L’omelia pronunciata dal vescovo monsignor Mario Toso alla festa patronale di Sant’Agata sul Santerno, il 5 febbraio scorso, si è mossa su più livelli, intrecciando la memoria della martire Agata con le ferite ancora aperte della comunità dopo l’alluvione e con una riflessione più ampia sul rapporto tra Chiesa e società civile. Il vescovo ha richiamato innanzitutto la figura della santa, giovane vergine e martire, esempio di fedeltà radicale a Cristo fino al sacrificio della vita, proposta come riferimento comune sia per la comunità religiosa sia per quella civile.

Da qui il collegamento con il tempo presente: un territorio segnato da una ricostruzione non ancora conclusa, da famiglie e attività colpite duramente, ma anche da una forte solidarietà che ha unito istituzioni, volontariato, Caritas e cittadini. Monsignor Toso ha indicato nella sinergia tra autorità civili, politiche e religiose e nell’attuazione dei progetti di messa in sicurezza del territorio una strada necessaria, senza perdere d’animo e custodendo come bene prezioso l’unità morale e spirituale della comunità. Ampio spazio è stato dedicato al significato simbolico di avere una patrona comune, Sant’Agata, come punto di convergenza tra città civile e città religiosa. Il vescovo ha riconosciuto le distanze e le contrapposizioni che nel tempo si sono create, ma ha sottolineato come la ricerca sincera del bene e della verità possa superarle, richiamando il pensiero di sant’Agostino sulle “due città”, quella di Dio e quella terrena, chiamate a intersecarsi e a influenzarsi.

Infine, l’invito a una politica e a una convivenza ispirate a uno spirito “samaritano”, capaci di mettere al centro il bene comune e gli ultimi, traendo dall’amore di Dio energie morali, responsabilità e impegno concreto. Un messaggio che affida a Sant’Agata la protezione e l’ispirazione per una comunità chiamata a ricostruire non solo le case, ma anche legami e speranza.

L’omelia

Autorità civili e militari, Sig. Parroco, cari fratelli e sorelle, sant’Agata, vergine e martire, è patrona sia della comunità religiosa sia della comunità civile. Ancora giovane volle consacrarsi al Signore. Il vescovo di Catania accolse la sua richiesta e le impose il velo rosso portato dalle vergini consacrate. Il proconsole di Catania Quinziano se ne invaghì. Ordinò che la portassero al Palazzo pretorio. I tentativi di seduzione da parte del proconsole non ebbero alcun risultato. Questi imbastì, allora, un processo contro di lei. Interrogata e torturata, Agata rimase fedele all’amore per Cristo. Dopo vari supplizi venne riportata agonizzante in cella ove morì nel 251.

La festa della Patrona sant’Agata cade in un particolare momento storico. Siamo nel periodo post-alluvione. Questa ha messo in ginocchio le famiglie, le istituzioni del territorio, le coltivazioni, le attività industriali e produttive, le infrastrutture. La situazione veramente drammatica per la popolazione ha stretto le due comunità, quella civile e quella religiosa, in una collaborazione solidale e fraterna. Nelle mie varie visite alla comunità ho avuto modo di constatare le ferite non solo materiali ma anche quelle morali e spirituali, sociali. Ciò che ha aiutato nella parziale rinascita è stato il coraggio e la fede della gente, assieme alla generosità della Caritas italiana e diocesana, delle offerte provenienti dalle Diocesi di tutta Italia, dei gruppi di volontari, delle associazioni civili, delle forze dell’ordine, delle autorità amministrative e politiche, locali e nazionali.

La ricostruzione non è ancora ultimata. Su cosa fare leva? Sicuramente sulla sinergia di tutti, autorità religiose, civili e politiche. È auspicabile l’attuazione dei progetti di messa in sicurezza del territorio, nonché la creazione di casse di laminazione o bacini di espansione. Non bisogna perdersi d’animo. Il nostro tesoro più prezioso è l’unità morale e spirituale delle nostre comunità e delle famiglie. Avere come patrona comune sant’Agata può giovare a tutti.

È emblematico il fatto che le due comunità, sia quella civile sia quella religiosa, abbiano come punto di riferimento la stessa sant’Agata.

Certamente i nostri tempi sono distanti dagli avvenimenti che videro un’unica sintonia nella scelta di una patrona cristiana. Bisogna riconoscere che anche solo nel secolo scorso crebbe fra le due comunità una certa lontananza nella sensibilità culturale e religiosa. Ci sono stati tempi che hanno visto non solo distanza ma anche contrapposizione. Tuttavia, non si può dimenticare di considerare come i cuori umani, quando siano sinceramente aperti alla ricerca della verità e del bene, possono superare diversità di vedute e anche valutazioni distanti tra di loro. Proprio perché la comunità religiosa e la comunità civile sono formate dagli stessi soggetti e sono entrambi volute da Dio a servizio della crescita umana delle persone che le compongono, non è impossibile che le due comunità possano convergere su più obiettivi, volti in ultima analisi al raggiungimento del bene comune, al bene di tutti. Non è un caso che sant’Agostino, vescovo di Ippona, ci insegni a leggere gli avvenimenti e la realtà storica secondo il modello delle due città: la città di Dio, che è eterna ed è caratterizzata dall’amore incondizionato di Dio (amor Dei), a cui è unito l’amore per il prossimo, specialmente per i poveri; e la città terrena, che è un luogo di dimora temporaneo in cui gli esseri umani vivono fino alla morte. Città di Dio e città terrena si intersecano e si influenzano reciprocamente. Chi è credente e dedica la sua vita all’amore incondizionato di Dio non dimentica la città terrena, non la danneggia. Al contrario. La città terrena può essere sensibilmente migliorata da coloro che si concentrano sull’amore per Dio.

La città terrena, che si incentra sull’amore per il bene comune, può venire disorientata da ideologie che distolgono dalla realizzazione di una bene comune aperto a Dio, alla libertà religiosa. Ciò può inclinare a visioni tecnocratiche, consumistiche e immanentiste. Orbene, la città terrena può trarre vantaggi ed energie morali rigeneratrici e rinnovatrici dall’amore di Dio, coltivato in particolare nella comunità religiosa. Chi dà il primato a Dio diventa più capace di amare il prossimo e di lottare per la giustizia, per la realizzazione del bene di tutti. Se le due città coesistono e le stesse persone le abitano, i cristiani sono chiamati da Dio a soggiornare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la patria ultima. Il cristiano, vivendo nella città terrena, con il cuore rivolto alle cose di lassù, non si estranea dalla società civile, dal mondo politico. Cerca di animarli con lo spirito del Vangelo, con l’amore di Cristo.

Dalla venerazione a sant’Agata, che ha saputo amare Dio sopra ogni cosa, possono derivare alla città terrena, che pure la ritiene sua patrona, un cuore nuovo e una politica samaritana, ossia una politica più attenta agli ultimi, che non li lascia ai margini della società.  Per la società civile e politica dall’amore a Dio, dalla venerazione a sant’Agata non derivano un danno. Tutto al contrario. Se non deriva propriamente un programma politico ne vengono preziose riflessioni, potenti energie morali, fortezza nel servizio al bene comune, maggior determinazione nella ricerca di una convivenza più fraterna, giusta e pacifica. Sant’Agata protegga la comunità religiosa e la comunità civile.

Mario Toso, vescovo