Ci sono storie che iniziano quasi per caso e diventano una vocazione. Quella di Claudio Valmori, faentino, volontario del Cisom – Corpo italiano di soccorso dell’Ordine di Malta – oggi infermiere sulle motovedette impegnate nelle operazioni di ricerca e soccorso a Lampedusa, è una di queste. Valmori è approdato a Lampedusa per la prima volta nell’ottobre 2008. Non era ancora infermiere, ma agrotecnico dopo gli studi all’istituto Persolino. Il Cisom lo aveva conosciuto qualche anno prima. «Mi sono innamorato del carisma dell’Ordine di Malta: difesa della fede e assistenza ai bisognosi. Mi sono detto: se devo mettermi in gioco, lo faccio al cento per cento».

La prima missione nel 2008, “arriva la segnalazione e in dieci minuti dobbiamo essere pronti a salpare”

Da qui l’idea di partecipare alle prime iniziative a Lampedusa. «Ero soccorritore avanzato. Partecipai al progetto quasi per mettermi alla prova, avevo 27 anni». Quel primo viaggio gli cambiò la vita: «Lì è scattata la scintilla per infermieristica». Studiava e lavorava, con una figlia di appena cinque mesi. Eppure sentiva che quella chiamata andava accolta. Dal 2016 il progetto del Cisom si è ampliato all’interno del programma europeo Passim (primissima assistenza sanitaria e soccorso in mare). Oggi Valmori trascorre a Lampedusa circa sei mesi l’anno: è diventata la sua attività lavorativa principale. Finora ha prestato assistenza a circa 5.600 persone, in un giorno possono essere anche 400.

Il compito delle équipe sanitarie del Cisom è chiaro: salire a bordo delle motovedette della Guardia costiera e Guardia di finanza e intervenire durante le missioni Sar (search and rescue). «Siamo i primissimi nel portare aiuto, ancora prima del primo soccorso a terra». Le uscite possono durare ore, a volte venti. Si naviga anche a oltre cento miglia da Lampedusa, in condizioni estreme. «Le barche da soccorso, benché attrezzate a sfidare qualsiasi condizione, non sono ambulanze – racconta – e dobbiamo operare con quello che abbiamo. Il nostro obiettivo è uno: che tutti arrivino vivi a terra».

“In mare, il fattore tempo è decisivo. La paura più grande? Non riuscire a salvare tutti e fare delle scelte”

Quando l’imbarcazione viene individuata, l’avvicinamento è delicato. A bordo c’è sempre un mediatore culturale. «Il rischio è che le persone si agitino e la barca si capovolga. Prima si spiegano le manovre, poi si procede al trasbordo». Donne e bambini vengono sistemati nella zona più protetta. Subito parte il triage: ipotermia, disidratazione, sindrome da annegamento, ustioni solari o chimiche provocate dalla miscela di benzina e acqua salmastra che ristagna nei gommoni. «Molte situazioni sarebbero risolvibili – osserva – ma in mare il tempo è decisivo, ore o persino minuti fanno la differenza. Il nostro intervento aumenta le possibilità di sopravvivenza».

Non sempre, però, si riesce a evitare il peggio. «Ho visto decessi. La paura più grande non è per me, ma non riuscire a soccorrere tutti in una maxi-emergenza. In queste situazioni bisogna fare delle scelte, dolorose». Dopo le operazioni più difficili, messe in salvo le persone, il gruppo di soccorritori si ferma a fare debriefing e a metabolizzare quanto vissuto. A volte serve il supporto di uno psicologo. «È importante, dopo queste missioni, tornare alla normalità, fare una vita semplice, andare al bar. Non portarsi dentro tutto da soli».

