Di seguito pubblichiamo la replica alla lettera aperta con cui è stata annunciata la chiusura della Bottega Bertaccini e il successivo nostro articolo arrivata alla nostra redazione, da parte di Davide Zanghi dalle Olle, proprietario dello stabile di corso Garibaldi
La replica
In questi mesi Faenza ha parlato molto della chiusura della Bottega Bertaccini.
L’ha fatto con affetto, nostalgia, talvolta con toni accesi. È comprensibile, quando un luogo attraversa il tempo, smette di essere solo un’attività e diventa parte della memoria collettiva.
Ho scelto il silenzio finché è stato possibile, perché le polemiche non aiutano a capire; quando però il rumore rischia di sostituirsi ai fatti, tacere non è più una forma di rispetto.
Proprio per questo sento oggi il dovere di dire la verità senza polemica e senza scorciatoie. Palazzo dalle Olle non è un’operazione immobiliare, né un simbolo astratto. È prima di tutto una casa. È la casa in cui vivo con la mia famiglia. È un luogo abitato, condiviso con altri inquilini con i quali esistono rapporti corretti e rispettosi, fondati sul rispetto dei contratti e delle persone. Questa è la realtà, semplice e verificabile.
Le decisioni che negli ultimi mesi hanno riguardato il palazzo non sono state arbitrarie né punitive. Alcuni contratti erano in naturale scadenza e il mancato rinnovo è stato comunicato con largo anticipo, esclusivamente per la volontà di abitare quegli spazi.
A chi ne era interessato sono state proposte soluzioni alternative all’interno dello stesso palazzo, che non sono state accettate. Non è una critica; è un dato di fatto. Parlare di “sfratti multipli” non corrisponde alla realtà.
Anche la vicenda della Bottega Bertaccini non nasce da un atto di forza, ma da una questione concreta e circoscritta: l’utilizzo stabile di uno spazio comune del palazzo per uno stand di libri, non previsto dal contratto, dal codice civile e dal regolamento condominiale.
Una questione affrontata in modo formale e civile, anche tramite legali, senza mai cercare lo scontro e senza trasformarla in un caso pubblico.
Proprio per evitare che una normale questione condominiale assumesse dimensioni sproporzionate, sono state avanzate più soluzioni alternative, incluso il trasferimento dell’attività in un altro locale dello stesso palazzo.
Quando il Sig. Bertaccini ha spontaneamente proposto di risolvere anticipatamente il contratto, ho accettato alle condizioni da Lui richieste, seppur a me sfavorevoli, rinunciando ai dodici mesi di preavviso previsti dal contratto e concedendo a titolo gratuito per tre mesi l’immobile per consentire un trasferimento dell’attività con la dovuta calma. Ma anche in questa circostanza il Sig. Bertaccini si è sentito libero di non rispettare gli accordi da lui stesso proposti, liberando gli spazi comuni con quindici giorni di ritardo e solo a seguito di ripetuti solleciti del mio legale. Questa è la verità dei fatti.
Mi addolora leggere, in alcuni interventi sulla stampa e sui social, l’idea che esistano attività più “degne” di altre, come se la dignità fosse una graduatoria e non un principio uguale per tutti.
La cultura è un valore essenziale, ma non ha bisogno di privilegi né di forzature. Non si difende piegando le regole o chiedendo
ad altri di rinunciare ai propri diritti. La cultura non muore per il rispetto di un contratto. Muore quando smette di rispettare le persone e i luoghi che la ospitano.
Le città vivono quando tengono insieme memoria e responsabilità, affetto e diritto. Separarli può sembrare consolatorio nell’immediato, ma nel tempo impoverisce tutti.
Scrivo queste righe per rimettere le cose nel loro perimetro naturale: quello della realtà dei fatti e di un rispetto reciproco che dovrebbe valere sempre, anche quando le emozioni sono forti.
A Faenza si può continuare a fare cultura senza cercare colpevoli. Io continuo a credere che sia l’unico modo serio per onorarla.














