbiterio, come diocesi, come popolo di Dio». Per questo, la domanda decisiva non è “che cosa posso fare io?”, ma “che cosa possiamo fare noi?”. È una chiave profondamente sinodale, che sposta il baricentro dall’efficienza personale alla responsabilità condivisa.
Piccole azioni, luce nel buio
La prima parola indicata dal cardinale come sorgente di speranza è stata quella delle buone azioni, anche quando sembrano minime o destinate a non produrre risultati visibili. Richiamando il racconto evangelico della moltiplicazione dei pani e dei pesci, Radcliffe ha ricordato che «cinque pani e due pesci sono sufficienti». La speranza nasce dal mettersi ogni giorno nella disponibilità a fare il bene che è possibile, senza calcoli.
A dare carne a questo pensiero, il racconto di Noura, una bambina di otto anni incontrata a Baghdad, nata senza braccia e senza gambe, che riusciva a nutrire altri bambini più piccoli tenendo il cucchiaio con la bocca. «Una piccola luce nel buio», l’ha definita Radcliffe, spiegando come spesso siano proprio queste fragilità a custodire una promessa di bene più grande, capace di resistere anche alla violenza e alla distruzione.
Insegnare è sperare

La seconda grande parola è stata insegnamento. Nel Nuovo Testamento, ha ricordato il cardinale, la speranza è strettamente legata allo studio: Gesù è anzitutto un maestro, un rabbino, e chi lo segue è un discepolo, uno studente. Radcliffe ha parlato di un “risveglio silenzioso” che attraversa l’Occidente: giovani, spesso uomini, che chiedono il battesimo perché affamati di senso. «Cercano il significato della loro vita», ha detto, ricordando come anche giovani musulmani si avvicinino agli insegnamenti di Gesù e della Chiesa. Emblematico il racconto dall’Iraq: quando l’Isis invase il nord del Paese, distrusse per prime le scuole, molte delle quali gestite da suore domenicane. «Quando l’Isis fu cacciato – ha raccontato – la prima cosa che le suore fecero non fu ricostruire le case, ma le scuole». Perché ogni luogo di studio è un «seminario di speranza», uno spazio dove cristiani e musulmani possono sedere fianco a fianco e diventare amici.
Radcliffe ha messo in guardia anche dai rischi della polarizzazione contemporanea, alimentata dagli algoritmi dei social: «Ti fanno sentire nel giusto nell’odiare ciò che odi». Lo studio, al contrario, è «gioire nella discussione», non per vincere, ma per far emergere una verità più grande di entrambe le parti. Da qui l’invito ad ascoltare davvero le domande dei giovani, come Gesù con i discepoli di Emmaus: «Di che cosa state parlando?».
La bellezza come risposta alla violenza
Il terzo pilastro indicato dal cardinale è la bellezza, in particolare quella che si esprime nel canto e nella musica. Nella Bibbia, ha ricordato, la vittoria della Risurrezione è celebrata con un canto nuovo. La bellezza diventa così risposta alla violenza, armonia che si oppone al frastuono delle armi. Radcliffe ha raccontato l’esperienza vissuta in Siria, a pochi chilometri dal fronte, dove ogni mattina la campana del monastero chiamava alla preghiera nonostante gli spari notturni. «La bellezza della musica è l’unica risposta al suono della violenza», ha detto. E ha ricordato anche un momento personale: il padre, in punto di morte, che chiede di ascoltare il Requiem di Mozart per affrontare l’ultimo passaggio.
La preghiera e il “rimanere”

La speranza, per Radcliffe, trova la sua espressione più radicale nella preghiera, e in modo particolare nell’Eucaristia. Un sacramento paradossale, celebrato nel momento più buio – l’ultima cena, il tradimento, la dispersione dei discepoli – e proprio per questo capace di dire che Dio resta. Commovente il ricordo del Rwanda, agli inizi del genocidio: parole inutili davanti ai corpi dei bambini mutilati dalla guerra, e l’unica cosa possibile rimasta da fare era celebrare l’Eucaristia. «La più speranzosa di tutte le preghiere», ha detto. Da qui l’ultima parola: rimanere. Rimanere nella Chiesa nonostante scandali e fatiche, rimanere nelle parrocchie anche quando sono vuote, rimanere fedeli nelle relazioni. «Il Signore ci assicura che rimane con noi fino alla fine dei giorni». È una speranza che non fugge, ma abita.
Sinodalità come stile di vita
Nella conclusione, Radcliffe ha richiamato il cuore della sinodalità: non un metodo organizzativo, ma un modo di essere Chiesa. «Non è trovarsi insieme per prendere decisioni, ma per diventare figli di Dio». In un mondo ossessionato dalla performance e dai risultati, il processo conta più dell’esito finale. Riprendendo Benedetto XVI, ha ricordato che il cristianesimo non è religione del libro, ma dell’incontro. «Io sono il frutto di tutte le amicizie che ho avuto», ha detto. E in questo cammino condiviso, capace di tenere insieme differenze e disaccordi nella gioia, la Chiesa può ancora offrire al mondo una testimonianza credibile di speranza.
Samuele Marchi














