Il 7 settembre del 1966 scesi dalla nave bananiera come si scende da un sogno troppo lungo, di quelli che non finiscono quando apri gli occhi, ma continuano a camminarti dentro. Avevo nove anni. Il cuore batteva forte,  Ero esausto, triste, e una paura senza nome mi stringeva lo stomaco, lenta e ostinata.

Bananiera Bottego

Napoli mi investì prima ancora di mostrarsi. L’aria mi colpì il volto come un tocco improvviso: fresca, sottile, quasi tagliente. Respirandola sentii che non mi apparteneva. Dentro quella trasparenza sentivo odori sconosciuti, senza radici per me. Mancava la fragranza della terra calda del mio villaggio, quella che al tramonto profumava di polvere buona e di attesa. Mancava il fumo del legno bruciato, che la sera si arrampicava lento nell’aria e faceva sentire il mondo al sicuro. Qui tutto era diverso: il sale del mare entrava nei polmoni come una lama viva, i motori tossivano il loro fiato grasso, le cucine sputavano vapori densi di cibi che non sapevo nominare. Erano odori che non accoglievano: sfioravano soltanto, come mani estranee.

Poi arrivò la gente. Era ovunque. Fiumi di corpi, voci che si accavallavano, passi che battevano il molo come una pioggia irregolare. Tutti avevano la pelle di un colore rosastro. Per me, bambino, il mondo fino a quel giorno era stato nero. Compatto. Senza alternative. Al di fuori della pelle della mia gente c’erano state poche eccezioni: quattro o cinque missionari, presenze lontane, e l’equipaggio della nave. Avevo creduto che l’umanità fosse uno specchio unico, che il volto del mondo fosse uno solo.

Sul molo di Napoli lo specchio si ruppe. Scoprii che gli uomini potevano avere un altro colore, fragile ai miei occhi come la carne viva di un capretto . Rimasi immobile, sbigottito. Mi sembravano creature di un altro mondo, fiori nati sotto un sole che non perdona. Li guardavo con una curiosità inquieta, quasi dolorosa.

I loro volti mi attiravano e mi respingevano. I nasi erano stretti, lunghi, appuntiti come frecce. Li fissavo con la serietà assoluta dell’infanzia e mi chiedevo: come fanno a respirare con un naso così sottile? E quando mi passavano accanto, troppo vicini, il loro odore mi colpiva all’improvviso, come uno schiaffo dolciastro. Sapevano di banane troppo mature.

Fu allora che la memoria si aprì. Quell’odore , pelle chiara e banane , non restò sul molo. Mi prese per mano e mi riportò indietro, lontano, al mio villaggio. E con lui tornarono ricordi duri, pesanti come il carico che avevo imparato a portare troppo presto.

DONNA CON BANANE MATURE IN TESTA

Rivedo un uomo e una donna dalla carnagione bianca. Si chiamavano Malietti o Marietti, così almeno li nominavano i vecchi, storpiando un cognome che non era nostro. Possedevano un’azienda di banane. Lui era grande, largo, piantato nella terra come un tronco. Il viso ampio, gli occhi stretti, la corporatura robusta. La voce, profonda e baritonale, sembrava uscire dal suolo. Camminava con sicurezza, il volto sempre accigliato, e non guardava in faccia nessuno. Dove passava, l’aria diventava più pesante. Ricordo che quando parlava ogni tanto usava questo intercalare, che mi è rimasto sempre in testa, anche se allora non conoscevo il significato  :”e’ logico“,certamente e’ logico“…

Lei gli stava sempre accanto. Piccola, magra, nervosa come un uccello. Inseparabile da lui. Parlava molto, troppo, sempre in modo concitato, come se dovesse riempire il silenzio che lui lasciava dietro di sé. Così li ricordo: figure dure, scolpite nella memoria come statue ostili.

Nell’azienda, a intervalli irregolari, suonava una sirena. Un lamento metallico che spaccava l’aria. Quando la sirena gridava, il villaggio si metteva in moto. Tutti. Uomini, donne, vecchi, e anche noi bambini, spesso con la mamma accorrevamo all’azienda. La donna indicava una zona del campo di banane con un gesto secco e noi andavamo là. Non c’erano domande.

A ognuno veniva consegnata un’asse di legno, con sopra un cuscino inchiodato. Era il nostro strumento, il nostro destino. Arrivati nella zona di  raccolta, tu tenevi l’asse in equilibrio sulla testa, abbassavi il il capo e trattenevi il respiro, due uomini facevano il resto: uno tagliava il casco di banane, l’altro sollevava quel peso verde e vivo e lo posava sulla testa di chi aspettava. Tu infilavi l’asse, abbassavi il capo, trattenevi il respiro. Le banane erano preziose: non dovevano toccare la pelle, dovevano riposare sul morbido cuscino. Noi no.

DONNA ANZIANA CON UN CASCO DI BANANE

Il carico andava portato fino al magazzino. Era un lavoro per adulti.  Anche io, a otto anni, lo feci. Caschi enormi, sproporzionati ai nostri corpi. Quando li sentivi posarsi sulla testa, il collo urlava in silenzio. I muscoli si tendevano come corde sul punto di spezzarsi. Dovevi contrarli tutti, fino all’ultimo. Se credevi, anche solo per un istante, il casco cadeva.

E allora il padrone si faceva cattivo. Urla disumane piovevano addosso come frustate. E non bastava: entravi in debito. Dovevi ripagare l’errore con altri caschi, altra fatica, altro dolore. Io li ho fatti cadere. Più di una volta. Erano troppo pesanti. Sentivo che continuando così mi si sarebbe spezzato il collo.

Per ogni casco portato in magazzino ricevevamo pochi scellini somali. Una moneta leggera. La sofferenza, invece, era piena. Il terreno era fangoso, viscido. C’erano piccoli canali di irrigazione da attraversare, trappole silenziose dove scivolare voleva dire perdere tutto.

Era un lavoro da schiavi. Io lo sapevo. Lo sentivo nel corpo prima ancora che nella mente. Sentivo che quella fatica non mi apparteneva, che non avrei dovuto portare quel peso. Poi mi calmavo, come fanno i bambini che imparano troppo presto a resistere. Mi dicevo: se lo fanno tutti, forse il mondo funziona così. Ma dentro restavo triste. Stanco. Amaro.

Sul molo di Napoli, tra il frastuono delle voci, lo sbattere delle corde, il respiro scuro del mare, quelle persone dalla pelle rosata che odoravano di banane mature mi ferirono senza saperlo. In loro non vedevo solo il nuovo mondo che mi aspettava. Sentivo riemergere il fango, le urla, il peso sulla testa di un bambino troppo piccolo.

Napoli mi accolse così: con l’aria fredda nei polmoni e un passato che non aveva alcuna intenzione di lasciarmi. E mentre stavo lì, con i piedi sul molo e il cuore ancora in mare, capii che quello era solo l’inizio. Che qualcosa stava per accadere. E che il vero viaggio, forse, non era ancora cominciato.