Tra pregiudizi e nuove migrazioni

claudio valmori 2

Il primo impatto, nel 2008, gli cambiò lo sguardo con il quale approcciarsi al tema degli sbarchi. «Su un barcone vidi una ragazza bionda, occhi azzurri. Parlava inglese, era algerina, discendente dei coloni. Mi fece capire quanto siano fragili i nostri cliché». Un altro ricordo lo accompagna: una madre che, per nutrire il neonato dopo giorni in mare, mescolava acqua sporca e latte in polvere in una bottiglia screpolata. «All’epoca avevo una figlia piccola e sterilizzavo a ogni minimo dubbio il ciuccio. Lì ho capito che forse, a volte, siamo iperprotettivi, c’è il rischio di chiudere i nostri figli in campane di vetro. Questi episodi mi hanno cambiato prospettiva sulla vita».

Oggi la maggior parte delle persone soccorse sono migranti economici. «Spesso non vogliono fermarsi in Italia: puntano al Nord Europa o a Germania e Francia, dove hanno parenti o amici». Arrivano dal Bangladesh, dal Pakistan, dall’Egitto, dal Corno d’Africa. «Chi parte non è il più povero tra i poveri: ha avuto soldi per pagare il viaggio, ha un cellulare, ha studiato, come una ragazza siriana che voleva andare in Germania per diventare medico. Mi colpì molto che, prima dello sbarco, si sistemò per bene persino le ciglia, perché voleva fare buona impressione, nonostante tutto». Il fenomeno si è ridotto negli ultimi due anni, soprattutto dalla Tunisia e dalla Libia, ma il rischio rimane. «La gente non dovrebbe mettersi in mare. In mare si muore e si continuerà a morire. Ma il soccorso va sempre garantito: è la legge del mare».

“Porto la testimonianza di una croce che ha una storia lunga e non fa distinzioni nell’aiutare le persone”

claudio valmori 3

Per Valmori Lampedusa non è solo un impegno professionale, ma esperienza che interpellala fede. «Il sì che ho detto all’inizio è un sì quotidiano. Quando vado giù sento di compiere il carisma dell’Ordine: porto la testimonianza di una croce che ha una storia lunga. La nostra opera deriva dal Vangelo, dal buon Samaritano. Aiutiamo chiunque, senza distinzioni». Un segno di speranza è arrivato dopo l’ultimo naufragio del gennaio scorso. «Abbiamo salvato 61 persone partite da Sfaax, in Tunisia, tre in condizioni gravi. Una di loro era quasi moribonda. Dall’hotspot hanno poi pubblicato foto su un gruppo social in cui ringraziavano e pregavano, dicendo di essersi sentiti miracolati. Ci hanno fatto sapere che ci tengono nelle loro preghiere. In quel momento ho pensato: forse, nel nostro piccolo, siamo stati mano di Dio».

Parole lontane dalle polarizzazioni. «Non voglio entrare nelle polemiche. Il nostro obiettivo è salvare persone. Qualunque decreto ci sia, il mare resta il mare. E davanti a una vita in pericolo, si interviene». Tra onde, vento e notti senza sonno, Valmori continua a dire il suo “sì”. Ogni volta che il telefono squilla e in dieci minuti bisogna essere in banchina, pronto a salpare. Perché, prima di tutto, «ci interessa salvare vite».

A Faenza il Cisom conta una quarantina di volontari impegnati in varie attività

La testimonianza di Claudio Valmori sarà al centro di una serata pubblica promossa dal gruppo Cisom di Faenza mercoledì 25 febbraio, alle 20.30, alla sala del Circolo Anspi Cappuccini. Un racconto accompagnato da immagini e video inediti, ma soprattutto da un’esperienza che parla di umanità, fede e responsabilità. Anche a Faenza il Cisom è una realtà viva, con una quarantina di volontari impegnati nei servizi diocesani, nelle manifestazioni cittadine e nella protezione civile, come durante l’alluvione. Un impegno silenzioso che trova nel mare di Lampedusa la sua espressione più radicale. A livello nazionale il Corpo opera per portare assistenza e pronto soccorso alle persone in stato di necessità anche in collaborazione con il Dipartimento della Protezione Civile.

Samuele Marchi