«Gli adolescenti sono sotto i riflettori, spesso al centro della cronaca. Se ne parla molto, talvolta troppo, quasi sempre in modo parziale». Susanna Bolognesi parte dall’attualità. Il 16 gennaio Youssef Abanoub, appena diciottenne, è morto dopo essere stato accoltellato in classe, ucciso da un coetaneo, Zouhair Atif. La vittima si stava scambiando delle foto con una ragazza che l’aggressore stava frequentando. «Mi ha colpito il fatto che alcuni studenti abbiano manifestato esponendo uno striscione con scritto: “I prof sono complici”. È un’accusa dura, che dice molto di come gli adolescenti percepiscono gli adulti di riferimento. Forse è anche un grido di aiuto, una richiesta implicita di presenza e responsabilità».
Sempre connessi, geolocalizzati, monitorati
La psicoterapeuta non gira attorno al problema. Pier Paolo Pasolini «negli anni Settanta descriveva i giovani come “mostri”: una descrizione durissima, che oggi infastidisce, ma che ci costringe a interrogarci. Se pensiamo a come vengono raccontati oggi gli adolescenti, superficiali, irresponsabili, colpevoli di tutto, dal cellulare alle tragedie, ci rendiamo conto che il meccanismo è lo stesso: analisi unilaterali, accusatorie, che non tengono conto della complessità». Come sono, allora, gli adolescenti di oggi? «Sono cresciuti in famiglie affettive, dove spesso entrambi i genitori lavorano, con un padre simbolico che assume un ruolo diverso e una madre talvolta “virtuale”. Non sono mai soli, ma spesso senza contatto corporeo: sempre connessi, geolocalizzati, monitorati. Questo contatto virtuale incide sulla loro esperienza di vita». Poi c’ è l’inserimento precoce nel gruppo. «Fin dal nido i bambini devono socializzare, avere amici, partecipare a feste. I genitori entrano in crisi se i figli non vengono invitati, nonostante a quell’età la socializzazione siamolto limitata». Incide sulla crescita anche il tema dell’immagine. «Vengono fotografati fin dalla nascita, spesso incontrano prima lo schermo di un tablet che lo sguardo di un genitore. È una dimensione che fa parte delle loro prime esperienze». Da non trascurare il fatto che «i nostri figli crescono in una società complessa e accelerata, pervasa da immagini e parole che, attraverso il digitale, influenzano la costruzione dell’identità e del sistema di valori. Noi adulti restiamo importanti, ma oggi competiamo con agenzie potentissime». E tra di loro? «Anche la relazione tra pari è cambiata: non è più solo un luogo di rifugio, ma spesso uno spazio competitivo, faticoso, talvolta violento».
Cresce il ritiro sociale
A questo si aggiunge una forte rimozione della sofferenza: tutto deve essere risolto subito, senza attraversare il dolore. «L’attesa, il desiderio, il tempo hanno perso valore. Anche noi adulti siamo fragili, confusi, stanchi, e gli adolescenti lo percepiscono». Un dato che incide nella comunicazione tra genitori e figli. «I ragazzi faticano a parlare di pensieri negativi, soprattutto di morte, per paura di spaventare gli adulti. I pensieri vengono confusi con le azioni, mentre c’è uno spazio che va riconosciuto». Da qui l’aumento di attacchi di panico, autolesionismo, tentativi di suicidio, ritiri sociali, diete estreme: segni di una conflittualità non più esterna, rivolta ai genitori, ma interna, diretta al corpo e al sé. «Iperidealizzazione e iperadattamento sono nemici della crescita: l’inciampo non è contemplato. Eppure è proprio l’inciampo che insegna a rialzarsi. La realtà è fatta di errori, e l’errore è spesso il punto di partenza. Il futuro, per molti adolescenti, è come una nebulosa, un buco nero». Come influiscono i social network? «Cresce il ritiro sociale: per alcuni ragazzi internet diventa l’unico accesso al sapere e alla relazione. Durante il Covid il virtuale è stato una salvezza, oggi ci spaventa, anche se per qualcuno resta una valvola di sopravvivenza. Non si tratta di demonizzare il digitale, ma di comprenderlo. I ragazzi hanno bisogno di adulti autorevoli, capaci di dare limiti e confini, di dire dei “sì” orientati e dei “no” pensati». I ragazzi «non hanno bisogno di slogan, ma di vicinanza. L’adolescente deluso non parla, non chiede aiuto e si rivolge ad agenzie senza mandato educativo. La parola chiave è prevenzione. Occorre camminare con loro, trasformare le crisi in occasioni di crescita, usare il gioco, la relazione, la parola. Trasformare l’azione in pensiero e il pensiero in parola è il compito fondamentale degli educatori. Non servono repressioni, ma adulti capaci di stare in relazione».
Filomena Armentano














