INTRODUZIONE ALLA SECONDA PARTE DELLA STORIA DI OMAR

Con il mio approdo a Napoli, a bordo di una nave bananiera che odorava di sale, di frutta matura e di attesa, si chiude il primo ciclo della mia trilogia. È la fine di un tempo e, insieme, l’inizio di un altro battito della vita.

Desidero ringraziare il giornale Il Piccolo, che ha accolto e pubblicato a puntate la prima parte di questo memorandum. Da quelle pagine, grazie all’attenzione affettuosa dei lettori, è nato il libro La mia infanzia d’Africa. Con sorpresa sincera ho scoperto che molti faentini lo hanno acquistato e letto, trovandolo – come qualcuno ha voluto dirmi – bello. È un riscontro che mi ha dato un piacere profondo e silenzioso, perché nasce dall’incontro libero tra una storia e chi l’ha accolta.

Tra i messaggi ricevuti, uno in particolare vale per me come una vera recensione, perché restituisce con parole limpide ciò che ho cercato di consegnare alla pagina:

Libro intriso di profumi e colori, paure e amarezze; uomini e donne integri, bambini e bambine costretti a maturare presto. Avventure emozionali e una dinamicità della tua persona, fisica e intellettiva, che ti faceva emergere. Anche il monolitico capitano della nave ti ha dato un buffetto, freddo ma colmo di stima. Avventurosa e triste, insieme, la descrizione del contesto storico e geografico.

Se altre persone vorranno avvicinarsi a questo libro, non lo auspico per vanità d’autore, ma perché credo che le storie, quando sono condivise, trovino nuovi significati e continuino a vivere negli sguardi di chi legge.

Con il mese di febbraio si apre la seconda parte del racconto. Non sarà una cronaca ordinata degli eventi – perché le date e i fatti, da soli, hanno poca anima – ma il fluire delle emozioni. È il tempo dello stupore e dello smarrimento, della scoperta di un mondo nuovo: una città dal nome sconosciuto, Faenza; una casa che non parla la mia lingua; una famiglia che non mi somiglia e che, proprio per questo, diventerà il mio primo ponte verso l’altrove.

Non racconto la mia vita perché sia interessante in sé. Racconto ciò che accade nel cuore di un bambino quando viene strappato alla polvere rossa del suo villaggio, ai silenzi antichi della savana, ai volti imparati a memoria, e viene gettato – senza mappe e senza difese – in un universo diverso, freddo e ordinato, colmo di suoni nuovi e di gesti incomprensibili.

Il mio intento è questo: consegnare al lettore non i fatti, ma le emozioni.
La paura che cammina accanto alla meraviglia.
La nostalgia che punge come una spina.
La curiosità che, nonostante tutto, spinge a guardare avanti.

Se queste pagine sapranno far vibrare anche solo una di queste corde, allora il viaggio non sarà stato inutile. E forse, passo dopo passo, il lettore vorrà continuare a camminare con me.

FOTO COPERTINA LIBRO OMAR