In occasione della Giornata mondiale del malato, si terrà sabato 14 febbraio alle 16 presso la veranda dell’ospedale degli infermi di Faenza la santa messa presieduta da don Verdiano Foschini, assistente diocesano Unitalsi.
«Trovare un senso a questa fase della vita non lasciandoli nell’indifferenza e solitudine»
Istituti di ricerca (Istat, Censis…), enti previdenziali, associazioni di geriatri: sono in tanti a evidenziare e studiare l’aumento della popolazione anziana, la presenza sempre più numerosa di ultranovantenni e centenari, con sottolineature diverse.
Se per gli istituti previdenziali la lunga vita di tanti da “pensionati ” è un problema (come sono lontani i tempi in cui molti non riuscivano a “godersi la pensione”!), per chi ha lavorato per trovare cure per le malattie dell’età adulta e permettere che più adulti invecchiassero, è un successo. La società come vive tutto questo? In maniera ambivalente. La presenza di molti pensionati ancora attivi pronti a impegnarsi nella cura dei nipoti, nel volontariato, in attività culturali è vista come una risorsa, ma, quando questi necessitano di assistenza, diventa un problema, sia per le famiglie che per il Sistema sanitario. Questa non è una novità, già monsignor Giovanni Nervo, presidente della Caritas Italiana, si era posto il problema molti anni fa in un libro dal titolo: Anziani: risorsa o problema?
La paura della sofferenza
Come vivono tutto questo i protagonisti di questi studi? Come si vedono? Innanzitutto per lo più non accettano l’idea che l’inizio dell’età anziana coincida con l’età pensionabile, l’anzianità viene sempre più fatta coincidere con la perdita dell’autonomia e quindi, finchè stanno bene, si considerano ancora adulti, autorizzando così i propri figli di 40/50 anni a ritenersi ancora giovani. Molti, grati per l’opportunità di vivere più anni in buona salute, faticano ad accettare l’idea di poter perdere l’autonomia, di essere di peso ai figli, di aver bisogno di assistenza. Spesso rimuovono questo pensiero, auspicandosi una morte improvvisa e cercando di evitare visite in ospedale, case di riposo, per non confrontarsi con un loro possibile futuro. Non si ha paura della morte, ma della sofferenza, della non autosufficienza, del prolungarsi di una vita fragile, di cui si fatica trovare un senso. La domanda sul senso della vita se fossi costretta per lungo tempo senza autonomia, alla dipendenza di altri, se mi accorgessi che le mie facoltà mentali vanno diminuendo, è una domanda che anch’io non posso eludere. Come affronterei tutto questo? Nel corso degli anni del mio lavoro in geriatria, in casa di riposo/protetta ho avuto il dono di incontrare tante persone che hanno vissuto mesi, anni di malattia, di invalidità serenamente: il loro esempio, il loro affetto mi hanno aiutato ad affrontare momenti difficili della mia vita. La fede in un Dio che non abbandona i suoi figli, il pensiero che potevano ancora essere utili agli altri vivendo con pazienza, offrendo le loro preghiere, sosteneva molti. Altri, anche senza fede, erano supportati dall’affetto di familiari, di amici, che non li avevano dimenticati. Chi non aveva fede ed era solo faceva molta più fatica. Senza credere in un Dio che ti ama, senza sperimentare la vicinanza di persone amiche, è difficile trovare un senso alla vita, nel momento della sofferenza.
Negli anni passati, quando lavoravo, però c’era una cultura diversa e si cercava di far sentire agli anziani che erano importanti, anche nella malattia, meritevoli di attenzioni, di un miglioramento delle cure, anche per riconoscenza per quello che avevano fatto e patito (guerre, resistenza, ricostruzione). Oggi il clima è molto cambiato: sì la vita è un dono, è un valore sempre, va rispettata dall’inizio alla fine, facciamo festa a chi compie 100 anni, ma tutto questo rischia di perdere senso di fronte all’aumento degli anziani che con la loro vita “troppo” lunga tolgono risorse ai giovani, rendono la società più povera. Gli anziani da “tanti” sono diventati “troppi“.
Vite difficili, con scarso significato e grandi costi, previdenziali e assistenziali, che posto avranno in una società con pochi bambini, molti giovani che emigrano, società che rifiuta giovani migranti che bussano alle porte e porterebbero nuova vitalità? Si cercherà di aiutare a trovare un senso alla vita o si presenterà la morte come rapida soluzione? Le nostre tante parole sul valore della vita, i nostri tanti documenti che presa hanno? Forse insieme alle parole servirebbe una maggiore presenza, che dica che quelle fragili vite sono preziose, valgono il nostro tempo, ci allietano, restituiscono senso alla nostra vita frenetica, che avere anziani in parrocchia è un dono per la comunità, per i nostri ragazzi, che le case protette, le case degli anziani possono essere un luogo da cui parte un bene che si irradia a tutti.
Aiutare gli anziani fragili di oggi a trovare un senso alla vita, liberandoli dalla solitudine, mantenendo relazioni con loro ci aiuta anche ad affrontare meglio il nostro futuro. «L’anzianità ci appartiene. Gli anziani non sono altro da noi, un oggetto di studio e di intervento: sono il futuro che ci aspetta e che sapremo costruire».
Gabriella Reggi














