Ogni 17 minuti, nel mondo, 260 persone muoiono di fame. Un numero che rischia di restare astratto, distante, quasi irreale. È da questa cifra – cruda e inesorabile – che prende forma World of Plenty, il nuovo progetto dell’artista olandese Itamar Gilboa, inaugurato al MIC – Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza.

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L’installazione “World of Plenty

Nella Project Room del museo faentino, l’arte diventa esperienza immersiva e denuncia civile. Al centro dell’installazione si trovano 260 sculture in ceramica: ognuna rappresenta una cellula cerebrale, ognuna corrisponde simbolicamente a una delle 260 persone che perdono la vita per fame nello stesso arco di tempo. Accanto alle opere, un orologio digitale continua a scandire in tempo reale il numero delle vittime, trasformando la statistica in presenza concreta, impossibile da ignorare.

Dal dato personale al dramma universale

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Itamar Gilboa

Il percorso creativo di Itamar Gilboa parte da un gesto radicale: mettere sé stesso al centro della ricerca. L’artista ha iniziato registrando tutto ciò che mangiava, trasformando il dato personale in struttura, in archivio, in materia artistica. Un’indagine che si è progressivamente allargata dal piano individuale a quello globale, affrontando il paradosso dell’abbondanza e della scarsità.

Il titolo stesso, World of Plenty – “Il mondo dell’abbondanza” – richiama quello di un documentario di propaganda britannica del 1943. Allora come oggi, la promessa di un pianeta capace di nutrire tutti si scontra con la realtà di una distribuzione iniqua delle risorse. «Sulla Terra abbiamo abbastanza per nutrire tutti, ma non in modo equo». E’ questa la contraddizione che l’opera rende visibile, facendo della diseguaglianza un oggetto tangibile.

La fame osservata con la risonanza magnetica

Per comprendere cosa significhi davvero avere fame, Gilboa ha scelto di sottoporsi in prima persona a un’esperienza estrema. Ha praticato digiuni di 24 ore e, in condizioni di fame, si è sottoposto a risonanza magnetica funzionale (fMRI), osservando quali aree del cervello si attivassero guardando e annusando il cibo. L’analisi dei processi mentali legati al desiderio, alla privazione e alla sopravvivenza è stata poi tradotta in modelli tridimensionali, stampati in 3D e trasformati in sculture in ceramica. Quelle cellule cerebrali, duplicate 260 volte, diventano il cuore dell’installazione. «Ho avviato questo progetto nel 2020, quando la fame era già una delle sfide più urgenti a livello mondiale – afferma l’artista –. Oggi la situazione è ancora più critica. In tutto il mondo le comunità devono affrontare una catastrofica insicurezza alimentare, mentre l’obiettivo Zero Hunger delle Nazioni Unite si allontana sempre di più. World of Plenty è un grido d’allarme, un rifiuto di accettare la fame come qualcosa di normale».

Un’opera che interroga il presente

Curata da Alessandra Laitempergher, l’installazione è stata ideata appositamente per il Mic e coniuga scultura, neuroscienza e video in un linguaggio potente e contemporaneo.

«Il lavoro di Gilboa riesce a trasformare un’esperienza individuale in una riflessione condivisa – sottolinea Laitempergher –. Partendo dal proprio corpo e dalla propria vulnerabilità, l’artista costruisce un ponte tra dato scientifico e coscienza collettiva, invitando il pubblico a confrontarsi con una realtà che ci riguarda tutti».

La mostra verrà inaugurata domani 28 febbraio alle 17.00 e sarà visitabile fino al 26 aprile 2026 negli spazi del museo di viale Baccarini. Le sculture, realizzate in collaborazione con Aida Bertozzi / Casa degli Artisti, dialogano con il primo capitolo del nuovo film dell’artista, presentato in anteprima in occasione dell’apertura.

Ottant’anni dopo quel documentario che celebrava l’abbondanza, il paradosso resta intatto. E mentre l’orologio continua a contare, World of Plenty chiede allo spettatore di fermarsi, guardare e prendere posizione.

Barbara Fichera