Uno sguardo lucido e profondo sul mondo giovanile di oggi, tra relazioni, identità e percezione del corpo. È quanto ha offerto il professor Gilberto Borghi nell’incontro “Cuori in cammino. Giovani, relazioni e corpo: cosa sta succedendo?”, ospitato il 22 febbraio negli spazi di Faventia Sales, in occasione della 48ª Giornata per la Vita e della 34ª Giornata del Malato. L’iniziativa, frutto della collaborazione tra Pastorale Giovanile, Pastorale della Salute, Pastorale Familiare, Centro per la Famiglia e Centro di Aiuto alla Vita di Faenza, si è inserita nel percorso di sensibilizzazione promosso dalla diocesi, con l’obiettivo di mettere al centro la persona e la sua dignità in ogni fase della vita.
Borghi ha proposto un’analisi generazionale per comprendere come sia cambiato, negli ultimi quarant’anni, il modo di vivere il corpo e le relazioni. Per capire i giovani di oggi – ha spiegato – occorre rileggere ciò che è accaduto a partire dalla metà degli anni Ottanta, con l’avvento della globalizzazione e la nascita dell’infrastruttura tecnologica di internet, dentro una cultura definita “postmoderna”.
Dai “boomer” ai “Millenial”: come è cambiato il modo di “pensare” la vita
La generazione dei cosiddetti “boomer” viveva l’identità come qualcosa di solido, fondato su ruoli sociali chiari. La vita andava prima pensata e poi vissuta. Il corpo diventava spesso strumento ideologico: luogo di disciplina o di liberazione politica. Si progettava il futuro con chiarezza. Ma quando la realtà non corrispondeva agli ideali, arrivava la delusione.
Con la Generazione X (nati tra il 1965 e il 1980) il baricentro si sposta: la vita non va solo pensata, ma sperimentata. Conta l’esperienza, il godimento. Il corpo si libera dalle “gabbie” ideologiche, ma l’identità diventa meno garantita. L’ironia e il disincanto diventano forme di difesa.
I Millennials (1980-1996) vivono invece una tensione più drammatica: i valori tradizionali appaiono svuotati e il consumismo non offre nuove fondamenta. L’identità è un puzzle da ricomporre senza modelli stabili. Il corpo non è più solo luogo di piacere, ma spazio di fatica e di esposizione: piercing, tatuaggi, ossessione per la palestra diventano segni di una ricerca di senso, talvolta attraversata dal dolore.
I giovani di oggi: la generazione Z
La Generazione Z (1995-2012), i giovani di oggi, cresce dando quasi per scontato il vuoto di senso. Non cerca grandi ideologie, né vuole salvare o distruggere il mondo. È più concreta, meno drammatica, più orientata all’autenticità. L’identità si costruisce “dal basso”, guardando dentro di sé. Il corpo diventa luogo di cura, di ascolto, di definizione personale. «Come posso vivere senza distruggermi?» è la domanda implicita che li attraversa. Borghi ha sottolineato come questi giovani, pur immersi nella rete, cerchino sempre più spesso interlocutori in carne e ossa quando si affrontano questioni importanti. Vivono nel presente, faticano a progettarsi a lungo termine, ma mostrano una notevole capacità di riflessione sulle proprie esperienze.
Tra perfezionismo e bisogno di progettarsi
Tra le criticità emerse, la pressione del perfezionismo: una società che propone modelli irraggiungibili, dove “se non sono perfetto, non esisto”. Un messaggio devastante, che genera ansia e senso di inadeguatezza. La risposta, ha suggerito il relatore, non può essere solo verbale o normativa: serve una comunicazione corporea, relazionale, capace di trasmettere un messaggio semplice e radicale – “è meraviglioso che tu esista così come sei”.
Anche nel mondo cattolico, ha aggiunto, occorre passare da una proposta dei valori come costrutto mentale a una loro esperienza vissuta. Un valore regge se viene percepito come qualcosa che riempie la vita, non solo come dovere razionale.
L’incontro si è chiuso con una domanda aperta: come aiutare i giovani a trasformare l’emozione, fragile e momentanea, in sentimento duraturo? Come accompagnarli a scoprire che non si sono fatti da soli, che la vita è dono? Interrogativi che chiamano in causa famiglie, educatori e comunità cristiana. “Cuori in cammino” ha lasciato ai presenti un invito: ascoltare senza giudicare, comprendere prima di correggere, camminare accanto ai giovani nel loro percorso, con realismo e speranza.














