Sorrentino non lascia mai indifferenti: ha ammiratori appassionati e critici insofferenti. E anche chi non appartiene a uno dei due schieramenti, oscilla tra l’ammirazione e la noia, a seconda dell’opera. Faccio parte di quest’ultimo gruppo: ho apprezzato alcuni film di Sorrentino e mi sono annoiato profondamente in altri. “La Grazia”, presentato tra gli applausi all’ultima Mostra del cinema di Venezia, rappresenta il terzo – e forse ultimo, a detta del regista – tassello di argomenti esplicitamente politico. Non entro volutamente negli aspetti “etici” della storia di cui si è dibattuto ma desidero ragionare degli aspetti cinematografici.

Il protagonista è Mariano De Sanctis (Toni Servillo, Coppa Volpi a Venezia), nei panni del presidente della Repubblica Italiana durante l’ultimo semestre del suo mandato che Sorrentino ha descritto con dettagli appartenuti ad alcuni degli ultimi presidenti, così da impedire un’identificazione troppo diretta. Nella ovattata residenza del Quirinale, De Sanctis è alle prese con alcuni dilemmi sui quali è chiamato a decidere: la firma a favore della grazia a due omicidi e la legge sull’eutanasia.

Sorrentino concentra tutta l’attenzione sulle riflessioni del Presidente, stimolate anche dalla figlia Dorotea (Anna Ferzetti) che lo incalza con una domanda decisiva: di chi sono i nostri giorni? Il regista nel portare avanti la sua narrazione, compie una scelta ai miei occhi saggia: evita di coinvolgere il mondo esterno. Nulla sappiamo di quello che pensa o dice la folla e nemmeno i massmedia: tutto è interno, chiuso entro stanze dalle finestre delle quali si intravede il panorama.

Il clima rende bene la faticosa e difficile condizione del Presidente, chiamato a decidere di gravi questioni guidato dalla rigida formazione giuridica e da una prudenza che Sorrentino sembra guardare con nostalgia. Si coglie tutto il peso di una solitudine, circondata dalla difficoltà di arrivare a una sintesi.

Il film sceglie una via più misurata e narrativa rispetto a opere precedenti, Servillo merita il riconoscimento ricevuto a Venezia. A rendere più leggero il tutto, alcune “sorrentinate” che aiutano a stemperare la situazione: da una sguaiata amica di gioventù, al sindaco succube della moglie, un coro degli alpini e il rapper Guè . Particolari appartenenti alla libertà creativa del regista che ci ricorda che il suo è, in fondo, solo un film.

Stefano Vecchi